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In sintesi
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Alla fine il tema della giustizia climatica, che ha fatto da sfondo al dibattito su quanto i cambiamenti climatici siano stati all'origine del disastro in Nepal, è stato messo sul piatto da un funzionario del governo del Paese colpito.
Maheshwar Dhakal, responsabile per i cambiamenti climatici presso il Ministero dell'Agricoltura, delle Foreste e dell'Ambiente del Nepal, ha affermato che, all'origine del distacco di roccia e ghiaccio che ha innescato la colata detritica e l'alluvione catastrofica nel distretto di Rasuwa, al confine tra il Nepal settentrionale e il Tibet, hanno contribuito i cambiamenti climatici causati dall'uomo.. Dhakal ha stimato i costi della ricostruzione in 5 miliardi di dollari (4,31 miliardi di euro), e chiesto un aiuto economico al Fondo per rispondere alle Perdite e Danni delle Nazioni Unite per coprire parte dell'enorme cifra. Lo stesso messaggio è stato espresso in una lettera che il funzionario ha inviato al consiglio di amministrazione del fondo, un organismo che, per le condizioni in cui versa, difficilmente potrà rispondere all'appello.. Quello che è successo in Nepal riguarda tutti. Dhakal ha chiarito che «chi ha contribuito di meno è chi che soffre di più», riferendosi al fatto che il Paese produce meno dello 0,1% delle emissioni globali di gas serra e sta pagando conseguenze spropositate per un disastro che - anche se gli studi di attribuzione sugli effetti dei disastri climatici chiederanno tempo e pazienza - sembra essere stato per lo meno favorito dagli effetti del riscaldamento globale.. Questi stessi argomenti avevano favorito l'istituzione del Fondo per rispondere alle Perdite e Danni, uno strumento delle Nazioni Unite per far fronte ai danni provocati dai cambiamenti climatici reso operativo durante la COP28 a Dubai, nel 2023. Da questo barile c'è però, al momento, ben poco da raschiare: il fondo ha ricevuto promesse di finanziamento da parte dei Paesi ricchi per oltre 820 milioni di dollari (poco più di 707 milioni di euro), ma ha già avuto richieste di finanziamento da 119 Paesi per un totale di circa 2,8 miliardi di dollari (2,4 miliardi di euro).. Il messaggio è chiaro (e c'è un'assenza che fa rumore). Insomma le casse del fondo con cui i Paesi che più hanno emesso fin qui dovrebbero assumersi parte delle proprie responsabilità sono già vuote prima ancora della piena operatività del fondo, sia per le braccia corte dei Paesi industrializzati, sia perché le conseguenze dei cambiamenti climatici sono già tangibili e onerose, specialmente nelle regioni di mondo più povere, più esposte ai disastri climatici per fattori geografici, infrastrutturali e socio-economici.. In questo contesto spicca l'assenza degli Stati Uniti: sotto la Presidenza Biden avevano promesso 17,5 milioni di dollari da stanziare per il Fondo (comunque pochi, per essere la promessa del Paese storicamente più responsabile di emissioni climalteranti), salvo poi ritirarsi dal fondo per decisione di Donald Trump.
Senza il loro contributo, realisticamente il Nepal potrebbe aspettarsi dall'ONU circa 20 milioni di dollari (17,25 milioni di euro), ha detto al New York Times Richard Sherman, che fa parte del consiglio di amministrazione del fondo. Una goccia in un mare di fango..
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