Declino Calabria: In meno di 60 anni perderà più di un terzo dei suoi residenti
- Postato il 3 settembre 2026
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Declino Calabria: In meno di 60 anni perderà più di un terzo dei suoi residenti
Declino Calabria: in meno di 60 anni perderà più di un terzo dei suoi residenti. Le nuove previsioni fotografano una regione sempre più spopolata e anziana.
È un inverno demografico sempre più rigido quello che attende la Calabria. Le nuove previsioni rilasciate dall’Istat a fine agosto fotografano, da qui al 2080, una regione sempre più spopolata e sempre più anziana. Meno bambini, meno residenti in età lavorativa, maggiori bisogni assistenziali. Questo fenomeno, generato da un divario incolmabile tra nascite e decessi e solo in parte attutito dai flussi migratori stranieri, non colpirà allo stesso modo tutti i territori della regione, accentuando il divario tra centri urbani e aree interne. Entro il 2050, dice l’Istat, le aree interne meridionali perderanno oltre il 16% della popolazione, con un tasso medio annuo di contrazione del -0,76%, ben più alto rispetto alle aree interne del Nord (-0,2%).
IL CROLLO DEMOGRAFICO DEI RESIDENTI IN CALABRIA
La Calabria, che nel 2025 si attesta su una popolazione residente di 1 milione 834mila 646 abitanti è destinata a scendere sotto gli 1,8 milioni già nel 2030 per spopolarsi progressivamente. Secondo lo scenario mediano Istat, la popolazione nel 2050 si attesterà intorno al milione e mezzo di residenti per precipitare, nel 2080, a 1 milione 172mila 956 residenti. Un calo di oltre 660mila abitanti: è come se sparisse l’intera provincia di Cosenza. In termini percentuali, si prevede che la Calabria in meno di 60 anni perderà oltre un terzo (il 36,1%) della popolazione. Un dato peggiore rispetto alla media nazionale italiana (-22,2%). Lo scenario descritto, peraltro, non è neanche il più sfavorevole: quello vede la popolazione calabrese scendere sotto il milione nel 2080. Insomma, verrebbe quasi dimezzata. Ma anche con lo scenario migliore non c’è da essere allegri: qui il calo previsto si attesta intorno al 25%.
IL DIVARIO TRA NASCITE E DECESSI
Il motore principale dello spopolamento è il deficit naturale strutturale, determinato dal crollo delle nascite e dall’aumento dei decessi, dovuto all’invecchiamento delle coorti nate negli anni del baby-boom. Le nascite, nello scenario mediano, subiscono quasi un dimezzamento, scendendo dalle 11mila 879 del 2025 alle 8mila 545 nel 2050 fino alle 6mila 320 del 2080. Il tasso di fecondità scenderà al minimo nel 2040 (1,16 figli per donna) per risalire poi a 1,26 nel 2080, ma comunque ben al di sotto della soglia di rimpiazzo (2,1). Cresceranno invece i decessi, passando da 20mila 277 nel 2025 a un picco di 26mila 113 nel 2050, per poi decrescere a 20.908 nel 2080, ma per effetto della riduzione della popolazione totale. Il saldo naturale della regione, di conseguenza, resta costantemente negativo, passando da -8mila 398 nel 2025 a un picco negativo di -17mila 568 nel 2050, per passare a -14mila 588 nel 2080.
LE MIGRAZIONI FRENANO IL DECLINO MA NON LO FERMANO
Di positivo si prefigura il saldo migratorio con l’estero: gli stranieri che arrivano superano il numero di calabresi che lascia la Calabria e il Paese. L’Istat stima un saldo attivo tra le 7mila e 8mila unità all’anno (da +8mila 284 nel 2025 a +7mila 565 nel 2080). Un dato che compensa il saldo dei flussi migratori interni, sempre negativo per le costanti partenze di residenti calabresi, soprattutto giovani qualificati. Dal deficit netto di 6mila 567 unità si passerà, nelle stime Istat, a -3.660 del 2050 fino a -1.751 del 2080. In partenze effettive, si passerà dalle circa 17mila del 2025 alle stimate 9.500 del 2080. Il saldo migratorio totale, grazie all’apporto positivo di flussi con l’estero, resterà comunque positivo (+5mila 814 nel 2080), tuttavia non sarà sufficiente a compensare il deficit naturale negativo (-14mila 588 unità nel 2080).
RESIDENTI IN CALABRIA: UNA REGIONE SEMPRE PIÙ VECCHIA
Si assisterà a un ribaltamento. Oggi l’età media in Calabria è più bassa (seppur di poco) rispetto alla media nazionale (46,2 anni vs 46,9) e la regione ha una percentuale di ultraottantacinquenni minore (3,8% vs 4,1%). A causa del crollo delle nascite, la Calabria è però destinata a invecchiare più velocemente rispetto al Paese: nel 2080 l’età media in regione toccherà i 53 anni (media nazionale 52,1) e gli over 85 rappresenteranno il 9,2% della popolazione totale (contro l’8,4%). Da un lato quindi la decrescita demografica, dall’altro la quota dei grandi anziani che in percentuale sarà più che raddoppiata.
La popolazione over 65, che oggi rappresenta circa un quarto dei residenti, salirà al 38% circa nel 2080. Crescerà di conseguenza l’indice di vecchiaia: si passerà da 197 anziani (over 65) ogni 100 giovani (0-14 anni) a 403. Significativo anche l’incremento dell’indice di dipendenza, che salirà dal 39% del 2025 al 73% del 2080: si passerà da circa 2,6 residenti in età lavorativa per ogni over 65 a meno di 1,4 nel 2080. Dati che rappresentano una sfida per il sistema sanitario e di welfare regionale che sarà chiamato a dare risposte a nuovi bisogni, partendo peraltro da un profondo gap nell’offerta attuale di assistenza.
SI DIMEZZANO BAMBINI E RAGAZZI
Mentre gli anziani aumenteranno, la base della piramide demografica si restringerà ulteriormente: i bambini e ragazzi fino a 14 anni passeranno da 228mila a poco meno di 111mila e rappresenteranno meno del 10% della popolazione calabrese (sotto la media nazionale).
RESIDENTI IN CALABRIA E MEZZO MILIONE DI POTENZIALI LAVORATORI IN MENO
Un’altra fascia di popolazione destinata a subire una delle contrazioni più importanti è quella tra i 15 e i 64 anni, che per convenzione identifica la popolazione in età lavorativa. Nel 2025 conta 1 milione 158mila persone. Nel 2050 scenderà a 852mila, nel 2080 a 615mila. Una riduzione di 542mila unità, quasi la metà. La componente femminile mostra una contrazione particolarmente marcata, con una riduzione del 30% entro il 2050, maggiore rispetto allo scenario nazionale (-23%). Un calo che rischia di ridimensionare gli effetti della maggiore partecipazione delle donne al mercato del lavoro, che pure l’Istat fotografa nel rapporto su base nazionale e per grandi aree territoriali.
C’è poi un’altra criticità che potrebbe frenare, ancor di più rispetto al passato, l’ingresso delle donne nel mondo del lavoro: il nodo del lavoro di cura. Le previsioni Istat non misurano il carico di assistenza familiare ma fotografano una regione destinata ad avere una quota sempre più alta di anziani e grandi anziani. E in un territorio in cui i servizi di welfare sono ancora carenti e i caregiver poco supportati, il crescente bisogno di cura rischia di ricadere sulle donne in età lavorativa.
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