Dagli spari libici ai fermi del governo, Sea-Watch passa al contrattacco: “Pronti a denunciare l’Italia”
- Postato il 28 agosto 2026
- Giustizia
- Di Il Fatto Quotidiano
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Minacciate in mare dalla guardia costiera libica e vessate in Italia dalle sanzioni del governo, per le organizzazioni umanitarie la misura è colma e intendono passare al contrattacco. A confermarlo al fattoquotidiano.it è Cristina Cecchini, legale di Sea-Watch impegnata nella preparazione del ricorso contro l’ultimo fermo alla nave umanitaria Sea-Watch 5: quarantacinque giorni di fermo amministrativo e 7.500 euro di multa dopo il soccorso, il 13 agosto, di sei persone in acque internazionali e il successivo avvicinamento di un’imbarcazione libica da cui un uomo armato ha puntato un fucile contro l’equipaggio.
Perché la sanzione? Il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi contesta il mancato rispettato degli obblighi previsti dal decreto del 2023 che porta il suo nome. In particolare, la mancata comunicazione formale del soccorso al centro di coordinamento libico, competente per quel tratto di mare (zona SAR). Per il ministro, “le attività di soccorso in mare devono essere gestite e coordinate dagli Stati competenti, non dalle ong”. Le stesse “autorità competenti” che continuano a essere protagoniste di episodi sempre più gravi. Il 22 agosto, il veliero Aurora di Sea-Watch è stato minacciato da uomini armati che si identificavano come Guardia costiera libica. Il 26 agosto è toccato alla Louise Michel, con una motovedetta libica — una Bigliani donata dall’Italia nel 2017, secondo le ricostruzioni delle organizzazioni — che ha esploso due colpi d’arma da fuoco e riportato tutte le persone in Libia. Per non parlare di quanto accaduto a maggio, quando una motovedetta libica ha aperto il fuoco contro la stessa Sea-Watch 5 dopo il soccorso di 90 persone, esplodendo una raffica di proiettili, minacciando di abbordare la nave e di costringerla a dirigersi verso la Libia.
Eventi che hanno indotto la Germania, Stato di bandiera della Sea-Watch 5, a innalzare il livello di sicurezza per le navi tedesche nella zona SAR libica. E che, secondo l’avvocata Cecchini, impone ormai di rileggere anche gli obblighi previsti dal decreto Piantedosi, alla luce del rischio concreto rappresentato dal comportamento delle autorità libiche nel Mediterraneo centrale. Non solo. Dopo anni di ricorsi contro multe e fermi, le organizzazioni valutano di chiamare in causa direttamente le responsabilità dell’Italia: “C’è quantomeno un profilo di colpa, se non di dolo”, avverte la legale.
Avvocata Cecchini, che valore assume il moltiplicarsi di minacce e attacchi in mare nei ricorsi contro i fermi delle navi umanitarie?
L’evoluzione supporta i profili di illegittimità di questi fermi. Finora era chiaro un principio: una volta operato il soccorso, quando ho necessità di chiuderlo — e, come dice la Cassazione, il soccorso si chiude soltanto con l’arrivo in un luogo sicuro — è illegittimo richiedere di rivolgermi alle autorità libiche, che non mi possono dare un luogo di sbarco sicuro. Quindi, se mi sanzioni per questo, è sicuramente illegittimo. Ma l’insicurezza che si è creata per i numerosi attacchi aggiunge un profilo ulteriore.
Quale? Cosa cosa cambia, concretamente, per il comandante?
Quello che oggi diciamo è questo: un comandante che ha l’onere di salvaguardare la vita in mare, ma anche la sicurezza del proprio equipaggio, non commette un illecito se non comunica con la Libia perché la salvaguardia della vita in mare fa sì che, se io valuto e non mi sento sicura — come nel caso di questo comandante, che aveva già ricevuto un attacco armato diretto nel settembre del 2025, e poi il grave fatto di maggio, con inseguimento e spari — non dovrei essere costretta, se posso operare il soccorso, a chiamare i libici. Insomma, non si tratta più solo di salvaguardare la necessità delle persone di sbarcare in un luogo sicuro. Ma di riconoscere che non può essere obbligatoria la relazione con un’autorità che è essa stessa fonte di insicurezza.
Il rischio quindi nasce già nel momento in cui i libici vengono informati della posizione della nave?
Esatto. Un’autorità come l’Italia, che riceve la mia comunicazione e sa che sto già effettuando il soccorso, se mi dà l’ordine di chiamare i libici non solo non mi protegge, ma addirittura mi espone al pericolo di aggressioni armate. Cosa che ormai avviene in maniera sistematica. Per non parlare del panico che si crea: le persone si buttano in mare. Non puoi incolpare me di questo. Sei tu che hai fatto venire i libici o che mi hai costretto a comunicare la posizione.
Nel caso della Sea-Watch 5 che ha portato al fermo cos’è accaduto?
Non c’era stata una segnalazione di distress. La nave si trovava a pattugliare e ha visto che da un’imbarcazione veniva lanciato un dispositivo luminoso. Si è avvicinata e ha trovato sei persone in acqua. Non aveva neanche il tempo di chiamare i libici, stava già operando il soccorso. A quel punto, a maggior ragione, i libici che li chiamo a fare? Peraltro sono arrivati e hanno minacciato. Non solo: Sea-Watch 5 ha risposto via radio a una chiamata dei libici e ha dato le informazioni che venivano richieste. Quindi i libici erano comunque a conoscenza di quanto accadeva.
Eppure la contestazione riguarda proprio la mancata comunicazione al centro SAR libico. Cosa dice esattamente il decreto Piantedosi?
Nella sospensione cautelare per il fermo della Trotamar, il Tribunale di Agrigento ha già fatto un passaggio ulteriore: per come è costruito il decreto, tu non puoi sanzionare il comandante semplicemente perché non ha chiamato i libici. La norma dice di informare le autorità SAR competenti, ma non prevede la violazione di questa informazione come un atto sanzionabile di per sé. Eventualmente potrebbe esserlo se l’Italia mi ordina di chiamarli. Ma anche lì, a nostro parere, non dovrebbe comunque essere una violazione, perché anche l’ordine di chiamare i libici è illegittimo se significa mettermi in pericolo. Quindi ci sono due passaggi: già la semplice mancata comunicazione non è prevista come violazione sanzionabile; e se tu mi ordini di comunicare, resta da valutare se quell’ordine sia legittimo alla luce del rischio che produce. In questo senso dico che è tempo di rileggere anche la sentenza della Corte Costituzionale dell’anno scorso, in cui è chiaro che un ordine illegittimo non può essere sanzionato.
Le sanzioni sono progressive. La Sea-Watch 5 è arrivata a 45 giorni: quanto è concreto il rischio di confisca?
In teoria potrebbe scattare al prossimo episodio, perché il governo tiene conto anche delle sanzioni ancora sotto impugnazione, che secondo giurisprudenza non potrebbero essere usate per contestare la reiterazione. Così si arriva a mettere il comandante davanti a una pressione ingiusta: tu mi stai ordinando di contattare i libici, ordine che per me è illegittimo visto che mi mette in pericolo, e so già che, se non lo rispetto, mi sanzionerai come infatti continui a fare.
Per questo i soli ricorsi ai fermi non bastano più?
Si sta cominciando a ragionare su altre strade per la sistematicità di quello che accade. Le conseguenze sugli equipaggi e sulle persone coinvolte negli incidenti dovrebbero portare, quando la questione arriva davanti a un giudice, a ritenere anche l’Italia responsabile di quello che succede in mare. Responsabilità in termini di condotta illecita.
Cosa intende di preciso?
Ormai c’è una prevedibilità sul fatto che, se interverranno le autorità libiche, si genererà una violazione dei diritti delle persone: in termini di diritto alla vita, di sicurezza degli equipaggi e di rischio di respingimento in Libia e per tutti i diritti connessi. Di questo c’è piena consapevolezza e dovrebbe essere così anche per l’autorità italiana.
In che senso l’Italia potrebbe essere responsabile anche di un pullback?
Quante volte è capitato che arrivino i libici mentre io ho già soccorso alcune persone, e il resto viene riportato in Libia? Quel respingimento l’hai causato tu, se hai fatto in modo che arrivassero. Il coordinamento ha una funzione di protezione della vita in mare. Nel momento in cui continui a non tenere conto della situazione e non fai altro che sanzionare le ong, evidentemente abusi del coordinamento: non già per proteggermi, ma per espormi al pericolo. Se le conseguenze delle condotte ricadono sugli equipaggi e sulle persone, e se c’è ormai una prevedibilità di quello che accade quando entrano in gioco le autorità libiche, il giudice dovrebbe poter ritenere anche l’Italia responsabile.
Quanto alle sanzioni?
Anche qui serve un cambio di passo. Credo si possa ormai parlare di abuso dei provvedimenti sanzionatori, che continuano a essere adottati, producono immediatamente i loro effetti, costringono le organizzazioni ad agire in giudizio e poi vengono sospesi o annullati. Anche questo, a mio parere, apre profili di responsabilità dell’amministrazione perché c’è comunque un dispendio di azione giudiziaria e legale. Oltre al risarcimento del danno per i fermi comminati.
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