Da Tim a Mps, il tesoretto di Meloni nasce dai salvataggi dell’industria italiana
- Postato il 27 giugno 2026
- Di Panorama
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Correva l’anno 1999 quando la Olivetti di Roberto Colaninno con il supporto finanziario di Emilio Gnutti, Ettore Lonati e compagni lanciò un’offerta pubblica di acquisto, assolutamente ostile, su Telecom Italia. L’Opa andò in porto pochi mesi dopo, sotto lo sguardo compiaciuto dell’allora presidente del Consiglio, Massimo D’Alema, che si spinse a descrivere gli imprenditori come “capitani coraggiosi” che sfidavano i salotti buoni della finanza.
Coraggiosi mica tanto, visto che in buona parte si trattò di un affare concluso a debito. Debito che i capitani del “Lider Maximo” riversarono sulla stessa Telecom. Una zavorra che ha condannato l’allora monopolista delle telecomunicazioni ad anni e anni di “depressione”. Tentativi di rianimazione se ne ricordano a bizzeffe. Tutti inutili. È dovuto arrivare il primo premier donna e di destra per risolvere la situazione. I detrattori diranno che Giorgia Meloni “consigliata” dal capo di Gabinetto Gaetano Caputi ha dato il via libera alla cessione della rete, un pezzo dell’infrastruttura strategica del Paese, a un fondo. Vero. Ma quella del 2024 è stata un’operazione di sistema (nella nuova società il Mef è rimasto con una quota del 16%, nomina il presidente ed ha una sorta di diritto di veto per le decisioni più importanti) e finanziariamente inevitabile.
Con i circa 20 miliardi di Kkr, Telecom ha ridotto drasticamente il debito (di circa 14 miliardi), iniziando una vita nuova. Lontano dall’ex primo azionista, i francesi di Vivendi che spesso si sono scontrati con i progetti dell’esecutivo e alla fine hanno venduto in perdita la quota, e accompagnati da Poste, che ha sostituito Cdp nell’azionariato lanciando un’Opas (acquisto e scambio di azioni) su tutta Tim. L’offerta da circa 10,8 miliardi di euro ha l’obiettivo di creare un campione nazionale dei servizi finanziarie e della digitalizzazione. Morale della favola: il progetto industriale del gruppo ha di nuovo un senso, il debito è passato da 21 a 7 miliardi, l’ultimo bilancio si è chiuso, dopo anni di perdite, in utile (mezzo miliardo) e il titolo è schizzato. La capitalizzazione è balzata dai circa 6 miliardi di fine 2022 a più di 21, così la quota pubblica del 9,81% si è valorizzata di 1,5 miliardi.
Insomma dopo 27 anni di peripezie, sotto la regia del governo Meloni, Tim è rinata. Ora, si può essere più o meno soddisfatti dei risultati politici della legislatura, ma l’aver dato nuova vita a un campione dell’economia nazionale ha un valore inestimabile. Anche perché le operazioni risanamento non si limitano alle tlc.
C’è pure il credito. O meglio, Mps. La banca rossa rovinata da anni di mala gestione della sinistra. Il più antico istituto di credito al mondo affossato da un’altra operazione avventata: l’acquisizione di Antonveneta del 2007 per circa 9 miliardi. Doveva essere l’inizio dell’espansione a Nord (Veneto, Lombardia), il trampolino di lancio per Siena e invece si è rivelata un’operazione suicida.
I registi dell’affare, Giuseppe Mussari (cresciuto politicamente nell’orbita dei Ds) e Antonio Vigni, offrirono più di 9 miliardi al Banco Santander che, pochi mesi prima, aveva acquisito Antonveneta dagli olandesi di Abn Amro per 6,6 miliardi. Non solo. Perché per finanziare l’operazione il Monte varò un aumento di capitale monstre salvo scoprire nei bilanci della tanto ambita preda padovana tutta una serie di sofferenze che hanno zavorrato conti e strategie di Siena per gli anni a venire.
L’inizio della fine. Nel 2012 Mps dichiarava perdite superiori ai 4 miliardi e mezzo: via Mussari e Vigni, dentro Fabrizio Viola (ad) e Alessandro Profumo (presidente). Venti anni di sofferenze, interventi dello Stato e continui buchi di bilancio da ricoprire che sono costati allo Stato non meno di una dozzina di miliardi.
Così, quando arriva la Meloni, fine 2022, il Mef ha ancora il 64,23% di Siena, ma la banca è senza futuro. Nel giro di qualche anno l’istituto toscano è stato ribaltato. Una parte del merito va all’opera di Luigi Lovaglio, l’ad arrivato quando c’era ancora Mario Draghi a Palazzo Chigi e confermato da Giancarlo Giorgetti (governo Meloni). Il manager ha proseguito a Siena il lavoro di risanatore che aveva portato a termine con successo in Creval (Credito Valtellinese), con un’escalation che parte dal ritorno all’utile del 2023 e prosegue con la riduzione dei crediti deteriorati e l’incremento di raccolta, impieghi e dividendi (distribuiti dopo 10 anni di vacche magre per gli
azionisti). Certo, fondamentale si è rivelato il lavoro e l’appoggio del Mef che intanto ha venduto buona parte della sua quota (passando dal 64 al 4,9%). Ma il punto è che Mps si è trasformata da brutto anatroccolo che nessuno si filava a cacciatore che riesce ad acquisire Mediobanca e che oggi, mentre scriviamo, è contesa tra Banco Bpm e Intesa che ha lanciato un’Opas sull’istituto di Rocca Salimbeni.
In soldoni: Siena è risanata e protagonista sul mercato, mentre Il Tesoro ha incassato 2,6 miliardi per la vendita a tranche della maxi-quota. Un tesoretto al quale andrebbero aggiunti altri 1,3 miliardi per il restante 4,9% che se andrà in porto l’Opas di Intesa sarà convertito in azioni di Ca’ de Sass. «A ottobre 2022 l’intero Monte capitalizzava 210 milioni, poi certo c’è stato un aumento di capitale da 2,5 miliardi, ma meno di quattro anni dopo l’istituto è arrivato a valere in Borsa più di 32 miliardi» spiega a Panorama Marco Greco, ceo di Value Track Sim. «In questi anni è evidente che sia stato fatto un grande lavoro di risanamento».
Diversa la storia di Stm. Sa meno di epopea, ma ha una rilevanza industriale per certi versi maggiore di Mps e Tim. STMicroelectronics è uno dei leader europei dei semiconduttori, con una forte specializzazione nei chip analogici (meno su quelli digitali) che servono a far funzionare le auto elettriche e gli smartphone e sono essenziali anche per l’Iot (Internet delle cose) e l’energia rinnovabile. Il presente, certo, ma soprattutto il nostro futuro. Tant’è che era difficile capire perché l’azienda facesse così fatica con ricavi in continua contrazione, tagli alle commesse e margini sempre più ridotti.
All’inizio del 2026 la rinascita. Fondamentale l’esplosione del business dei data center e dell’Intelligenza artificiale, certo, ma anche sulla governance alcuni nodi si sono sciolti. Il colosso dei chip è controllato congiuntamente da Italia e Francia attraverso una partecipazione strategica paritetica (Mef e Bpifrance hanno il 13,75% a testa) che Roma giudica troppo indirizzata verso Parigi. Colpevole? L’amministratore delegato Jean-Marc Chery che guida il gruppo ormai da 8 anni.
A maggio scorso, il pressing del Tesoro ha portato i suoi frutti. L’ex ambasciatore Armando Varricchio è stato scelto come nuovo presidente andando ad equilibrare “l’esuberanza” transalpina. Inutile nasconderselo. Se ci sono i risultati (la trimestrale ha registrato un fatturato sopra i 3 miliardi, più 23% sull’anno prima) i malumori si attenuano.
E soprattutto se il titolo in Borsa arriva a triplicare il suo valore nel giro di pochi mesi, accapigliarsi diventa più difficile. Tant’è. «Negli anni» spiega Greco «la capitalizzazione è passata da meno di 30 miliardi a quasi 62, così la partecipazione del 13,75% del Mef si è rivalutata di 4,39 miliardi di euro. L’aggregato patrimoniale delle tre quote (Tim, Mps ed Stm) mostra una creazione di valore straordinaria sotto il profilo del market cap complessivo che è passato (dati aggiornati a metà giugno) da 36,06 a 115,85 miliardi di euro (+221%). Se consideriamo i pacchetti in mano pubblica, la rivalutazione è stata di poco inferiore ai 10 miliardi di euro».
Un bel tesoretto. Ci sarebbe da aggiungere l’odissea Alitalia, o meglio di Ita. Il carrozzone pubblico che per anni è stato il simbolo degli sperperi di Stato. Con la creazione di una voragine da una quindicina di miliardi. Sul vettore nazionale è assai azzardato parlare di guadagni visto il ridimensionamento, gli aumenti di capitale e la nascita di un nuovo gruppo assai più ristretto del precedente. I fatti però dicono che con la cessione a Lufthansa la compagnia tricolore ha finalmente una prospettiva. Per chiedere di più bisognava volare ancora più in alto nei cieli e rivolgersi all’Onnipotente. Ma non era il caso.