Da Dante ai docenti precari: il mondo ci invidia il Rinascimento, mentre l’Italia smantella la scuola pubblica

  • Postato il 29 marzo 2026
  • Blog
  • Di Il Fatto Quotidiano
  • 2 Visualizzazioni

di Francesco Nicolaci

L’Italia è l’ottava potenza economica mondiale, culla del 70% del patrimonio Unesco, patria di Dante, Leonardo, Galileo e della “Sesta Napoletana” – quell’accordo armonico che ha insegnato la bellezza al mondo. Siamo il Paese che ha inventato gli strumenti ad arco e i codici musicali usati in ogni parte del globo, da andante a vivace con fuoco. Com’è possibile allora che in questa “fucina della storia” la scuola si sia ridotta a ceneri, trasformata in un’azienda di stampo privatista che vive di burocrazia kafkiana e indigenza endemica?

Il contrasto è distopico. Mentre il mondo ancora ci invidia il Rinascimento, noi consumiamo un parricidio silenzioso. Abbiamo smarrito la bussola etica e la maieutica socratica, naufragando in un sistema che ha sostituito il Sapere con il bilancio semestrale.

Oggi la scuola abita un paesaggio desolato, una Waste Land dove le famiglie dettano legge e i vertici si adattano. Siamo passati dal tempio della cultura alla legge aziendale dello “studente come cliente”. Si teme di infastidire i genitori con un’insufficienza; bocciare è diventata un’imprecazione. In questo panopticon distopico, il docente è un pubblico ufficiale svuotato di autorità, affrontato alla pari dai discenti, schiacciato tra direttive orwelliane e la necessità di “fare numeri” per non perdere autonomia.

È grottesco: un Paese che spende miliardi all’anno in interessi sul debito, che si presenta ai summit internazionali tra i leader mondiali e con un Pil nominale di 2.540 miliardi di dollari (terza economia dell’Eurozona, seconda potenza manifatturiera d’Europa, ottava esportatrice mondiale) poi non trova i fondi per risme di carta, fotocopie, tapparelle bloccate o termosifoni funzionanti. Ma se per la scuola non ci sono soldi da dare, per il mercato dei titoli la circolazione a ricevere è frenetica.

Assistiamo a un’emorragia di denaro proprio estratto dalle tasche dei docenti: come i cosiddetti corsi abilitanti, veri e propri “green pass” del cattedrificio a pagamento, che costano tra i 2000 e i 3000 euro, spostamenti esclusi. È un mercato del tempio dove la cultura non c’entra nulla. Le certificazioni informatiche raddoppiano il tetto massimo acquisibile (da 2 a 4 punti) con un tempismo perfetto per essere comprate e caricate nelle graduatorie, mentre una seconda laurea magistrale – frutto di anni di studio e sacrifici – viene umiliata con un riconoscimento di soli 3 punti in più. Più studi, meno vale.

Il volto più atroce di questo sistema è il trattamento riservato ai cosiddetti precari (uso interessante del vocabolo, laddove l’esistenza terrestre per se è precaria e a tempo determinato), i “gladiatori della penuria”. Professionisti del sapere costretti a spostamenti omerici dal Sud al Nord, senza reti di protezione, vittime di un assurdo gioco di società. Ancora, vediamo docenti licenziati il 23 dicembre per essere riassunti il 7 gennaio, o peggio rimossi e ripresi decine di volte nello stesso anno accademico, al solo scopo di negare il pagamento di festività, ponti e fine settimana. Un divide et impera che poggia sulla guerra tra poveri, dove i contratti finiscono il 30 giugno come se la cultura avesse una scadenza e la pausa estiva non appartenesse ai termini all’annualità scolastica, per risparmiare sugli stipendi.

Questi maratoneti di esami, master e dottorati si ritrovano a contare le monetine per una cena di fine anno a base di pizza e Coca Zero, mentre lo Stato elargisce aumenti ridicoli (80 euro netti) prontamente riassorbiti dai costi obbligatori per restare in graduatoria. Persino un comico, Maurizio Crozza, è arrivato a sbandierarlo nel suo programma: lo stipendio di un docente italiano è tra i più bassi d’Europa dopo la Slovenia, e più di tre volte minore rispetto al Lussemburgo, primo della classe.

“L’Italia s’è desta”, cantiamo nell’inno nazionale. Ma la realtà vissuta parla di una situazione divergente, dove la burocrazia dei moduli e dei “ri-moduli” nasconde l’amara lacuna di un sapere sperso nel Mare Nostrum secolare. Non è solo una questione di soldi: è una questione di statuto morale.

Fatti non foste a viver come bruti, ma per seguir virtute e canoscenza, recitava il Sommo Poeta. È ora che lo Stato si ricordi di questa promessa, smettendo di trattare in tal guisa i suoi professionisti. Ripartire dalla Cultura, quella vera, non è un lusso: è l’unico modo per fermare questo parricidio culturale e questo tradimento ancestrale.

L'articolo Da Dante ai docenti precari: il mondo ci invidia il Rinascimento, mentre l’Italia smantella la scuola pubblica proviene da Il Fatto Quotidiano.

Autore
Il Fatto Quotidiano

Potrebbero anche piacerti