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Crisi energetica, le scorte di carburante stanno per finire ma la Ue non sa quando: mancano dati aggiornati e condivisi

  • Postato il 4 maggio 2026
  • Economia
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Crisi energetica, le scorte di carburante stanno per finire ma la Ue non sa quando: mancano dati aggiornati e condivisi

Si è detto più volte che la crisi scatenata dalla guerra in Iran con la chiusura dello Stretto di Hormuz è la più grave minaccia di sempre alla sicurezza energetica. Ma in Unione europea sta anche mettendo in luce una vulnerabilità del tutto nuova, che la distingue da altri recenti choc come quello del 2022 seguito all’invasione russa dell’Ucraina, quando a preoccupare era la carenza di gas. Stavolta il rischio è che ad esaurirsi sia il petrolio disponibile sul mercato e sotto forma di scorte. Il problema è che nel Vecchio Continente nessuno è davvero in grado di dire se succederà la settimana prossima o a fine mese. Perché, come ha ricostruito Politico Eu, le istituzioni europee non hanno un quadro aggiornato giorno per giorno sulle riserve strategiche di carburanti né tantomeno una visione completa delle scorte commerciali, che sono distribuite tra depositi privati, porti, aeroporti e altre infrastrutture. Mentre il conflitto in Medio Oriente spinge al rialzo i prezzi di diesel, benzina e jet fuel, insomma, Bruxelles fa i conti con un vuoto informativo che complica ogni risposta politica ed economica.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia, che per capire quanto siano pieni gli stoccaggi fa riferimento a dati della società di analisi sulle commodity Kpler ottenuti esaminando immagini satellitari dei serbatoi, a febbraio le scorte erano già inferiori rispetto a quelle disponibili un anno prima ma su marzo ci sono dati limitati. Particolarmente ostico capire quale sia davvero la situazione per quanto riguarda uno dei fronti che più stanno preoccupando gli europei in vista delle vacanze estive: la disponibilità di jet fuel, cioè carburante per aerei, visto che le informazioni sono in mano alle aziende che non sono tenute a condividerle. Di qui i corto circuiti comunicativi andati in scena in aprile, con la Commissione che si è affrettata a smentire l’Aie sulle probabili cancellazioni di voli causa mancanza di cherosene.

Non è un caso se – al netto della proposta di un pacchetto di misure la cui adozione è comunque responsabilità dei singoli Stati – la prima mossa concreta di Bruxelles, il 22 aprile, è stata quella di annunciare il lancio di un Osservatorio sui carburanti “che consentirà il monitoraggio quasi in tempo reale di offerta, scorte, importazioni ed esportazioni”. Ma non è chiaro quanto tempo ci vorrà. Politico riporta che un delegato greco, durante un vertice di alto livello sulla crisi, ha addirittura auspicato nell’attesa l’apertura di un canale WhatsApp o Signal tra gli Stati membri e l’esecutivo Ue per coordinarsi in tempo reale.

Il risultato è che, oltre un orizzonte di poche settimane, è difficile fare previsioni. E decidere come muoversi per calibrare eventuali interventi d’urgenza. Quelli adottati finora dalle capitali Ue, peraltro, sono stati apertamente censurati sia dal Fondo monetario internazionale sia dall’Aie. Il capo del dipartimento europeo dell’Fmi Alfred Kammer ha detto al Financial Times che due terzi dei sussidi e delle riduzioni fiscali adottati nell’Ue – come il tetto ai prezzi in vigore in Croazia o il taglio delle accise deciso dal governo Meloni – non sono mirati, nonostante gli avvertimenti sui rischi per la finanza pubblica. L’Aie a sua volta ha ribadito che misure generalizzate di quel tipo tendono a favorire in modo sproporzionato le fasce di reddito più alte – chi viaggia in Ferrari o anche solo su un’auto di grossa cilindrata consuma più carburante di chi prende i mezzi pubblici – e gravano molto sui conti pubblici, risultando poco efficienti. Più efficace sarebbe concentrare gli aiuti sui nuclei più vulnerabili e soprattutto accompagnarli con misure che riducano la domanda di energia, invece che sussidiarla. Misure tanto più indispensabili alla luce dell’estrema incertezza su quanto possiamo andare avanti se Hormuz non riaprirà.

Molti Paesi asiatici si sono già mossi in maniera muscolare a inizio aprile e poco dopo anche l’Australia ha lanciato una campagna informativa ad hoc intitolata “Ogni piccolo contributo conta”. I governi dei 27 invece non sembrano volerne sapere di chiedere sacrifici ai cittadini per evitare una austerity ancora peggiore nel caso la situazione precipiti. E anche la Commissione, in crisi di popolarità, si è tirata indietro e ha eliminato dalla versione definitiva del piano Accelerate Eu per affrontare la crisi energetica le misure potenzialmente più impattanti come l’introduzione di un giorno di telelavoro obbligatorio, l’invito a tenere chiusi gli edifici pubblici quando possibile e obbligare le aziende a evitare i viaggi aerei per motivi di lavoro, l’ampliamento delle zone a traffico limitato e l’organizzazione nelle città di giornate senza auto o a targhe alterne.

Sul piano politico, intanto, vanno in scena le solite divisioni. All’Eurogruppo che si incontra lunedì parallelamente alla riunione della Comunità Politica europea di Erevan è destinato a riemergere plasticamente lo scontro tra i Paesi che chiedono un nuovo sforzo comune, dall’ipotesi di eurobond rilanciata dalla Francia allo scorporo delle spese energetiche dal deficit sostenuto dall’Italia, e il fronte dei cosiddetti frugali, con la Germania in prima linea, che spinge per utilizzare le risorse già disponibili. Mentre per la Commissione è sufficiente mobilitare i circa 95 miliardi tra Pnrr e fondi esistenti ancora disponibili, evitando nuovi strumenti comuni.

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Il Fatto Quotidiano

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