Covid, meglio il Made in China. Le aziende italiane senza ordini
- Postato il 8 agosto 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Covid, meglio il Made in China. Le aziende italiane senza ordini
RICONVERSIONI INDUSTRIALI
L’appeal del Made in China sulla struttura commissariale emerge anche da un’altra storia paradossale, che ha come protagonista sempre un’azienda italiana, la Fatrotec Spa. Il gruppo, che all’epoca si occupava di elettronica e telecomunicazioni, si mette a disposizione della struttura commissariale per la produzione di dispositivi medicali nella prima fase dell’emergenza. Sviluppa un sistema completo di ventilazione, con rilevazione dei parametri vitali, cucito su misura per i pazienti Covid e a fine marzo partecipa a un bando di Invitalia da 650mila euro per la produzione di questo tipo di ventilatori.
Nonostante il momento di estrema emergenza, Invitalia, a detta dell’azienda, ci mette 25 giorni per la fase preliminare di valutazione. L’azienda nel frattempo, vista la contingenza, fa un investimento di 800mila euro per avviare la produzione. I ventilatori sarebbero potuti essere realizzati in due mesi, ed entro sei mesi avrebbero ottenuto tutte le certificazioni previste nel bando di Invitalia, sulle quali, oltretutto, la normativa europea concedeva una deroga in caso di emergenza sanitaria. Tutto viene segnalato dall’azienda via Pec, ma dalla struttura commissariale non arriverà mai nessun ordine.
Ad ottobre del 2020, siamo nel pieno della seconda ondata del Covid, la società «era in grado di produrre 40 sistemi al giorno, che comprendevano ventilatori multi-parametro e sistema di telecomunicazioni, così come accertato anche da Invitalia». «Avevamo, quindi, una capacità produttiva significativa per poter soddisfare tutte le esigenze di quel momento», dirà il presidente del gruppo Francesco Peluso in Commissione d’inchiesta per il Covid. Eppure, dalla struttura del commissario Arcuri non arriverà nessun ordine, nonostante l’investimento prevedesse che i prodotti dovevano essere messi a disposizione del Commissario.
I ventilatori prodotti dalla Fatrotec, tra l’altro, avrebbero avuto un costo analogo ai circa 500 acquistati da Arcuri nella prima fase dell’emergenza e che si sono rivelati inadeguati per i pazienti Covid. Da un’analisi successiva emerse che risultavano «statisticamente meno performanti» e che erogavano «un volume corrente espiratorio inferiore alle altre macchine e ai parametri impostati».
L’ASSOCIAZIONE DI BAFFINO «Privi del marchio Ce e non conformi ai requisiti di sicurezza previsti dalla normativa vigente» erano pure i 140 ventilatori Made in China importati a marzo 2020 grazie ai buoni uffici di Massimo D’Alema. L’ex presidente del Consiglio all’epoca era presidente onorario della Silk Road Global Information LTD, società legata alla Silk Road Cities Alliance, think tank del governo di Pechino nato per supportare il progetto geopolitico della Via della Seta. Della Silk Road Global Information LTD, secondo un’inchiesta de La Verità, facevano parte anche ex ministri e funzionari del governo di Pechino. Il nome di Massimo Prosegue la pubblicazione del dossier riservato sulla gestione della pandemia Covid-19 in Italia. Nelle puntate precedenti abbiamo ricostruito l’impreparazione del Paese, il lockdown deciso dopo una riunione mai verbalizzata e la nomina di Domenico Arcuri alla guida di una struttura dotata di miliardi e poteri straordinari, con controlli fortemente limitati. Abbiamo poi passato in rassegna gli sprechi della gestione commissariale: dispositivi acquistati a prezzi più alti, respiratori inadeguati, siringhe costose, Primule e banchi a rotelle mai usati.
Fino al caso Jc Electronics, costato allo Stato 100 milioni di euro per una certificazione non inoltrata, e alla testimonianza dell’imprenditore sulla richiesta di una consulenza pari al 10% delle forniture.
D’Alema compare nelle mail delle trattative per l’acquisto dei dispositivi, poi rivelatisi senza certificazioni. Un ruolo nella mediazione lo rivendicherà lui stesso in un’intervista al Corriere della Sera: «Nel momento più drammatico della pandemia, in virtù delle mie buone relazioni internazionali coi cinesi, mi è stato chiesto di dare una mano a recuperare dei ventilatori. Il problema era che lo Stato italiano poteva pagare alla consegna mentre i cinesi chiedevano che si saldasse al momento dell’ordine.
Un’associazione internazionale, di cui faccio parte, si fece carico di comprare questi ventilatori per conto del governo italiano, anticipando di fatto i soldi».
A firmare l’acquisto il 13 marzo 2020 fu il capo della Protezione Civile, Borrelli, ma della questione fu interessato anche Arcuri, in qualità di ad di Invitalia, che dì lì a poco avrebbe assunto l’incarico di commissario straordinario. In copia alla mail dell’azienda cinese c’è anche Silvia Fabrizi, dipendente di Invitalia indicata da Arcuri a Benotti, in una serie di messaggi, come la persona che lo avrebbe contattato per l’intermediazione sulla maxi commessa da 1, 25 miliardi di euro di mascherine cinesi.
PRODUZIONE NOSTRANA
Tornando alle aziende italiane, erano diverse quelle che nella prima fase della pandemia misero a disposizione la propria capacità produttiva per immettere sul mercato nazionale i dispositivi di protezione di cui c’era disperato bisogno. Ma non tutte, come nel caso della Fatrotec, nonostante avessero certificazioni e capacità tecniche, furono poi effettivamente contattate dalla struttura commissariale per ordinare i prodotti. «In termini di capacità produttiva, solo le aziende del nostro Comitato erano in grado di produrre circa 60 milioni di mascherine al mese», ha affermato Peluso durante il suo esame testimoniale in Commissione di inchiesta sul Covid. A luglio del 2020 il governo Conte sceglie di affidare il grosso della produzione nazionale di mascherine a Fca Italy. Una commessa da 170 milioni di euro per 2 miliardi di mascherine, 27 milioni al giorno. La struttura commissariale si fa carico dell’acquisto dei macchinari per convertire la produzione, per circa 56 milioni di euro complessivi, e anche dell’acquisto del meltblown da BYD Europe B. V. , per circa 41 milioni di euro in totale. La Protezione civile viene incaricata della distribuzione sul territorio nazionale, e tra i destinatari ci sono anche le scuole. Ma già nel mese di ottobre iniziano le polemiche. Per docenti e genitori le mascherine prodotte da Fca Italy sono inutilizzabili: elastico a forma di “giarrettiera”, sono difficili da indossare e emanano cattivo odore. Finisce che nell’estate del 2021 il ministero della Salute è costretto a chiedere il ritiro di diversi lotti prodotti nello stabilimento di Mirafiori tra agosto e dicembre del 2020. Secondo un’inchiesta di Striscia la Notizia le mascherine ritirate sarebbero state il 10% per cento del totale di quelle prodotte da Fca. Morale: se da una parte c’erano imprese che anticipavano di tasca propria i soldi per riconvertire le proprie linee di produzione per far fronte all’emergenza e poi non ricevevano ordinativi dalla struttura commissariale, per il colosso di John Elkann lo Stato spenderà pure 296mila euro per smantellare a suo carico le 25 linee di produzione che il Commissario diede in comodato d’uso gratuito al gruppo. L’ennesimo paradosso della gestione Conte-Arcuri.
(Continua/8).