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Così il Sessantotto ha snaturato la scuola cancellando il merito

  • Postato il 21 settembre 2026
  • Politica
  • Di Libero Quotidiano
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  • 7 min di lettura
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Così il Sessantotto ha snaturato la scuola cancellando il merito
Così il Sessantotto ha snaturato la scuola cancellando il merito

Nel suo intervento conclusivo a Fenix, la festa di Gioventù Nazionale, Giorgia Meloni ha parlato molto di scuola, educazione, istruzione. La particolarità del suo discorso è consistita nel legare le proposte politiche, nonché la visione del mondo ad esse sottesa, ad una riflessione storica e culturale di ampio respiro. In particolare, il presidente del Consiglio ha parlato del «grande fallimento del Sessantotto», cioè «di una rivoluzione che nasceva per costruire la scuola di tutti e per tutti e ha finito per produrre l’esatto contrario». Come è potuto accadere? Io credo che, in buona sostanza, ciò sia dipeso da un fraintendimento, o un equivoco, che la sinistra politica ha finito per strumentalizzare a proprio vantaggio: quello di attribuire alla vecchia scuola un carattere “classista” che di fatto non aveva. Essa era restata nella sua matrice di fondo gentiliana, nonostante i tentativi fatti dai successori di Gentile, fascisti e antifascisti, per smontare la riforma del ‘23. In verità, ciò che si è confuso è stata la selettività con il classismo. La scuola selezionava per merito e competenze specifiche, ma era anche uno straordinario ascensore sociale, realizzando in pieno quel dettato costituzionale che vuole che si premino i capaci e i meritevoli indipendentemente dal loro portafoglio o dalla classe sociale di appartenenza. Avrebbe potuto essere altrimenti da parte di un ministro di umilissime origini e che per tutta la prima parte della sua vita aveva combattuto con la povertà?

 

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All’uguaglianza delle condizioni, il Sessantotto ha sostituito l’ugualitarismo; al principio di autorità e autorevolezza dei docenti, il principio della codecisione assembleare e della parità, non ideale ma di fatto, di docenti e studenti; ad una idea classica di cultura, una parificazione fra culture e subculture, cioè fra la cosiddetta “cultura alta”, che è poi la cultura tout court, e la “bassa” ,rappresentata per lo più da un sorta di “pensiero breve” che non contempla la fatica e il sacrificio (il “buonismo” di cui pure ha parlato il premier nel suo intervento). Ovviamente, questa lotta al principio di autorità rifletteva una tendenza presente in tutta la società, non limitata alla scuola: una sorta di democraticismo a buon mercato che, a conti fatti, tanti problemi ha creato alla nostra vita comune.

 

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Né va trascurato il fatto che il Sessantotto culturale era un erede degenere delle due grandi culture politiche che avevano dominato il Paese nel secondo dopoguerra: la comunista e la cattolica. Nel primo caso, i nuovi marxismi, a cominciare dal cosiddetto “operaismo”, nascevano in perfetta antitesi alla tradizione gramsciana, che dell’educazione aveva comunque una concezione severa; mentre posizioni come quelle di Don Milani in ambito cattolico erano rivolte proprio contro certe tradizioni pedagogiche secolari dell’educazione ecclesiastica. Sulla scia del Sessantotto si affermarono poi tutta una serie di patchwork culturali che assembravano nozioni di facile impatto trasmesse soprattutto delle scienze umane americane: psicologismi e sociologismi a buon mercato che hanno costituito per molti anni la cultura di sfondo degli operatori scolastici e i cui effetti è ancora dato di riscontrare in molti libri di testo e nei più vari supporti alla vita scolastica presenti sul mercato. Cosa fare? Ovviamente non si tratta di tornare indietro, o restaurare condizioni adeguate a un tempo che non è più il nostro. Si tratta però di riconoscere l’origine del problema, come ha fatto Meloni, il pregio del cui intervento è consistito forse proprio nel far capire come oggi, per così dire, i più deboli siano tutelati più dalle politiche di destra che non dalle fallimentari ricette che la sinistra si ostina a riproporre. In effetti, «il conto salato non lo ha pagato chi aveva gli strumenti economici per trovare altrove quello che la scuola italiana non poteva garantire», ma «chi per crescere, per affermarsi, poteva contare solo sulla scuola pubblica».

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Autore
Libero Quotidiano

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