Conoscere – Capire – Sapere
- Postato il 2 settembre 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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Generazione sintesi AI in corso…
“Arriviamo a capire cosa significa pensare quando noi stessi pensiamo. Perché un tale tentativo riesca, dobbiamo essere preparati a imparare a pensare. Non appena ci impegniamo in questo imparare, abbiamo già anche confessato che non siamo capaci di pensare. Eppure l’uomo significa colui che può pensare, e questo a giusto titolo”. Questa affermazione è contenuta nel saggio di Martin Heidegger che raccoglie lezioni tenute tra il 1951 e il 1952 all’Università di Friburgo sotto il titolo, non casualmente in forma interrogativa, di Che cosa significa pensare? La sua affermazione mi riporta alla memoria un interessante lavoro di Julian Jaynes pubblicato nel 1976: “Il crollo della mente bicamerale e l’origine della coscienza”. Le due diverse prospettive, filosofica la prima, psicologica e neurofisiologica la seconda, possono suggerire considerazioni, a mio avviso, estremamente affascinanti circa il rapporto tra l’uomo e l’Essere che attiva e si esprime lungo l’itinerario indicato, anche con un sorriso per ricordare l’impiego del trattino a opera del maestro tedesco, come Conoscere – Capire – Sapere. L’animale che è in grado di pensare, che per Heidegger è l’esser-ci, si scopre capace a tale attività ma, come è naturale, è bene che impari a farlo, si tratta di un percorso incontro alle proprie possibilità. Comprendere di essere colui che può pensare, possiamo definirlo, nell’ottica di Jaynes, prendere coscienza di ciò che succede in noi. Aggiungerei, assumendone la responsabilità e sollevando da essa i due studiosi, che l’impiego della possibilità e il progressivo prenderne coscienza, convergono nel fine archetipo del rapporto tra l’io e l’altro da sé. Nel momento in cui l’essere umano si è colto come soggetto in grado di distinguersi da ciò che lo circondava, sia materialmente che intellettualmente, ha conosciuto l’orrore della consapevolezza del caos nel quale era immerso e, subito, ha avvertito l’urgenza di “mettere ordine nel perenne fluire del tutto”.
Lo strumento principe, del quale si è scoperto potenzialmente fornito “l’animale che pensa”, è il linguaggio, mezzo con il quale individuare fenomeni, attribuire loro un suono che li identifichi, collocarli all’interno di un sistema sintattico, renderli condivisibili con la specie, strumento formidabile per rendere le cose utilizzabili, funzionali, proprie e, soprattutto, non più spaventose ed estranee. Sintetizzo, spero senza esagerare, tale viaggio nella prospettiva di Jaynes: lo psicologo statunitense sottolinea la struttura bicamerale del cervello, la sinistra, fondamentalmente sede del linguaggio, della voce più familiare all’uomo stesso; la destra abitata dalle “voci degli dei”. Rimando al saggio per la geniale comparazione tra l’eroe dell’Iliade, Achille, e quello dell’Odissea, Ulisse, che rappresenta, nel primo, chi ancora ascolta le voci in sé come provenienti dalla dea Teti, nel secondo, chi conversa con esse, pur riconoscendole espresse dalla madre divina, non a caso Atena, dea della conoscenza, in un consapevole dialogo. Ulisse è, nella catena evolutiva, il momento del “crollo della mente bicamerale”. Ma la bicameralità della mente possiamo ritenerla definitivamente scomparsa? Se, come sostiene Jaynes, la storia è “il lento ritrarsi della marea delle voci e delle presenze divine”, credo permanga una sorta di “nostalgia delle origini”, di quella capacità di ascoltare la voce del divino, o quella dell’Essere, per usare un lessico heideggeriano, o quella dell’Inconscio, in prospettiva psicologistica, o quella dell’Arte come afferma Shelley che descrive l’intuizione poetica come “un carbone quasi spento, che una qualche influenza invisibile, come un vento incostante, può avviare dandogli un transitorio splendore”. Resta il fatto, per rimanere nell’allegoria di Shelley, che il luminio del carbone carezzato dal vento misterioso, deve raggiungere il linguaggio per divenire poesia.
“Il linguaggio è la casa dell’Essere e nella sua dimora abita l’uomo”, ci insegna Heidegger, mentre Platone afferma che fare filosofia significa non inventare miti, resta il fatto che è noto come il più geniale creatore di miti nei suoi dialoghi. Spesso i paradossi filosofici, reali o apparenti, disvelano ancor di più ciò che la parola non sa dire, o almeno riconoscono l’impossibilità di ridurre il tutto alla sua pensabilità e dicibilità, lo stesso Heidegger afferma che la “possibilità di non capire” è una struttura costitutiva del rapporto tra l’essere umano e il senso dell’Essere. Il primo “incontro” tra l’uomo e il mondo è la consapevolezza di non aver scelto, di essere stati “gettati” in un mondo già dato. Eccoci al primo dei tre termini che costituiscono l’oggetto di queste righe: conoscere. Significa fare esperienza, raccogliere informazioni, una sorta di approccio propedeutico, questo sia verso i fenomeni come nei confronti di persone, idee, tecnologie. L’informazione su cos’è un computer o un cellulare non implica di saperlo utilizzare o conoscerne le dinamiche costitutive; questo è forse ancor più vero nel caso del vicino di casa, del quale ci è nota l’età, la professione, la composizione della famiglia o il ruolo di consigliere di condominio. Il passaggio successivo, comprendere, implica di “imparare a usare”, cioè collocare i dati raccolti nel corso della prima fase, all’interno di una struttura logico funzionale. L’altro, a questo punto, rientra nella “narrazione di lui” che facciamo a noi stessi, l’acutezza e l’eleganza della narrazione ci rende abili utilizzatori e prossimi a capire. Maggiore è l’apertura e la profondità del nostro “darci per ricevere e viceversa”, attraverso la narrazione che connette le informazioni in nostro possesso in una struttura di senso, migliore risulterà l’incontro che ci rappresenta e ci rivela, sia noi che il mondo. Tornando al vicino, nella prima fase le nostre parole scambiate con lui erano “chiacchiera”, come le definirebbe Heidegger, la narrazione ha introdotto emozioni, condivisioni, sentimenti, l’inautentico rapporto precedente può evolversi in autentico conversare.
Resta aperta la questione del terzo livello, quello del Sapere. Se siamo gettati nel mondo e dobbiamo imparare a usarlo allora il conoscere e lo stesso capire si riducono a un imparare a usare, un definire “in base a cosa serve”, ma non avremmo alcun accesso a che cos’è, manca il livello di osmosi libera tra la mia totalità sinestetica non censurata dalla vecchia donnaccia ingannatrice, per dirla con Nietzsche, libera di “aprirsi all’essere” per tornare ad Heidegger, ma se il linguaggio è la casa dell’Essere significa che l’uomo ha le chiavi di casa, tutto organizza il linguaggio dell’uomo ma a condizione di ospitarlo nella casa che abita. E ciò che resta là fuori? Il meraviglioso caos capace di suggerirci una stella danzante? Non è un caso che la Choreia una e trina, splendidamente descritta da Tatarkiewicz nella sua Storia dell’estetica, cominci da lì, proprio dalla danza, dal rapporto del corpo con la vita, si esprima poi nella musica per, infine, incontrarsi con la parola e ricostituire un’assoluta unità: la Choreia, appunto. L’unità riconquistata è il sapere sinestetico, che non si ferma all’incontro conoscitivo, che non ha urgenza di comprendere riportando il caos a un ordine che non può coglierlo e accoglierlo, che non usa il linguaggio come interprete, ma prova a liberarlo dalla prigione logico sintattica. In questo modo il linguaggio diviene tramite per essere dimora dell’Essere come autenticità primigenia, ma con una nuova consapevolezza. L’animale che pensa acquisisce intelligenza delle proprie possibilità per un incontro olistico con il tutto e, quindi, con se stesso. Resta aperta, infatti, un’ultima questione: se ogni relazione tra il soggetto e l’altro da sé è imprigionata nella zona inautentica del conoscere e del comprendere finalistico, che possibilità posso mai avere di sapere me stesso? Interrogativo retorico: come quando si scopre di amare, in quell’istante non si ha più nessuna necessità di intermediari, narrazioni e spiegazioni, si accede direttamente alla condizione sapienzale dell’altro, è importante riuscire a vivere allo stesso modo l’incontro con il sé, come atto di amore anarchico e assoluto, aperti allo stupore di sé.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.