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Chi è davvero Vladimir Putin?

  • Postato il 1 settembre 2026
  • Di Focus.it
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In sintesi

Generazione sintesi AI in corso…

Chi è davvero Vladimir Putin?
La camminata un po' ciondolante da teppistello di quartiere, perso nella giacca troppo larga del suo abito nero, percorre ad ampie falcate il lunghissimo tappeto rosso spiegato nel Gran Palazzo del Cremlino, la residenza storica degli zar, per la sua cerimonia di insediamento. Tirato? Emozionato? Gongolante? Difficile dirlo. Nelle videoregistrazioni di quell'evento, il nuovo presidente russo Vladimir Vladimirovich Putin ha un viso indecifrabile, mentre procede osservando di sottecchi la folla di 1.500 invitati che lo applaude. Sembrerebbe intimidito, se non fosse per i suoi occhi, che guizzano circospetti e famelici. Il 7 maggio 2000, a un mese e mezzo dalla vittoria elettorale, dopo una scalata al potere fulminea e per molti inattesa, l'ex primo ministro prestò giuramento per la prima volta. E oggi occupa ancora quel posto. Come c'è riuscito? Chi era davvero quel burocrate, ex agente dei servizi segreti russi e futuro autocrate?. Il signor nessuno "L'uomo più potente del mondo", lo definì la rivista economica americana Forbes nel 2013, quando ormai la parabola ascendente del suo decennale potere si era dispiegata. Eppure il 26 gennaio del 2000, esattamente due mesi prima delle presidenziali, nessuno dei membri dell'élite politica e imprenditoriale sovietica presenti al Forum economico mondiale di Davos (Svizzera) seppe rispondere alla domanda del moderatore di una tavola rotonda sulla Russia: «Chi è il signor Putin?». Silenzio. E l'intera sala scoppiò a ridere. Di lì a poco si sarebbero accorti che non c'era nulla di divertente. Anche se, per prevederlo, sarebbe forse bastato mettere insieme alcuni indizi. Non ultimo, il fatto che tra i famosi 1.500 invitati plaudenti ricordati all'inizio, comparisse anche l'ex presidente del Kgb, i servizi segreti sovietici, Vladimir Kryuchkov, uno dei promotori del fallito colpo di Stato (1991) contro l'allora presidente Michail Gorbaciov.. Ascesa oscura Gli anni Novanta si erano aperti male, per l'Unione Sovietica, ma anche la loro fine non prometteva bene: mentre nel mondo si diffondevano Internet, i cellulari e il sistema operativo Windows, la Russia viveva una gravissima crisi economica, innescata dalla corsa alla liberalizzazione dell'economia seguita allo scioglimento della vecchia Unione Sovietica. Tra il popolo che pativa la fame e i futuri oligarchi che a colpi di corruzione avevano sfruttato la privatizzazione delle aziende statali per accumulare fortune e potere, l'impopolarità del successore di Gorbaciov, Boris Eltsin, raggiunse i massimi storici.. Per la "Famiglia", la ristrettissima cerchia di parenti e fedelissimi, il suo unico scopo diventò la ricerca di un successore che gli permettesse di mantenere libertà, status e interessi economici una volta fuori dal Cremlino. Secondo il racconto dell'oligarca Boris Berezovskij, uno degli ultimi della Famiglia, fu lui a fare il nome di Putin, sostiene la giornalista, saggista e attivista russa Masha Gessen, nel libro L'uomo senza volto (Sellerio). «Probabilmente l'aspetto più strampalato della sua ascesa al potere è che chi l'ha messo sul trono lo conosceva poco più di quanto lo conoscesse chiunque di noi. Berezovskij mi disse che non lo aveva mai trovato interessante come persona. Evidentemente ritenne che fosse proprio quella caratteristica a farne il candidato ideale come successore di Eltsin: una persona apparentemente senza personalità si sarebbe dimostrata malleabile e disciplinata. Ma si sbagliava di grosso».. L'ombra del KGB Molti analisti politici ritengono che, oltre alla Famiglia, anche la famiglia lavorativa di Putin, cioè il vecchio Kgb, sciolto nel 1991 e risorto come Fsb (l'agenzia federale speciale per la sicurezza interna), avesse intravisto qualcosa in quell'agente, di basso grado ma leale al sistema e fin troppo zelante: una possibile risorsa da infiltrare per far tornare al potere la componente conservatrice e nazionalista dell'ex Unione Sovietica.. Così si spiegherebbe, all'indomani della caduta del Muro di Berlino (1989) e della fine del suo lavoro di agente nella Germania Est, l'ingresso di Putin in politica, alla scrivania del gabinetto per le relazioni esterne del primo sindaco eletto democraticamente a San Pietroburgo, il suo vecchio docente universitario ed ex membro del Consiglio presidenziale di Eltsin, Anatolij Sobchak. Chi dei due fosse lo zoppo e chi l'accompagnatore che dall'altro imparò l'arte della corruzione non è dato sapere, ma è probabilmente in quell'ufficio che, secondo accuse non del tutto confermate, Putin gettò le basi del proprio potere. Come? Con il denaro delle tangenti degli oligarchi che, pare, approfittarono di contratti farlocchi redatti dal gelido braccio destro del sindaco per ottenere materie prime in cambio di mai consegnate scorte alimentari per la città.. Pugno di ferro Quando Sobchak perse le nuove elezioni (1996), la carriera di Putin decollò: nel 1998 il presidente Eltsin lo nominò direttore della Fsb e ad agosto dell'anno successivo gli affidò l'incarico di capo del governo della Federazione russa. Coincidenza, meno di un mese dopo il suo grande salto politico, tragici attentati esplosivi, almeno uno dei quali venne attribuito da un'inchiesta giornalistica alla Fsb, colpirono Mosca e altre città russe.. «Gli daremo la caccia ovunque siano, li distruggeremo. Anche se fossero al gabinetto, li butteremo nel cesso», fu la reazione decisa e non proprio oxfordiana del novello premier, nel suo primo discorso alle televisioni. Con chi ce l'aveva? Non con l'Fsb, ma con i separatisti ceceni che avevano dichiarato l'indipendenza dalla Federazione russa nel 1991 e contro cui Eltsin aveva perso la guerra antisecessione (1994-1996). Il giorno dopo, le forze russe invasero la Cecenia. Non prometteva di sottoporre i terroristi alla giustizia dello Stato. Non una parola che esprimesse pietà per le centinaia di vittime delle esplosioni. Era il linguaggio di un capo che aveva in mente di governare con un pugno di ferro, nota Gessen. Un assaggio del mito del teppista di Leningrado creato dallo stesso Putin agli inizi della sua carriera politica; a posteriori, un manifesto del proprio modo di intendere la gestione del potere. Funzionò: il linguaggio preso in prestito dalla strada, la retorica intrisa di riferimenti nazionalisti e l'ostentata spavalderia da difensore della sovranità, dei simboli e delle tradizioni russe, suo marchio di fabbrica, gli guadagnarono il favore del popolo e gli spianarono la strada della presidenza. "Oggi nell'ultimo giorno del secolo mi dimetto", dichiarò in tv, a mezzogiorno del 31 dicembre 1999, Boris Eltsin.. Millennium bug A mezzanotte, sui televisori apparve Putin, fresco di successione d'ufficio a presidente pro tempore. Il primo atto del nuovo presidente fu garantire l'immunità giudiziaria al proprio predecessore, poi il "millennium bug" in completo grigio si stabilì nel malandato frutto russo e cominciò a scavarlo. Se la conoscenza del sistema, una innegabile determinazione e gli appoggi giusti gli erano valsi la conquista incredibile e rapidissima del potere, per consolidare e rafforzare la propria posizione Putin si servì di un'aggressiva politica di stampo dittatoriale. Il 13 maggio 2000, sei giorni dopo il suo primo giuramento da presidente, propose sei leggi al parlamento, tutte mirate, come dichiarò, a «rafforzare il potere verticale», scrive Gessen. «Questi decreti determinarono l'inizio di una radicale ristrutturazione dell'assetto federale della Russia o, in altre parole, l'inizio dello smantellamento delle strutture democratiche del Paese».. La storia privata di Putin, così come la raccontò in prima persona nella sua biografia (scritta da tre giornalisti per la campagna presidenziale del 2000), è la vita di un rissoso teppista di umili origini, nato il 7 ottobre 1952 a Leningrado (il nome di San Pietroburgo fra il 1924 e il 1991) e cresciuto tra la miseria e la violenza della strada. Per i suoi genitori, sopravvissuti a stento alla Seconda guerra mondiale e alla perdita di altri due figli, Vladimir fu quasi un miracolo. E non solo per loro, visto che si sparse la voce che lo avessero adottato (alla vigilia della prima elezione si fece avanti una donna, dalla Georgia, che sosteneva di essere la sua madre biologica). Viziato per quanto possibile, molto più fortunato della media dei suoi coetanei, con un orologio al polso, un televisore e un telefono nella stanza di un appartamento condiviso in cui viveva con la sua famiglia, Vladimir passò i primi anni di scuola facendo a botte. Sogni da 007 L'aggressività non lo abbandonò mai, ma a 13 anni la mise al servizio di uno scopo: diventare un agente segreto del Kgb, come il protagonista del libro Lo scudo e la spada, diventato una serie televisiva di successo in quegli anni. Ci riuscì, dopo la laurea, anche se non ebbe mai il ruolo da 007 che sognava: voleva essere una spia, ma si ritrovò travet della polizia segreta, con incarichi secondari tra le scartoffie di Leningrado prima, Dresda (Germania dell'Est) poi. Ritagliava giornali, beveva birra e ingrassava, a fianco dell'attuale ex-moglie, Ljudmila, con cui aveva avuto due figlie, isolato in una specie di bolla sovietica più chiusa e retrograda dell'originale, percorsa dalla brezza di rinnovamento portata da Michail Gorbaciov. Poi cadde il Muro di Berlino e tornò a Leningrado (1990): da lì, dopo aver toccato il fondo di una grigia routine che secondo alcuni analisti sarebbe stata solo una copertura, cominciò la sua ascesa all'agognato potere. . Putinismo Era la realizzazione pratica dell'ideologia putiniana (il cosiddetto "putinismo"): un potere centralizzato, concentrato e controllato da un apparato presidenziale fatto di pochi collaboratori fidati, spesso provenienti dall'intelligence e dalle forze armate di San Pietroburgo. Su tutti, lui, l'autocrate dalla faccia muta, che a tre mesi dall'insediamento, con la compiacenza di giudici e tribunali, cominciò a togliere potere e beni agli uomini più ricchi del Paese. Incluso lo sprovveduto talent scout Berezovskij, proprietario del principale canale televisivo del Paese, costretto a emigrare nel Regno Unito.. Come sostiene Gessen, «Putin si conquistò il ruolo di padrino di un clan mafioso che controllava il Paese», e lo fece attraverso i metodi imparati sul campo ai tempi del Kgb: la propaganda, il dominio sull'informazione, la manipolazione dell'opinione pubblica con la diffusione di fake news costruite per affossare gli avversari, la repressione violenta di ogni opposizione politica.. Morte al dissenso «La verità semplice e ovvia è che la Russia di Putin è un Paese nel quale i rivali politici e i critici espliciti del regime vengono spesso uccisi e che, almeno in qualche caso, l'ordine viene direttamente dall'ufficio del presidente», conferma l'attivista. Il lunghissimo elenco di vittime dell'ultimo quarto di secolo include disobbedienti ex ufficiali dei servizi segreti come Aleksandr Litvinenko, giornalisti come Anna Politkovskaja, attivisti come Aleksej Naval'nyj, ma anche le morti sospette di ex sostenitori diventati troppo ingombranti o troppo audaci, come Sobchak e Berezovskij. E il terrore viaggia anche online: hacker, fabbriche di troll e reti di organizzazioni sotto il controllo del Cremlino, come la ben nota Russosphere, combattono la loro guerra ibrida con cyber attacchi alle infrastrutture europee, propaganda mirata contro l'Occidente e interferenze politiche per favorire le destre nazionaliste e i loro candidati (nel caso delle presidenziali statunitensi del 2016, Donald Trump). Lo scopo ultimo: fomentare odio e paura. Perché l'economia di guerra, lo si vede dall'attacco all'Ucraina, garantisce a ogni autocrate l'appoggio delle forze militari necessario per rimanere al potere. Così il "baco del millennio" riesce a sopravvivere, sull'ormai sfatto albero che lo ospita..
Autore
Focus.it

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