Censurare il virus: come Pechino oscurò il dissenso e la pandemia
- Postato il 5 ottobre 2026
- Estero
- Di Agi.it
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Censurare il virus: come Pechino oscurò il dissenso e la pandemia
AGI - All'inizio del 2020 il governo cinese si trovò ad affrontare contemporaneamente due emergenze: una malattia sconosciuta che minacciava di diffondersi rapidamente tra la popolazione e una massa crescente di voci online che raccontavano al mondo ciò che stava accadendo. Alla fine dell'anno, entrambe apparivano sotto controllo. Da una parte l'epidemia, dall'altra un sistema di censura e propaganda che aveva progressivamente soffocato le informazioni negative e riscritto la narrazione della crisi.
Nei primi mesi dell'anno migliaia di messaggi comparvero sui social network cinesi, in particolare su Weibo, con utenti che chiedevano apertamente se le autorità locali stessero nascondendo un nuovo virus simile alla Sars. Il volume delle proteste fu tale che inizialmente i censori non riuscirono a cancellarle tutte. Anche alcuni media colsero quella breve finestra per pubblicare inchieste particolarmente critiche, ampiamente condivise online.
Il cambio di strategia di Pechino e la figura di Li Wenliang
Quando Pechino definì una strategia comunicativa più precisa, però, molti di quei contenuti furono progressivamente oscurati. In quella fase anche la figura del presidente Xi Jinping scomparve temporaneamente dalle prime pagine dei principali media statali. Poco dopo il governo centrale spostò l'attenzione sulle responsabilità delle autorità locali di Wuhan, mentre gli organi di stampa arrivavano a chiedere perché la popolazione non fosse stata avvertita prima. All'inizio di febbraio Xi tornò invece al centro della scena pubblica come simbolo della risposta e della ripresa del Paese.
Il caso più emblematico fu quello del medico Li Wenliang, diventato noto per aver cercato di mettere in guardia i colleghi sulla presenza di un virus simile alla Sars. Li era stato accusato di aver "disturbato l'ordine sociale" diffondendo "false informazioni". Dopo la sua morte, il 7 febbraio, oltre un milione di utenti lasciarono messaggi sulla sua pagina Weibo, trasformandola in una sorta di "muro del pianto" digitale. Molti post furono però cancellati periodicamente e gli utenti ricorsero a emoji, codice Morse e antichi caratteri cinesi per aggirare la censura.
La repressione dei citizen journalist e del dissenso studentesco
Ancora più duro fu il destino di alcuni citizen journalist che cercarono di raccontare dall'interno la situazione di Wuhan. Chen Qiushi, Fang Bin e Zhang Zhan riuscirono a diffondere all'estero video visualizzati centinaia di migliaia di volte, aggirando la "Grande Muraglia digitale" cinese. Secondo il Committee to Protect Journalists, le autorità arrestarono diversi reporter la cui attività metteva in discussione la narrazione ufficiale di Pechino. Zhang Zhan fu incarcerata, mentre Li Zehua scomparve per due mesi dopo aver pubblicato un video nel quale affermava di essere inseguito dalla polizia.
Con il passare dei mesi, mentre la Cina insisteva sul successo ottenuto nel controllo del coronavirus, la censura colpì anche le proteste degli studenti sottoposti a rigidi lockdown nei campus e le manifestazioni di malcontento dei giovani sui social network.
La costruzione della narrazione ufficiale e il messaggio di fine anno
Parallelamente, libri, programmi televisivi e media statali contribuirono a costruire un'immagine sempre più ottimistica della gestione della crisi. A fine 2020 il messaggio proposto da Pechino era ormai chiaro: la Cina aveva superato la pandemia grazie alla propria unità e al proprio modello politico, mentre Stati Uniti e Paesi occidentali venivano rappresentati come società divise e incapaci di fronteggiare l'emergenza. Anche il legame originario tra Wuhan e il coronavirus venne progressivamente ridimensionato, mentre sui media cinesi trovavano spazio ipotesi secondo cui il virus avrebbe potuto avere origine in Occidente.
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