Caso Guarascio, la Procura di Crotone nel limbo per il corto circuito dei ricorsi
- Postato il 10 giugno 2026
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Il Quotidiano del Sud
Caso Guarascio, la Procura di Crotone nel limbo per il corto circuito dei ricorsi
Il corto circuito dei ricorsi blocca la Procura di Crotone nel limbo, il parallelismo tra il caso Guarascio e il precedente di Bombardieri.
CROTONE – Dopo oltre un anno dalla nomina del procuratore di Crotone, Domenico Guarascio, che dalla sua nuova postazione ha avviato numerosi e scottanti procedimenti, lo Stato si inceppa in una disputa su come misurare il suo merito e quello del magistrato ricorrente. Una disputa che richiederà mesi per la risoluzione da parte del Csm. Meglio un super-esperto di ‘ndrangheta, in una terra difficile come Crotone, o chi ha più anni di anzianità e gestione dell’ufficio sulle spalle? Questo il quesito al vaglio dell’organo di governo della magistratura dopo che il Consiglio di Stato ha accolto il ricorso del sostituto procuratore di Cosenza Bruno Antonio Tridico annullando la delibera di conferimento dell’incarico a Guarascio da parte del Csm. Il paradosso è che un pm “da trincea”, che conosce a menadito le dinamiche mafiose di Crotone per averle indagate sul campo, rischia, in teoria, di essere rimosso.
Cosa succede ora
Cosa succede adesso dal punto di vista pratico? Chiariamo subito che non si vive in un limbo istituzionale e operativo. La sentenza del Consiglio di Stato è esecutiva. Ma la nomina di Guarascio è prorogata di fatto. La pratica torna alla Quinta Commissione del CSM, che deve riesaminarla. Conoscendo i tempi dell’organo di autogoverno, non si tratta di giorni, ma di mesi. Che fine fanno le inchieste e gli atti firmati da Guarascio? Questo è il punto che spesso allarma l’opinione pubblica.
Nessun colpo di spugna sui processi
Non ci sarà nessun colpo di spugna sui processi. Le direttive organizzative, i visti sui fascicoli e i provvedimenti firmati da Guarascio dal gennaio 2025 fino alla sentenza restano validi. Il lavoro della Procura da lui diretta non viene azzerato. Il Consiglio di Stato ha disposto che il Csm rifaccia il giudizio comparativo tra i due magistrati. Ora il Csm ha due strade. Nominare Tridico. O riscrivere la delibera a favore di Guarascio, blindandola. Il Csm potrebbe tentare di motivare nuovamente la preferenza per Guarascio, questa volta evitando l’errore della “duplicazione” e sforzandosi di spiegare perché la sua specificità, una decina d’anni in servizio alla Dda, prevalga sulla maggiore ampiezza di materie del rivale.
La duplicazione
L’errore della duplicazione (o del “doppio conteggio” dello stesso titolo) è il vizio logico e giuridico centrale che ha portato il Consiglio di Stato ad annullare la delibera del Csm. In parole semplici, consiste nel prendere una singola esperienza professionale del candidato —i 9 anni e mezzo passati da Guarascio nella Dda — e utilizzarla due volte in due momenti diversi della valutazione. Il Csm ha preso i 9 anni di Dda e li ha usati per dare a Guarascio la prevalenza sul primo indicatore, quello attitudinale, che valuta le “esperienze maturate nel lavoro giudiziario”. In questo modo ha neutralizzato e superato il fatto che l’altro candidato, Tridico, avesse 24 anni di servizio (il doppio di Guarascio) e quindi un’esperienza in vari settori della Procura (civile, esecuzione, sorveglianza).
La “sopravvalutazione”
La griglia del Csm ha poi rilevato che in una situazione di pareggio per quanto attiene all’altro indicatore, quello delle “capacità organizzative e di gestione dell’ufficio”, prevalesse la stessa identica esperienza in Dda di Guarascio. Valorizzare l’attività antimafia, secondo il Csm, ha un senso quando l’ufficio da coprire si trova in un territorio a forte densità mafiosa. Così facendo, la specificità antimafia è stata elevata a super-indicatore. “Sopravvalutata”, scrive in sentenza il CdS.
Il precedente di Bombardieri
Il caso di Crotone non è isolato. Si inserisce in una scia di scontri che vedono loro malgrado protagonisti magistrati simbolo della lotta alla criminalità organizzata come lo stesso Guarascio. Il caso Bombardieri-Seccia scoppiato a Reggio Calabria è il precedente più clamoroso e calzante e più vicino nel tempo. Giovanni Bombardieri, procuratore di Reggio, al vertice di uno degli uffici giudiziari più esposti contro la ‘ndrangheta, vede la sua nomina annullata dal Consiglio di Stato nel 2022 su ricorso di Domenico Seccia. I giudici amministrativi accusarono il Csm di non aver valutato correttamente il profilo di Seccia, procuratore a Lucera e in passato in servizio alla Dda di Bari. Pochi mesi dopo l’annullamento, il Plenum ri-nominò Bombardieri, riscrivendo la motivazione e sanando i vizi formali indicati dal CdS.
La trincea antimafia
Un esempio plastico di come l’organo di autogoverno rivendichi la propria discrezionalità contro il sindacato dei giudici amministrativi. Bombardieri, oggi procuratore di Torino, da procuratore aggiunto a Catanzaro coordinava la fascia tirrenica e crotonese, gestendo indagini oceaniche sulla ‘ndrangheta. Era il vertice operativo di una delle strutture investigative più efficienti d’Italia. Il ricorso di Seccia, procuratore a Lucera (un ufficio piccolo e poi soppresso), venne visto da gran parte del mondo giudiziario come il trionfo del formalismo burocratico sulla realtà della trincea antimafia. Il Csm, infatti, non fece dietrofront. Riscrisse le motivazioni rivendicando il peso specifico di quel ruolo a Catanzaro, e rimise Bombardieri al suo posto.
La storia si ripete
A Crotone la storia si ripete, ma con una sfumatura ancora più paradossale. La vicenda Crotone è emblematica di un nervo scoperto della magistratura associata. Lo scontro tra il magistrato più “mediatico”, da inchiesta, e il magistrato più ordinario e silenzioso. Da un lato abbiamo Domenico Guarascio. Dieci anni in Dda a Catanzaro, pm di punta del pool guidato da Nicola Gratteri, titolare di inchieste enormi sulla penetrazione delle cosche crotonesi. Parliamo di territori liberati. Basta andare a Cutro, a Isola Capo Rizzuto o a Cirò e Cirò Marina e parlare con la gente del luogo.
Territori liberati
La gente del luogo dirà che se non ci fossero state operazioni come Kyterion, Jonny e Stige (per citarne solo alcune), che hanno azzerato boss e gregari delle famiglie Grande Aracri, Arena-Nicoscia e Farao-Marincola, a comandare nei territori ci sarebbero ancora i plenipotenziari dei clan. Quelli che, circondati da una vastissima zona grigia, si erano proiettati in Nord Italia e all’estero con le loro imprese di riferimento. Poi sono venute anche le inchieste sulle nuove leve e quelle su scenari criminali più sofisticati. Come Glicine-Acheronte, che ha svelato l’interesse della cosca Megna per la finanza clandestina e i bitcoin.
Il corto circuito
Dall’altro lato abbiamo Antonio Bruno Tridico. Un magistrato di lungo corso (VI valutazione di professionalità). Un “generalista” della Procura di Cosenza, che si è occupato anche di esecuzioni e civile e ha il doppio degli anni di servizio rispetto al rivale. Qui scatta il corto circuito all’interno della magistratura. C’è chi accusa il sistema dei ricorsi amministrativi diventato ormai l’arma dei magistrati con carriere meno esposte per scalzare, a colpi di cavilli burocratici e conteggi di tabelle, i colleghi che rischiano la vita in trincea. E c’è chi lamenta che il Consiglio di Stato applichi le regole della dirigenza pubblica (come se si trattasse di nominare il direttore dell’ufficio del Catasto) a uffici dove serve, invece, intuito investigativo e conoscenza di dinamiche mafiose. Di contro, c’è chi dice (come fa il CdS) che non si può usare la “patente antimafia” come un passepartout per scavalcare l’anzianità di chi ha servito lo Stato in settori meno appariscenti ma altrettanto vitali.
Appello a Mattarella
Nel frattempo, l’immagine dello Stato che viene fuori non è bella perché qualcuno pensa che la poltrona di procuratore sia vuota e che si rischi il rallentamento dell’azione giudiziaria. In questo contesto, si moltiplicano le prese di posizione a sostegno di Guarascio. L’ultima è quella dei cittadini Giovanni Lentini, Natale Filiberto e Salvatore Riga, che hanno trasmesso al Presidente della Repubblica e Presidente del Csm, Sergio Mattarella, un «appello civico» per richiamare l’attenzione sulla necessità di «garantire continuità, stabilità e piena operatività» alla Procura di Crotone.
Il limbo dell’incertezza
Pur non entrando nel merito delle valutazioni, i firmatari dell’appello evidenziano come «il territorio crotonese non possa permettersi situazioni di prolungata incertezza nella guida di uno dei più importanti presìdi dello Stato». La provincia di Crotone continua, infatti, a «confrontarsi con problematiche complesse che richiedono una costante e qualificata azione investigativa. Dalla presenza della criminalità organizzata alle infiltrazioni nei processi economici e sociali, fino alle delicate questioni ambientali legate al Sito di interesse nazionale – scrivono – il nostro territorio necessita di istituzioni forti, autorevoli e pienamente operative».
Le preoccupazioni dei cittadini
A ciò si aggiungono le sfide che riguarderanno la provincia nei prossimi anni. Le attività di bonifica ambientale, gli investimenti connessi alla transizione energetica, lo sviluppo delle infrastrutture strategiche e la gestione di importanti risorse pubbliche e private. «Processi che richiedono legalità, trasparenza e un costante presidio dello Stato», scrivono ancora i firmatari dell’appello. La «necessità che la Procura della Repubblica di Crotone possa continuare ad operare con una guida stabile e pienamente legittimata, evitando che venga disperso il patrimonio di conoscenze, esperienza e continuità investigativa maturato negli anni» è un’idea condivisa da più ambienti.
Le preoccupazioni dei cittadini, in un territorio che ha fame di legalità sostanziale, ora approdano al vaglio della più alta carica dello Stato.
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