Tuttiquotidiani è completamente gratuito. Ogni giorno aggreghiamo notizie da oltre 100 testate e generiamo sintesi AI originali per te. Aiutaci a mantenere il servizio attivo con una piccola donazione, oppure diventa TQ Pro da solo 1€/mese.

Cannes 2026, le 10 cose da sapere tra Park Chan-wook, Travolta, Lennon in AI e l’assenza di Hollywood

  • Postato il 11 maggio 2026
  • Di Panorama
  • 0 Visualizzazioni
  • 7 min di lettura
Cannes 2026, le 10 cose da sapere tra Park Chan-wook, Travolta, Lennon in AI e l’assenza di Hollywood

Cannes, più che un festival, è sempre stato un termometro. Misura la temperatura del cinema, certo, ma anche quella del mondo che lo produce, lo finanzia, lo censura, lo celebra e, quando serve, lo usa come campo di battaglia simbolico. L’edizione numero 79 del Festival di Cannes, in programma dal 12 al 23 maggio 2026, arriva infatti in un momento in cui il glamour della Croisette sembra quasi un esercizio di resistenza: tappeti rossi, abiti da sogno e flash, ma sullo sfondo guerre, tensioni geopolitiche, crisi industriali, il ritorno ingombrante dell’intelligenza artificiale e una Hollywood che quest’anno sceglie di non mandare i suoi blockbuster a farsi giudicare dal tribunale più elegante e spietato del cinema mondiale.

La Palma d’Oro sarà assegnata sabato 23 maggio da una giuria presieduta dal regista sudcoreano Park Chan-wook, primo cineasta coreano a ricoprire questo ruolo nella storia del Festival. Un dato che non è solo decorativo: Cannes consacra così, una volta di più, il peso del cinema coreano nel sistema culturale globale, da Old Boy a Decision to Leave, passando per quella grammatica visiva barocca, crudele e raffinatissima che ha reso Park uno degli autori più riconoscibili del nostro tempo.

La line-up: 22 film in concorso e un festival pieno di maestri

Sono 22 i film in concorso per la Palma d’Oro 2026. La selezione ufficiale mette insieme nomi pesantissimi del cinema d’autore internazionale e nuove traiettorie da osservare con attenzione. In gara ci sono, tra gli altri, Pedro Almodóvar con Amarga Navidad, Asghar Farhadi con Parallel Tales, James Gray con Paper Tiger, Hirokazu Kore-eda con Sheep in the Box, Na Hong-jin con Hope, Cristian Mungiu con Fjord, Léa Mysius con The Birthday Party, Paweł Pawlikowski con Fatherland e Andrey Zvyagintsev con Minotaur.

È una selezione che dice molto già prima di essere vista: meno industria muscolare, più autori; meno luna park americano, più inquietudine europea e asiatica; meno consolazione, più frattura. Cannes 2026 sembra voler ricordare che il cinema non è mai innocente, soprattutto quando finge di esserlo.

Ecco dieci punti per leggere Cannes 2026, secondo noi.

1. Park Chan-wook presidente di giuria porta la Corea al centro della Croisette

La scelta di Park Chan-wook alla presidenza della giuria è una delle notizie simbolicamente più forti di questa edizione. Il Festival lo definisce una figura visceralmente barocca, sovversiva, capace di tenere insieme estetica, violenza morale, desiderio e messaggio sociale. Ma soprattutto Cannes riconosce alla Corea del Sud un ruolo ormai strutturale nel cinema contemporaneo: non più eccezione, non più “fenomeno”, non più onda passeggera. Sistema.

Accanto a lui siedono Demi Moore, Ruth Negga, Laura Wandel, Chloé Zhao, Diego Céspedes, Isaach De Bankolé, Paul Laverty e Stellan Skarsgård. Una giuria internazionale, trasversale, volutamente non addomesticata, che dovrà scegliere il film capace di ereditare la Palma 2025 vinta da Jafar Panahi con It Was Just an Accident.

2. Hollywood resta a casa: niente grande blockbuster americano

La grande assenza di Cannes 2026 è Hollywood nella sua forma più spettacolare. Non mancano film americani, perché Paper Tiger di James Gray e The Man I Love di Ira Sachs sono in concorso, ma manca il blockbuster da tappeto rosso globale, quello che negli anni scorsi aveva portato sulla Croisette il rumore grosso di Top Gun: Maverick, Mission: Impossible o Mad Max: Fury Road.

È un’assenza che pesa perché Cannes, da sempre, vive anche su questa contraddizione: da una parte il cinema d’autore più severo, dall’altra la star system economy nella sua versione più abbagliante. Nel 2026 il baricentro si sposta. Meno franchise, più autori. Meno promozione globale, più rischio critico. E forse anche meno voglia, da parte degli studios, di esporre prodotti costosissimi al verdetto immediato di una platea capace di trasformare una proiezione in incoronazione o esecuzione pubblica.

3. John Travolta debutta da regista e riporta il mito a Cannes

Poi c’è John Travolta, che a Cannes non arriva semplicemente come star, ma come regista esordiente. Propeller One-Way Night Coach è inserito nella sezione Cannes Première ed è indicato nella selezione ufficiale come suo primo film da regista.

L’operazione è perfettamente cannense: un’icona popolare, un immaginario vintage, l’aviazione, la nostalgia di un’epoca in cui il viaggio aveva ancora una liturgia e non solo una carta d’imbarco compressa nello smartphone. Travolta porta con sé il mito di Hollywood anche nell’anno in cui Hollywood, come macchina industriale, sembra fare un passo indietro.

4. Il ritorno russo passa da Andrey Zvyagintsev

Tra i titoli più politicamente carichi c’è Minotaur di Andrey Zvyagintsev, il regista russo di Leviathan e Loveless, assente dal lungometraggio dal 2017 e ora in concorso per la Palma d’Oro.

Il suo ritorno non può essere letto solo come fatto cinematografico. Zvyagintsev è una delle voci russe più riconosciute fuori dal sistema ufficiale del suo Paese, e il titolo stesso, Minotaur, promette già un labirinto morale più che un semplice racconto. In un festival attraversato dalle conseguenze culturali della guerra e dalla difficoltà di separare artista, nazione, potere e dissenso, la sua presenza è uno dei nodi più sensibili.

5. Kore-eda porta l’intelligenza artificiale nel cuore dell’autore

Il giapponese Hirokazu Kore-eda, maestro delle famiglie ferite, degli affetti sottili e delle identità costruite per mancanza, torna in concorso con Sheep in the Box.

Il titolo è già tra i più osservati perché porta dentro Cannes uno dei temi centrali del cinema contemporaneo: la tecnologia non come accessorio futuristico, ma come domanda esistenziale. Che cosa resta dell’umano quando l’immagine può essere generata, manipolata, replicata? E che cosa resta dell’autore quando la macchina entra nello spazio che per un secolo è stato occupato dalla mano, dallo sguardo, dall’errore?

6. John Lennon torna sullo schermo, ma passa dall’AI

L’altro titolo destinato a far discutere è John Lennon: The Last Interview di Steven Soderbergh, inserito tra le proiezioni speciali. Il film lavora sull’ultima intervista di Lennon, registrata poche ore prima dell’assassinio dell’8 dicembre 1980, e utilizza anche immagini generate con l’intelligenza artificiale.

Qui Cannes tocca un nervo scoperto: non l’AI come giocattolo, ma l’AI come resurrezione, archivio, fantasma. Si può riportare in immagine un morto? Si può farlo in nome della memoria senza scivolare nella profanazione? E soprattutto: chi controlla il volto, la voce, il corpo simbolico di un artista quando la tecnologia permette di riaprirne artificialmente la presenza?

7. La Corea raddoppia: Na Hong-jin e Yeon Sang-ho

Non c’è solo Park Chan-wook a segnare la forza coreana di questa edizione. In concorso c’è anche Na Hong-jin con Hope, mentre nelle Midnight Screenings compare Yeon Sang-ho con Gun-che (Colony).

È un dettaglio che dettaglio non è. La Corea continua a muoversi tra cinema d’autore, genere, industria e immaginario globale con una naturalezza che molti Paesi europei hanno perso. Non chiede più legittimazione: la occupa. Cannes 2026 diventa così anche una fotografia del nuovo potere culturale asiatico, dove Seoul non è periferia glamour ma laboratorio narrativo.

8. Il calcio entra nel tempio del cinema

Cannes quest’anno parla anche di calcio. Nella sezione Cannes Première c’è The Match, film di Juan Cabral e Santiago Franco, mentre il documentario Cantona porta sulla Croisette la figura magnetica e controversa di Eric Cantona.

Il punto non è soltanto sportivo. Il calcio, come il cinema, è mitologia di massa, racconto nazionale, identità collettiva, business globale e fabbrica di eroi. Portarlo a Cannes significa riconoscere che oggi la cultura popolare non vive più in compartimenti stagni: un goal, un volto, una maglia o una partita possono raccontare il Novecento quanto un grande romanzo politico.

9. Il Fuori concorso guarda alla Francia, tra De Gaulle e ferite contemporanee

Il Fuori concorso conferma la centralità francese di questa edizione. Tra i titoli ci sono La Bataille de Gaulle: L’Âge de fer di Antonin Baudry, Karma di Guillaume Canet, Diamond di Andy Garcia, Forsaken di Vincent Garenq, Crescendo di Agnès Jaoui e Her Private Hell di Nicolas Winding Refn, mentre il film d’apertura è The Electric Kiss di Pierre Salvadori, presentato fuori concorso.

È una sezione che tiene insieme storia nazionale, thriller, melodramma, trauma politico e spettacolo. De Gaulle, la violenza, l’accusa, la memoria, la colpa: Cannes resta francese proprio quando vuole parlare al mondo. Non per provincialismo, ma perché la Francia continua a usare il cinema come archivio vivo della propria identità.

10. L’Italia non c’è

Nella competizione principale non risultano film italiani, e l’assenza si allarga anche alle sezioni principali della selezione ufficiale. È uno dei dati più amari di Cannes 2026, soprattutto in un’edizione così fortemente dominata dai grandi autori europei e asiatici.

Non è una condanna eterna, ma è un segnale. Cannes non premia la presenza diplomatica, premia la forza dei film e la capacità di un sistema di produrre opere che arrivino nel posto giusto, al momento giusto, con un’identità riconoscibile. L’Italia resta un grande Paese di cinema, ma quest’anno guarda la Croisette da fuori. E per un’industria che ama raccontarsi come centrale, il silenzio pesa quasi quanto un fischio in sala.

Autore
Panorama

Potrebbero anche piacerti