Calcio, la Spagna domina anche in panchina: Luis Enrique e Guardiola i re, poi Fabregas, Iraola, Xavi, Arteta. Perché tutto il mondo li vuole
- Postato il 28 maggio 2026
- Di Virgilio.it
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Il primo fu Luis Suarez, insuperabile regista dell’Inter Mondiale: iniziò la carriera di tecnico in Italia nelle giovanili del Genoa, prima di sedersi nel 1974 sulla panchina della squadra nerazzurra. Poi Cagliari, Spal, Como e il ritorno in Spagna per dirigere la selezione Under 21 e quindi la Nazionale maggiore. Pronto però a tornare all’Inter, che in emergenza lo richiamò due volte, nel 1992 e nel 1995. Poi fu la volta di Luis Enrique, mangiato, digerito, mai capito e sputato dalla Roma in un solo anno, quindi Rafa Benitez, osteggiato da subito all’Inter del post-Mourinho e mai troppo rimpianto dal Napoli dove portò campioni raramente visti prima, da Higuain a Callejon e Reina. Ci sarebbe anche Julio Velázquez che ebbe una breve esperienza sulla panchina dell’Udinese nella stagione 2018-2019. Oggi però i tecnici spagnoli sono i più ricercati, amati e corteggiati, in Italia (dove già ce ne sono due) come all’estero. Qualcosa di più di una moda. Ecco cosa sta succedendo.
- Guardiola e Luis Enrique inarrivabili
- L'esempio di Fabregas
- La generazione di fenomeni
- La scuola italiana
Guardiola e Luis Enrique inarrivabili
Il calcio spagnolo ha avuto i suoi santoni in Luis Aragonès, Tito Vilanova e Vicente Del Bosque ma oggi c’è una new wave che avanza e che ha il suo padre fondatore in Pep Guardiola. Il “guardiolismo” con il suo tiki-taka, l’invenzione del falso nueve, il possesso palla snervante è diventato per lustri una moda: ha tanti figli e figliastri l’ormai ex allenatore del City ma nessun “clone” è riuscito ad eguagliarne fama e successi. Al suo livello (o quasi) c’è però Luis Enrique che dopo l’esperienza semi-traumatica alla Roma è cresciuto fino a diventare uno dei migliori al mondo. Il suo Psg è un modello perfetto, mix straordinario di campioni al servizio del gioco, cosa riuscita a pochissimi al mondo. Alle spalle dei due “fenomeni” c’è però una nutrita schiera di allenatori che fanno impazzire i club.
L’esempio di Fabregas
A far tornare di moda la panchina spagnola è stato Cesc Fabregas, il principale protagonista del miracolo Como. L’ha preso dalla B e l’ha portato in Champions. E non intende fermarsi qui. Ha detto no all’Inter pur di continuare a far miracoli sulla sponda del lago caro al Manzoni e ha vinto la scommessa. Amato e odiato al tempo stesso ha più nemici che amici tra i colleghi, è a volte presuntuoso ma sempre coerente, non rinuncia mai alle sue idee calcistiche e non si piega alla logica del dio-risultato. Oggi è l’esempio più fulgido della new age iberica. C’è poi anche Cuesta che però è uscito un po’ “fuori razza”: catenaccio e contropiede la sua (per ora) filosofia, è il più “italiano” di tutti gli spagnoli emergenti.
La generazione di fenomeni
L’ultima fiamma è Andoni Iraola: 43 anni, allievo di Bielsa e bandiera dell’Athletic Bilbao da giocatore, che lascerà il Bournemouth (che ha scelto Marco Rose al suo posto), e che piaceva al Milan così come il suo connazionale Xavi ma la lista è lunga. Non da oggi brilla la stella di Unai Emery: Autentico specialista delle competizioni UEFA, ha conquistato più volte l’Europa League (tre col Siviglia e una col Villarreal) e ha guidato con successo club prestigiosi come l’Aston Villa. Poi c’è Mikel Arteta: cresciuto sotto l’ala di Guardiola, è diventato uno dei profili emergenti più affermati d’Europa, plasmando l’Arsenal tra le squadre più competitive della Premier League e vincendo il titolo. Ha brillato da tecnico solo in Germania finora Xabi Alonso ma c’è da scommettere che dopo una carriera stellare da centrocampista, si imporrà rapidamente tra gli allenatori di grido.
Poi c’è Iñigo Pérez, navarro ma cresciuto calcisticamente nei Paesi Baschi che siede sulla panchina del Rayo Vallecano dal febbraio 2024ed ha portato alla finale di Conference la sua squadra sconfitta poi dal Crystal Palace.
La cosa singolare, però, è che proprio in Spagna i club più importanti non hanno tecnici made in Spain: il Barca ha vinto col tedesco Flick, il Real si riaffiderà al portoghese Mourinho, l’Atletico Madrid ha da una vita l’argentino Simeone come argentino è Demichelis, americano Matarazzo, cileno Pellegrini.
La scuola italiana
E la scuola italiana? Abbiamo insegnato calci per decenni e ancora ci riusciamo (Ancelotti e Montella ma anche De Zerbi o i ct Maran, Rossi, Calzona), abbiamo Maresca e Farioli sugli scudi, Inzaghi in Arabia ma dai tempi di Trapattoni che ha vinto al Bayern ma anche con Benfica e Salisburgo abbiamo sempre esportato il nostro calcio. Vincendo anche: Ranieri, Conte, Mancini e Sarri in Inghilterra, Capello (che è stato anche ct di Inghilterra e Russia) in Liga. E tecnici bravi ne abbiamo ancora in serie A, da Gasperini a Grosso, da Palladino a Italiano. Sarà solo una moda quella degli spagnoli?