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Brindisi, c’era una volta l’accoglienza: i braccianti regolari sistemati nel vecchio impianto di rifiuti vietato per il rischio di esplosioni

  • Postato il 9 luglio 2026
  • Cronaca
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Brindisi, c’era una volta l’accoglienza: i braccianti regolari sistemati nel vecchio impianto di rifiuti vietato per il rischio di esplosioni

Sistemati in un vecchio impianto per i rifiuti, in una zona vietata agli insediamenti umani per il rischio di esplosioni: da una settimana vivono così i braccianti del territorio di Brindisi. E la città che negli anni ’90 aspirava al premio Nobel per l’accoglienza si ritrova, con lo stesso sindaco di allora, a allestire una discarica umana. Arrivano pedalando nella spietata canicola di luglio, passando accanto alle quattro enormi sfere bianche della Ipem, il più grande deposito di gas da petrolio liquido d’Italia. Sulla maglia celeste di Idris, frutto di chissà quale riciclo della Caritas, spicca la scritta Brindisi FC; sul portapacchi della sua bici rossa scrostata pesa un fardello d’acqua, sei bottiglie da due litri comprate al discount.

“Stiamo male qui, niente supermercati, niente negozi, niente di niente” dice. Da una settimana i braccianti neri del territorio brindisino dormono e vivono qui, tra i gusci vuoti delle industrie petrolchimiche e energetiche della zona industriale; il supermercato più vicino dista 4 chilometri. “Siamo lontani dalle campagne, troppa strada per lavorare” aggiunge un uomo che avrà almeno 45 anni e dal Burkina Faso è arrivato a Brindisi anni fa. I carciofi, gli ortaggi, i meloni che dalla provincia messapica arrivano in tutta Italia passano dalle mani nere degli uomini che pedalano silenziosi sotto il sole e entrano dal cancello semiaperto nell’accampamento che l’amministrazione comunale ha allestito per loro: un altro guscio vuoto industriale, un vecchio impianto di cdr, il combustibile da rifiuto. “Entrata Scarico” è la scritta che nessuno ha rimosso e campeggia sopra la rete metallica a cui sono legate decine di biciclette e stesi ad asciugare panni e coperte. Accanto, un accampamento di tende allestite sotto i vecchi capannoni.

Qui vivono, mangiano e dormono 56 persone, tutte con permesso di soggiorno e regolare contratto di lavoro; i loro compagni senza documenti o impiegati in nero qui non possono trovare asilo e per ora sono dispersi nel territorio brindisino. “Vieni a vedere come viviamo” è l’invito di alcuni dei braccianti, prontamente rintuzzato dall’unico bianco, l’uomo al gabbiotto d’ingresso. “I giornalisti qui non possono entrare” scuote la testa il vigilante, una stella da sceriffo cucita sul petto insieme alla scritta rangers, “disposizioni del Comune” taglia corto. Lo stesso Comune che una settimana fa ha annunciato con toni trionfali il trasferimento dei braccianti in questo deserto postindustriale. “È un impegno che questa amministrazione aveva preso con la città, e lo abbiamo mantenuto. Abbiamo liberato l’immobile dove i migranti erano ospitati in maniera indegna da più di ventuno anni” sono state le parole dell’assessore alle politiche sociali Ercole Saponaro. Il giubilo è per l’operazione con cui il Comune di Brindisi ha sgomberato lo storico dormitorio della città, che si trovava alle porte di Brindisi sulla provinciale per San Vito; aperto nel 2003 come soluzione d’emergenza alla crisi degli arrivi (soprattutto dei richiedenti asilo eritrei) era poi diventato dormitorio per i braccianti stranieri grazie alla vicinanza delle strade che portano alle campagne.

Un luogo oggettivamente indegno, come lo sono molti ghetti agricoli del sud. Per superarlo il Pnrr ha finanziato per 2,3 milioni di euro un nuovo centro, attiguo al Cpr di Restinco. “Un luogo dignitoso, con camere singole dotate di bagno, un centro di formazione lavoro, pulmini per raggiungere le aziende e una mensa” lo definisce la nota stampa dell’amministrazione comunale. Tutto bellissimo, sulla carta. Peccato che il centro di Restinco non sia ancora pronto anche a causa di un incendio, probabilmente doloso, che ha allungato i tempi dei lavori. “Ma speriamo di essere pronti entro la fine dell’anno o anche prima, forse a ottobre” spiega il sindaco di Brindisi, Giuseppe Marchionna. È lo stesso primo cittadino che negli anni ’90 si distinse per umanità nell’accoglienza durante l’esodo degli albanesi; oggi, a capo di una maggioranza di centrodestra (e con l’appoggio esterno di tre consiglieri fulminati sulla strada di Vannacci, passati da Forza Italia a Futuro Nazionale) si ritrova con la patata bollente dei braccianti stranieri da accogliere.

E qui arriviamo al punto: in attesa della nuova struttura di Restinco, perché sgomberare un dormitorio che durava da oltre vent’anni e allestire un accampamento per soli quattro mesi in un impianto di rifiuti? “Il problema è che nel vecchio dormitorio abbiamo progettato una Casa delle culture, un luogo di dialogo e di integrazione, per cui abbiamo ricevuto un bel finanziamento: 1 milione e 600mila euro. E se non concludiamo i lavori entro ottobre, perdiamo i fondi” spiega Marchionna. Potere del denaro: dopo quasi 23 anni il vecchio dormitorio viene sgomberato d’urgenza (con intervento di carabinieri, polizia, guardia di finanza e polizia municipale) e i braccianti regolari sistemati provvisoriamente nel vecchio impianto dei rifiuti, allestito per l’occasione. Senza tenere conto però che si tratta di una struttura insicura e a rischio esplosioni. A dirlo è un documento predisposto dallo stesso Comune di Brindisi: il cosiddetto Erir, cioè l’elaborato tecnico per il rischio di incidenti rilevanti. Si tratta di una delle eredità del disastro di Seveso: da quando nel 1976 la Icmesa esplose, avvelenando con la sua diossina una larga porzione di Brianza, la normativa obbliga a stimare i rischi connessi alle fabbriche che possono causare un incidente rilevante. È il caso della Ipem, che alza al cielo le sue grandi sfere bianche proprio accanto all’accampamento provvisorio: è il più grande stoccaggio di gpl d’Italia, con i suoi quattro serbatoi a sfera fuori terra e i 14 serbatoi tumulati per un totale di 52mila metri cubi di gas da petrolio liquefatto.

Secondo l’Erir brindisino in quel punto la “zona di danno”, quella cioè che verrebbe colpita in caso di incendio, rottura di parti meccaniche o di altri incidenti, oscilla tra un minimo di 174 metri e un massimo di 266 metri. Si trova a una ventina di metri, invece, l’accampamento comunale dei braccianti, che in caso di incidente sarebbero investiti in pieno dagli effetti dell’esplosione o dell’incendio. È il motivo per cui l’Erir vieta in maniera categorica qualsiasi insediamento civile in quel perimetro e mette nero su bianco che “gli insediamenti residenziali più vicini distano 1,8 chilometri”. Una frase che oggi risulta di fatto falsa, vista la presenza del dormitorio comunale al confine con l’impianto di stoccaggio. Ed è forse il motivo per cui l’Elaborato, dopo essere stato approvato nel mese di febbraio dalle commissioni consiliari del Comune di Brindisi, è scomparso dai radar. Se fosse approvato definitivamente in consiglio comunale, infatti, il giorno dopo il comune di Brindisi dovrebbe sgomberare il centro d’accoglienza divenuto palesemente fuori legge.

“Questo è un profilo che andrebbe valutato” dice Fabio Lacinio, dirigente comunale del settore lavori pubblici. “Ma si tratta di una soluzione tampone e proprio in virtù della sua temporaneità abbiamo pensato, insieme alla prefettura e alla protezione civile, che i profili di rischio fossero superabili con un piano di gestione dell’emergenza: dopo tutto si tratta di meno di sei mesi”. Ma se si fosse trattato di un rifugio per senzatetto, magari bianchi, sarebbe stato fatto lì? “Questo non glielo so dire” risponde il dirigente comunale. La domanda che rimane inevasa è un’altra: il luogo è pericoloso o no? “Rispondo a titolo personale: io non ce li avrei messi” dice secco il comandante provinciale dei vigili del fuoco, Giuseppe Galgano, che spiega però di non essere stato coinvolto nella valutazione dei rischi. “Per questo motivo non conosco la struttura ma posso dire che tutte le persone che si trovano a operare in zone a rischio di incidente rilevante, devono essere messe a conoscenza dei pericoli che corrono e devono essere istruite su cosa fare o non fare, quale protocollo seguire in caso di emergenza, eccetera. Le persone ospiti dell’accampamento sono state edotte e sono consapevoli dei rischi?”. La risposta non è facile da trovare nella silenziosa sfilata dei braccianti in bicicletta, che parlano pochissimo italiano, un po’ di francese e quasi per nulla inglese. “Vado a mangiare, ho fame” dice Idris con il suo fardello d’acqua sulla bicicletta avviandosi verso l’ingresso dell’accampamento comunale. “Come cucini? Avete una mensa?” gli chiedo. “No, abbiamo la bombola, accendiamo un fornellino” spiega, facendo balenare un sorriso bianchissimo. Il ranger dietro di lui non sorride, scuro in volto. Le quattro grandi sfere bianche della Ipem con il loro carico di gas esplosivo tremolano al sole di luglio, minacciose, sopra le nostre teste.

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Il Fatto Quotidiano

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