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Boreas, la Germania «territorio operativo» per la ‘ndrina di Cariati e il “locale” di Cirò

  • Postato il 2 luglio 2026
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Boreas, la Germania «territorio operativo» per la ‘ndrina di Cariati e il “locale” di Cirò

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Boreas, la Germania «territorio operativo» per la ‘ndrina di Cariati e il “locale” di Cirò

Depositati i motivi della sentenza Boreas, la Germania non è solo un luogo di investimento per la ‘ndrina di Cariati e Cirò.


CIRÒ MARINA – Non più soltanto una comoda cassaforte dove ripulire i capitali accumulati in Calabria. Per la ’ndrangheta, la Germania è diventata un «territorio operativo» a tutti gli effetti. Un’area a sovranità mafiosa dove si impongono regole, si riscuotono tangenti sotto forma di forniture alimentari coatte, si pianificano spedizioni punitive e si dirimono conflitti interni imbracciando le armi o minacciando di farlo. È questo il dato che emerge dalle 90 pagine di motivazioni della sentenza “Boreas”, firmata dal gup distrettuale di Catanzaro Massimo Forciniti. Il provvedimento, depositato tre mesi dopo il verdetto in abbreviato dello scorso anno, ha inflitto nove condanne blindando l’impianto accusatorio della Dda di Catanzaro. Una sentenza che certifica il salto di qualità transnazionale della ’ndrina di Cariati e del sovraordinato “locale” di Cirò, capaci di proiettare nel Baden-Württemberg lo stesso asfissiante controllo del territorio esercitato nello Jonio cosentino e crotonese.

Il duplice binario: grandi patrimoni e metodi violenti

Alla base della decisione del giudice c’è il riconoscimento di una struttura solida, i cui sodali – da Giorgio Greco, indicato come il promotore e capo indiscusso a Cariati, fino ai quadri organizzativi come Olindo Celeste, Alfonso “Fofò” Cosentino, Giulio Graziano e Gaetano Roberto Bruzzese – hanno fornito un contributo stabile e consapevole. Le indagini, condotte da una Squadra Investigativa Comune e supportate dal progetto internazionale “I Can”, hanno dimostrato l’esistenza di un «duplice binario», scrive il gup. Da un lato la gestione economica di grandi patrimoni, dall’altro l’esercizio sistematico e brutale della forza intimidatrice sul suolo tedesco.

Il feudo di Fellbach

Il fulcro dell’operatività estera del gruppo era la cittadina di Fellbach e le sue immediate vicinanze. Qui, la consorteria non si limitava a nascondere il denaro, ma gestiva investimenti immobiliari di rilievo. Le intercettazioni ambientali hanno immortalato il presunto boss Giorgio Greco mentre illustrava ai sodali le proprietà acquisite. Terreni coltivati a vigneto nella zona a sud di Fellbach, una cantina sociale individuata nella “WGF Weingarten Genossenshaft Fellbach”, ristoranti e locali commerciali intestati a terzi o a prestanome incensurati per eludere eventuali sequestri della magistratura.

Vigne pizzaioli sottomessi e l’evasione dell’Iva

Tuttavia, l’aspetto più inquietante è il condizionamento metodico del mercato economico locale. Il gruppo criminale gestiva un monopolio di fatto nell’importazione e distribuzione di generi alimentari calabresi: vino, olio, formaggi, salumi e preparati per le pizze. Prodotti che non venivano venduti secondo le regole del libero mercato, ma imposti a ristoratori e commercianti tedeschi o di origine italiana. Il braccio operativo di questa strategia era, stando alla sentenza, Gaetano Roberto Bruzzese, l’uomo che conosceva l’ambiente e sapeva come individuare gli imprenditori capaci di pagare.

L’evasione dell’Iva

Nelle intercettazioni a bordo di un Fiat Ducato, Bruzzese spiegava ai sodali le gerarchie della sottomissione. Non c’era bisogno di usare la forza: «da Damiano ci vado io… non c’è bisogno che lo imponi, la prende la roba». Mentre per un altro ristoratore che «lavorava forte», si pianificavano strategie commerciali coatte. E per far quadrare i conti dell’impresa mafiosa transnazionale, la cricca utilizzava un collaudato sistema di aperture e chiusure repentine di società di comodo, al fine di evadere sistematicamente l’Iva.

Il metodo mafioso oltreconfine

Quando la persuasione non bastava, scattava la violenza ordinaria delle patrie galere calabresi, esportata senza alcuna mediazione culturale in Germania. Nelle carte del processo si parla apertamente di gestori di origine greca a cui era stata “rotta la testa con un cric”, di incendi appiccati a un tennis club e a una trattoria, di pinserie danneggiate e di pneumatici squarciati.

I verbali documentano la pianificazione di raid punitivi eseguiti da Cataldo Scilanga e Fiorenzo Santoro, come quello avvenuto il 16 gennaio 2022 a Beutelsbach per colpire le auto di alcuni ristoratori, o il danneggiamento di un autocarro a Leutenbach, davanti al locale “Spatzanescht”, colpevole il titolare di non aver accettato una fornitura imposta di casse di mandarini.

La Germania territorio operativo della ‘ndrina di Cariati e Cirò

Lo spessore criminale del gruppo si manifesta anche nelle spedizioni punitive “d’onore”, come le gravi minacce subite da un giovane, “colpevole” di aver mancato di rispetto a una ragazza di Cariati. Ma è la Germania la meta degli affari più grossi. Lo mette nero su bianco il gup Forciniti. «La Germania non rappresenta semplicemente un rifugio o un luogo di investimento, ma un vero e proprio territorio operativo in cui l’organizzazione mantiene il controllo sui propri affiliati, sugli affari economici e sulle strategie di intimidazione, consolidando il legame associativo e rafforzando la propria capacità di operare con continuità e autonomia internazionale».

Le voci dei pentiti: i figli dei boss squarciano il velo

A puntellare la ricostruzione del gup Forciniti vi è la convergenza delle dichiarazioni di due collaboratori di giustizia di spicco, rampolli dell’aristocrazia mafiosa di Cirò. Si tratta di Francesco Farao, figlio del boss Giuseppe Farao, e Gaetano Aloe, figlio dello storico capo Nick Aloe e cognato di Giuseppe Spagnolo, detto “’u Banditu”, uno dei plenipotenziari del clan. I loro racconti, nati da percorsi autonomi e distanti nel tempo, si sono incastrati alla perfezione con i riscontri delle intercettazioni telefoniche e ambientali, offrendo quella che il giudice definisce «la convergenza del molteplice».

L’organigramma della cosca

Francesco Farao, che ha iniziato a collaborare nel 2018 dopo il blitz “Stige” per non far vivere i propri figli sotto il “marchio” della ’ndrangheta, ha indicato Giorgio Greco come il referente criminale storico su Cariati. Gaetano Aloe, pentito più recente (marzo 2023), ha attualizzato lo scenario, raccontando la sua operatività subito dopo la scarcerazione. «Andavo sempre a Cariati e mi incontravo con Olindo Celeste e suo cognato Fofò… mi dicevano che la reggenza era affidata a Giorgio Greco, il quale in quel periodo era sempre in Germania perché aveva degli affari lì. I cariatesi sono molto ben messi a Fellbach e ad Hagen».

Il cordone ombelicale con la casa madre

I pentiti hanno inoltre svelato i canali del narcotraffico, con gli “azionisti” di Cariati impegnati nello smercio di cocaina acquistata dal cirotano Francesco Amantea. E hanno confermato il ruolo di Giovanni Agazio (deceduto), descritto come l’anello di congiunzione tra Cariati e la casa madre di Cirò. Un legame di sottomissione asfittico: «A Cariati – ha messo a verbale Aloe – non si muoveva foglia senza che il Bandito volesse».

Tensioni tra clan per il controllo dei traffici

La stabilità transnazionale del clan ha rischiato però di inclinarsi a causa di una faida interna scoppiata proprio in terra tedesca. Cataldo Scilanga, originariamente in affari con Salvatore Spagnolo (figlio di Peppe “’u Banditu”), aveva deciso di passare a tempo pieno con la fazione guidata da Giorgio Greco. Una scelta che aveva scatenato una fortissima tensione per il controllo dei traffici illeciti e della droga a Fellbach. Terrorizzato dalle possibili ritorsioni dei cirotani, Scilanga aveva chiesto protezione.

Lo spettro del reato transnazionale

Le microspie della polizia all’interno del furgone Fiat Ducato hanno registrato la drammatica discussione per risolvere il problema: Fiorenzo Santoro era pronto a fornire le armi a Scilanga per eliminare fisicamente il rivale («vuoi andare a sparare?… ti do le cose e te lo pulisci»). Un’ipotesi di sangue fermata solo dalla prudenza di Bruzzese, che frenava l’impeto bellico per evitare condanne pesanti («e perché si deve fare la galera per lui?»).

Che la Germania fosse considerata territorio mafioso a tutti gli effetti lo dimostrano anche le preoccupazioni di Giorgio Greco. Il boss, intercettato nel gennaio 2021, ordinava ai suoi uomini di evitare assembramenti sospetti davanti al magazzino di Fellbach. Temeva i video della polizia tedesca e lo spettro del reato associativo transnazionale. «È l’adunata di giù… ci sei pure qua… se ci fanno un video tutti e cinque lì davanti… poi ci danno le cose internazionali, non è nazionale… bisogna stare attenti».

Il controllo del territorio in Calabria

Nonostante la forte proiezione estera, il cordone ombelicale con la Calabria restava saldissimo. I soldi guadagnati in Germania, stipati nei doppi fondi delle auto (come l’Opel Antara in uso a Greco), viaggiavano verso l’Italia per alimentare la “bacinella”, la cassa comune del clan. Una gestione centralizzata che provocava anche malumori: lo stesso Bruzzese si lamentava dell’arroganza di Greco, colpevole di non spartire i ricavi del Lido Mojito di Cariati, a lui “riconducibile”.

La “bacinella” e le ritorsioni al lido

Proprio lì avvenne una rissa, nell’estate 2020, innescata da alcuni ragazzi provenienti da fuori paese, ubriachi e armati di pistole. Nella rissa fu coinvolto lo stesso Greco, ma i plenipotenziari Celeste e Cosentino furono costretti a desistere perché in inferiorità numerica contro aggressori armati. L’affronto, secondo le ferree regole della ’ndrangheta, non poteva restare impunito: l’ambascia venne inviata al paese d’origine dei ragazzi, e il giorno successivo gli aggressori vennero selvaggiamente pestati “dai loro stessi paesani”. Torna il “doppio binario”. Affari in Germania e controllo del territorio in Calabria sono legati da un filo rosso.

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