Bergomi spiega perché all’Italia serviva Guardiola e cosa ci manca rispetto la Spagna
- Postato il 17 agosto 2026
- Di Virgilio.it
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L’Italia del calcio cerca una strada per uscire dalla crisi e guarda alla Spagna, modello di continuità, coraggio e talento. In questo scenario, Beppe Bergomi non ha dubbi: puntare su Pep Guardiola sarebbe stato un tentativo giusto, perché il cambiamento aveva bisogno di una figura capace di imprimere una svolta. Ma il vero problema è più profondo e riguarda l’identità del calcio italiano. Dalla crescita dei giovani al rapporto con l’errore, passando per il ruolo degli allenatori e il peso della tradizione, lo storico capitano dell’Inter indica una direzione precisa: non copiare la Roja, ma costruire un modello tutto italiano.
- Il tentativo per Guardiola
- Come è cambiata la Spagna
- Cubarsí e Lamine Yamal: il valore di lasciare sbagliare i giovani
- Guardiola come erede di Cruyff
- L’Italia e i giovani: la strada da ritrovare
Il tentativo per Guardiola
Per Bergomi, il tentativo della Federazione di convincere Guardiola non rappresentava un azzardo, ma la ricerca di un punto di rottura dopo anni difficili. Il tecnico catalano, secondo lo storico campione del mondo, avrebbe potuto incarnare la trasformazione radicale di cui il calcio italiano ha bisogno: “Era il migliore. Penso che abbiano fatto la cosa giusta provandoci. Poi, beh, dobbiamo rispettare la sua decisione. Dirò anche che se c’era qualcuno capace di realizzare un colpo del genere, quello era Maldini” – ha spiegato ad AS.
Bergomi non considera decisiva la nazionalità dell’allenatore. La priorità, a suo giudizio, deve essere la costruzione di un progetto capace di coinvolgere l’intero movimento: “Chi sono gli allenatori del Brasile e dell’Inghilterra? Non è questo il punto. L’importante è avere un progetto, creare un’identità forte che possa unire tutti i livelli. Per me, in questo senso, Guardiola era la prima scelta. Dopo la rivoluzione di Sacchi negli anni Ottanta, è arrivato Guardiola”.
Come è cambiata la Spagna
Il modello spagnolo, per Bergomi, non è frutto del caso. Il successo della nazionale e dei suoi giovani nasce da un lavoro costruito nel tempo, dalla continuità tra le varie categorie e dalla disponibilità a concedere spazio ai talenti: “La Spagna non ha vinto per caso. Vince da vent’anni ormai. Certo, può attraversare brevi periodi di crisi, ma nel complesso è al vertice da due decenni. Ha fatto la storia e, naturalmente, rappresenta un modello da seguire. Credo che l’Italia abbia cercato di imitarla in passato, in qualche modo, ma noi siamo l’Italia. Dobbiamo riscoprire la nostra cultura e la nostra identità“
Il punto di svolta in Spagna, secondo l’ex difensore, è stato Johan Cruyff, capace di modificare non soltanto il modo di giocare, ma anche la formazione dei giovani: “Il suo arrivo ha portato un cambiamento radicale nel calcio spagnolo, compresi i settori giovanili. Dobbiamo forgiare un’identità, ma non spagnola; ne serve una nostra. Questo cambiamento richiede tempo e pazienza”.
Cubarsí e Lamine Yamal: il valore di lasciare sbagliare i giovani
È proprio sulla gestione dei giovani che Bergomi individua una delle differenze più profonde tra Italia e Spagna. Il caso di Pau Cubarsí è emblematico: un talento lanciato ad altissimo livello nonostante gli inevitabili errori della giovane età: “Non ci sono segreti. La Spagna è coraggiosa perché lascia che i giovani giocatori commettano errori. Vi faccio un esempio: stavo commentando la partita di Champions League tra Barça e Atlético, l’andata dei quarti di finale. Pau è stato espulso prima dell’intervallo. Cosa è successo? Per fortuna niente. Nessun panico, nessuna punizione, nessun commento tipo “È giovane, meglio far entrare qualcuno più esperto la prossima volta”. No, per fortuna ha continuato a giocare nelle partite successive. Questo è coraggio”
L’Italia, invece, secondo Bergomi, ha perso proprio questa capacità di proteggere la crescita attraverso l’esperienza: “Non permettiamo loro di fallire. Tornando a Cubarsí, è un fuoriclasse. Legge bene le partite, capisce le azioni individuali, è veloce, ha un ottimo controllo di palla, sa come giocare i lanci lunghi… Ha tutto. Se lo merita, ma se lo merita anche chi gli ha detto: “Gioca, sbaglia e riprova”. È un ragazzo destinato alla grandezza”. Il tema non riguarda soltanto le qualità individuali di un giocatore, ma il coraggio dell’intero sistema nel concedere tempo e responsabilità ai talenti.
Guardiola come erede di Cruyff
Bergomi vede in Guardiola una figura capace di raccogliere l’eredità di Cruyff proprio per la sua continua capacità di evolversi. Il tecnico catalano, a suo giudizio, non è rimasto prigioniero di un’unica idea di calcio: “Ciò che più mi piace di lui è la sua capacità di adattarsi, di cambiare, di essere un camaleonte. Non è più lo stesso di quando era al Barça. Lo sappiamo tutti. È sempre attento al cambiamento… Anzi, lo anticipa lui stesso. Fa parte del suo modo di vedere il calcio. Non è un allenatore ancorato a un solo stile. No, continua ad aggiungere sfumature ed elementi. Sempre di più. Cambia, in definitiva. Non smette mai di innovare. In un certo senso, anticipa tutto. Adoro Guardiola. Ho un enorme rispetto per lui. Spagna, Germania, Premier League… Si è adattato senza mai smettere di essere se stesso”
Un rapporto che Bergomi conosce anche personalmente, avendo avuto modo di incontrarlo durante l’esperienza al Bayern e poi di seguirlo da vicino nel ruolo di commentatore: “Quando allenava il Bayern, sono andato a trovarlo un paio di volte. Inoltre, come commentatore, sono stato a Manchester per le partite del City. Lo conosco, lo vedo in giro… È una persona appassionata, unica, capace di tutto“.
L’Italia e i giovani: la strada da ritrovare
Il problema italiano, per Bergomi, non si risolve scegliendo semplicemente un allenatore. Serve una struttura che accompagni i giovani fino alla nazionale maggiore, come avveniva in passato con le selezioni Under 21. Il confronto con l’epoca di Cesare Maldini è significativo: “Nella nostra storia, fino a un certo punto abbiamo optato per tecnici federali: Bearzot, Ferruccio Valcareggi, Azeglio Vicini… Poi abbiamo deciso di cambiare”. E proprio osservando la situazione attuale emerge una delle principali difficoltà del sistema italiano: la distanza tra il settore giovanile e il calcio di vertice: “Ricordo quando, con Cesare Maldini, vincevamo tanti Europei Under 21. Molti di fila, sì. Ve li ricordate? Beh, la maggior parte di quei ragazzi che aveva Cesare giocavano già da un po’ in Serie A. Oggi è l’esatto contrario. Solo due o tre, al massimo. Gli altri devono andare in altri campionati, il che non dico sia un errore… È esperienza, ma non so”.
La ricetta di Bergomi, dunque, non passa dalla ricerca del nome più prestigioso, ma dalla costruzione paziente di un’identità. Guardiola poteva rappresentare la svolta, ma il cambiamento che serve all’Italia è più ampio: dare fiducia ai giovani, accettare gli errori, creare continuità tra le nazionali e ritrovare una cultura calcistica riconoscibile. Non imitare la Spagna, insomma, ma imparare dalla sua capacità di progettare il futuro.