Basta con il Preside manager. Il tradimento di una cultura di destra che si fa scuola di sinistra più della sinistra
- Postato il 8 ottobre 2026
- Editoriale
- Di Paese Italia Press
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di Pierfranco Bruni
Roma, 8 ott. 2026 – Ritorniamo sulla questione scolastica. Da decenni mi interrogo sul problema della dirigenza scolastica e mi sarei aspettato che l’attuale governo e il Ministro dell’Istruzione e del Merito mettessero finalmente ordine in un sistema che si trascina da oltre vent’anni. Abbiamo snaturato la tradizionale figura del Preside, che era un mitico esempio di autorità culturale e morale, per ridurla a una figura amministrativa generica.
La cosa più grave, per un governo di centrodestra, è non solo aver piallato la figura del Liceo nella sua specificità umanistica, ma non aver posto rimedio alla recluta indistinta dei dirigenti scolastici, indipendentemente dall’ordine di scuola di provenienza. Si tratta di un problema serio, soprattutto in un contesto culturale frammentato e in continua trasformazione.
Mi spiego meglio. Per un dirigente scolastico, già dirigente in un Istituto Comprensivo di scuole dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado, è possibile andare a dirigere, senza una specifica distinzione di filiera, un Istituto superiore come un Liceo Classico o Scientifico?
È un anacronismo. È stato un appiattimento culturale terribile e non solo culturale. Un insegnante della scuola primaria che è diventato direttore didattico e poi dirigente scolastico può trovarsi alla guida di un liceo o di un istituto superiore. Finora avevamo giocato al ribasso. Pensavo, speravo, mi auguravo che un governo di centrodestra avrebbe compreso questa dicotomia e posto una soluzione forte a questo modo di reclutare i dirigenti scolastici. Invece no. Anzi, si appiattisce tutto. E allora dove sta una cultura di destra se si mantiene un’organizzazione livellatrice che considero di sinistra? Che amarezza.
La questione ha radici storiche e normative certe che vanno ricordate. Fino al Testo Unico dell’Istruzione, il D.Lgs. 16 aprile 1994 n. 297, esistevano due figure nette e separate. Da un lato il Direttore Didattico, disciplinato dall’art. 396 del D.Lgs. 297 del 1994, che proveniva dal ruolo della scuola elementare e dirigeva il Circolo Didattico. Dall’altro il Preside, disciplinato dall’art. 397 e seguenti del medesimo decreto legislativo, che proveniva dalla scuola secondaria e accedeva attraverso un concorso distinto per ordine e classe di concorso. Era l’impostazione riconducibile alla Riforma Gentile del 1923, con il Regio Decreto 6 maggio 1923 n. 1054, che vedeva nel Preside del Liceo un garante dell’indirizzo culturale, un primus inter pares con alta qualificazione disciplinare. La Legge 11 luglio 1980 n. 312 e il DPR 31 maggio 1974 n. 417 avevano mantenuto questa distinzione di carriera e di funzione. Ma forse sono io che non sono riuscito ad adeguarmi a una scuola livellatrice che continuo ad associare a una certa cultura di sinistra e che l’attuale Ministro e il governo non sembrano voler modificare.
Ma facciamo ordine, per quello che possa capire io. La prima rottura avviene con la Legge 15 marzo 1997 n. 59, la cosiddetta Legge Bassanini, che all’art. 21 introduce l’autonomia delle istituzioni scolastiche. In attuazione di quel processo, il D.Lgs. 6 marzo 1998 n. 59 attribuisce ai capi d’istituto la qualifica dirigenziale e conduce all’unificazione delle figure di Preside e Direttore Didattico nella dirigenza scolastica. Il successivo Regolamento dell’autonomia, DPR 8 marzo 1999 n. 275, definisce il quadro dell’autonomia didattica, organizzativa e finanziaria delle istituzioni scolastiche, mentre il D.Lgs. 30 marzo 2001 n. 165, all’art. 25, codifica il profilo del dirigente scolastico come dirigente pubblico, con autonomi poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane, nel rispetto delle competenze degli organi collegiali.
Nasce così il Preside manager. La funzione culturale viene subordinata, nella percezione che ne ho, alla funzione gestionale. Il dirigente scolastico assume responsabilità sulla gestione unitaria dell’istituzione, sulle risorse finanziarie e strumentali e sui risultati del servizio, insieme ai poteri di direzione, coordinamento e valorizzazione delle risorse umane. Che bella pensata è stata allora.
Andiamo avanti. Il passaggio decisivo che produce l’anacronismo che denuncio è però normativo e concorsuale. L’art. 29 del D.Lgs. 165 del 2001 stabilisce che il reclutamento dei dirigenti scolastici avviene mediante concorso selettivo per titoli ed esami, organizzato su base regionale, al quale può partecipare il personale docente ed educativo delle istituzioni scolastiche ed educative statali in possesso dei requisiti previsti dalla legge, tra cui almeno cinque anni di anzianità nel ruolo di appartenenza. La norma non prevede una distinzione strutturale tra i diversi ordini di scuola di provenienza.
Il DPR 10 luglio 2008 n. 140 ha ulteriormente disciplinato il reclutamento e la formazione dei dirigenti scolastici nel quadro dell’unificazione della dirigenza delle istituzioni scolastiche. La disciplina successiva ha mantenuto il principio del concorso unico per la dirigenza scolastica. Dai concorsi degli anni successivi fino alle procedure più recenti, il modello resta quello di un reclutamento unitario su base regionale.
A ciò si aggiunge la trasformazione della rete scolastica e la generalizzazione degli Istituti Comprensivi, che hanno riunito sotto una stessa dirigenza scuola dell’infanzia, primaria e secondaria di primo grado. La pratica quotidiana di un dirigente di un Istituto Comprensivo, inevitabilmente caratterizzata da problemi organizzativi propri del primo ciclo, viene poi trasferita, senza una specifica distinzione di filiera, alla guida di un Liceo. Qui sta l’appiattimento culturale terribile.
Dirigere un Liceo Classico richiede familiarità con i programmi di greco e latino, con la storia della filosofia, con la cultura umanistica e con un percorso formativo orientato anche alla prosecuzione degli studi universitari. Dirigere un Istituto Comprensivo richiede competenze organizzative diffuse, rapporti con gli enti locali, gestione di servizi come il trasporto e la mensa e una particolare attenzione alle diverse fasce d’età che compongono il primo ciclo. Sono realtà scolastiche profondamente diverse. Il diritto vigente le colloca però all’interno della medesima dirigenza. E poi si pensa di fare cultura? Con quali modelli tradizionali?
Un governo di centrodestra avrebbe dovuto avere il coraggio di una rottura. Primo, reintrodurre una distinzione di filiera nel concorso dirigenziale, come avveniva storicamente e come avviene in altri settori dell’amministrazione scolastica, prevedendo percorsi differenziati per i diversi segmenti formativi. Secondo, valorizzare, attraverso requisiti aggiuntivi di servizio o di titoli, la specificità della dirigenza dei Licei e degli Istituti di istruzione secondaria superiore. Terzo, riconoscere la specificità del Liceo come comunità culturale e non soltanto come segmento amministrativo, in coerenza con i principi costituzionali sulla libertà di insegnamento e sull’autonomia delle istituzioni scolastiche.
Non farlo significa mantenere in piedi una visione aziendalista e livellatrice che, a mio giudizio, nulla ha di conservatore e poco ha di meritocratico. Significa accettare che la figura del Preside, che era presidio culturale, resti definitivamente piallata a gestore fungibile. È questa la vera sconfitta culturale. È la sconfitta di ciò che l’idea di cultura della tradizione avrebbe dovuto ricreare in un sistema nel quale la prassi ha preso il sopravvento.
Mi chiedo dove stia la differenza tra la scuola degli stereotipi della pianificazione dall’alto e quella praticata dal Ministro oggi. Ministro di centrodestra? Ma perché non si è pensato a una scuola “forte” nella rivoluzione dei saperi nuovi?
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