Barcellona Re di Spagna, ma il prezzo da pagare è stato altissimo: come fanno i blaugrana a vincere schiacciati da 2,5 miliardi di debiti
- Postato il 11 maggio 2026
- Di Virgilio.it
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Classico e Liga in un sol colpo: la domenica da sogno del Barcellona contro il Real Madrid allo sbando di Arbeloa ha consegnato ai blaugrana il 29esimo titolo della loro storia con tre turni d’anticipo. La festa catalana si è spostata dal Camp Nou al ‘Luz de Gas’, l’esclusivo locale in cui Joan Laporta è solito celebrare i successi della sua squadra. Il presidente lo ha fatto anche ieri, scatenandosi come non mai. Poi, però, arriverà il momento di affrontare di nuovo la realtà. Che è spietata. Sì, perché il Barça di Hansi Flick, al secondo titolo di fila, è anche uno dei club più indebitati del pianeta. Secondo El Paìs, il saldo negativo è addirittura di 2,5 miliardi di euro.
- Barcellona, tra successi e debiti
- Perché il Barcellona non è fallito
- Limitazioni e cessioni forzate, come quella di Messi
- Una risorsa inesauribile: la Masia
- La nuova strategia: solo acquisti miriati
- Ma la vera svolta passa dal Camp Nou
Barcellona, tra successi e debiti
Nella primavera del 2021 il Barcellona ha seriamente rischiato il collasso finanziario: si era infatti arrivati al punto che mancava liquidità per pagare gli stipendi dei dipendenti. Colpa di spese folli negli anni precedenti, del Covid che aveva messo in ginocchio l’industria calcio, e successivamente del progetto “Espai Barça” – la ristrutturazione del Camp Nou -, risposta necessaria al restyling del Bernabeu voluto da Florentino Perez.
Tra i debiti complessivi stimati intorno a 1,45 miliardi di euro e il peso dello stadio, che incide per oltre 900 milioni di euro sul debito finanziario lordo, la situazione dei catalani è precipitata. La squadra vince e convince in Spagna, ma fuori dal rettangolo verde Laporta – due mesi fa rieletto presidente con il 68,18% dei voti – è stato costretto a ricorrere alle cosiddette “leve finanziarie” per dribblare i vincoli del fair play finanziario imposti dalla Uefa e in particolare dalla Liga.
Perché il Barcellona non è fallito
Leve finanziarie, si diceva. Lo stratagemma cui ha fatto ricorso il Barça per evitare il fallimento è tanto semplice quanto rischioso. Dal 2022 in poi il club ha avviato una serie di operazioni finalizzate a ottenere liquidità immediata, anticipando ricavi futuri. Qualche esempio concreto: nel 2022 i catalani hanno ceduto a fondi d’investimento statunitensi una percentuale dei ricavi televisivi della Liga per i successivi 25 anni, ottenendo in cambio circa 500 milioni di euro. Secondo diversi economisti, in questo modo il Barcelona ha di fatto bruciato parte dei ricavi futuri, ma ha potuto rispettare i limiti salariali imposti dalla Liga e registrare nuovi giocatori.
Un altro accordo fondamentale per la sopravvivenza economica del club è quello commerciale con la Nike, sponsor tecnico fino alla stagione 2037/38, in cambio di circa 1,7 miliardi complessivi. Un ulteriore sostegno alle casse blaugrana è arrivato da Spotify, il cui logo compare sulle maglie della squadra maschile e femminile e dà il nome anche al Camp Nou. La partnership siglata con l’azienda svedese ha un valore complessivo superiore ai 460 milioni di euro.
Limitazioni e cessioni forzate, come quella di Messi
La Liga non transige. Non si limita a controllare i debiti dei club, ma stabilisce anche quanto ogni società può spendere, in base a una serie di parametri che includono ricavi, debiti, liquidità disponibile, rate dei prestiti e sostenibilità finanziaria complessiva. Se un club sfora i limiti, rischia limitazioni sul mercato, l’impossibilità di registrare nuovi calciatori e cessioni forzate.
Un caso emblematico è quello di Leo Messi: il fuoriclasse argentino aveva accettato una forte riduzione dello stipendio pur di rinnovare il contratto, ma l’operazione fu bloccata dalla Liga perché i costi complessivi della rosa restavano troppo alti rispetto ai ricavi del club. La conseguenza fu il suo addio, con il trasferimento al Paris Saint-Germain.
Nel recente passato il Barça ha avuto difficoltà anche con le registrazioni di nuovi acquisti come Koundé e Dani Olmo, che avevano saltato diverse partite prima di essere iscritti alla Liga e scendere in campo. La loro registrazione era poi arrivata in extremis, in seguito a cessioni, tagli salariali e grazie ad accordi commerciali pluriennali come quelli di cui vi abbiamo raccontato in precedenza.
Una risorsa inesauribile: la Masia
Non si vince per caso, mai. E quando c’è un lucchetto a sigillare il portafogli, bisogna avere il coraggio di cambiare strategia. Basta spese folli e investimenti fuori misura, come quelli del Real Madrid che nelle ultime due stagioni ha speso circa 200 milioni per giocatori non all’altezza dei totem Modric, Kroos e Benzema. Il vero segreto del successo è nella pianificazione, nella forza delle idee. Il Barcellona, stretto nella morsa dei debiti, ha scelto ancora una volta di affidarsi alla sua risorsa più preziosa: la Masia.
Dopo la generazione d’oro di Piqué, Xavi e Iniesta, ecco una nuova nidiata di talenti destinata a rifornire per anni anche la nazionale spagnola. La cantera blaugrana è una garanzia, l’ancora di salvezza che ha permesso ai blaugrana di rimanere a galla quando sembrava sul punto di affondare sotto il peso dei debiti. La copertina è tutta per il golden boy Lamine Yamal, ma come non citare Balde, Gavi e Fermín Lopez, già nel giro della prima squadra da un po’, e le ultime leve Cubarsí, Bernal e Casadó. Non è solo una questione di talento, ma di identità e appartenenza. È anche così che si costruisce la storia. Che si diventa eterni nell’immaginario collettivo e si supera qualsiasi ostacoli. Oggi, come riferisce Transfermarkt, la rosa è valutata 1,1 miliardi, il 38% in più rispetto al 2021: ciò significa che nel peggiore dei casi il club può sempre ricorrere a una o più cessioni pesanti.
La nuova strategia: solo acquisti miriati
Negli ultimi anni il Barcellona ha sprecato un’enorme quantità di denaro per colpi poi rivelatisi fallimentari. Se il club si è ritrovato a un passo dal baratro è anche perché ha speso 135 milioni per Coutinho, 140 per Dembelé e 120 per Griezmann. Il debito è cresciuto all’inverosimile tanto da rendere il monte ingaggi insostenibile ed esporre il club a rischio costante di sanzioni da parte della Liga.
Dal 2023 come ds è stato ingaggiato Deco, già leggenda del Barcellona da calciatore. Ed è cambiato tutto. Nelle ultime due stagioni i catalani hanno portato a casa addirittura cinque titoli, grazie a una nuova strategia basata su acquisti mirati. Il dirigente portoghese ha fatto il resto assicurandosi le firme di Dani Olmo e del portiere Joan Garcia, per cui i blaugrana hanno investito in totale 75 milioni di euro.
Ma la vera svolta passa dal Camp Nou
In più di un’occasione Laporta ha sottolineato di aver salvato il Barcelona. La sua gestione potrà essere valutata solo nel lungo periodo, considerando la particolare natura degli accordi commerciali conclusi. Ma il rilancio del club passa principalmente attraverso due asset strategici: il merchandising, che garantisce incassi annuali vicini ai 300 milioni di euro, e soprattutto il nuovo Camp Nou.
Dopo aver giocato per due stagioni allo stadio Olímpic Lluís Companys di Montjuic, con inevitabili perdite economiche, nel corso di questa stagione i blaugrana sono tornati nella loro storica, rinnovata, ma ancora incompleta casa. Già, al momento lo Spotify Camp Nou ha una capienza ridotta a circa 45mila posti. Soltanto entro la fine del 2026 – lavori e ritardi permettendo – l’impianto dovrebbe raggiungere la piena operatività e sarà capace di ospitare 105mila spettatori, con ricavi stimati in circa 120 milioni di euro annui soltanto dai settori VIP. Ma parte di questi introiti futuri è già stata utilizzata per sbloccare l’ultimo mercato di gennaio e programmare il prossimo estivo: un rischio enorme.