Baggio: "In un’altra vita ho fatto cose brutte". I palleggi con Maradona in aereo e il rigore di Usa ’94
- Postato il 10 maggio 2026
- Di Virgilio.it
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Roberto Baggio si è raccontato a cuore aperto in una lunga intervista concessa al Corriere della Sera: uno spaccato di vita in cui emerge ancora il senso di colpa per quel rigore sbagliato a Pasadena. Ma anche tanti aneddoti, il rapporto tormentato con gli allenatori e i palleggi con Maradona in aereo, su un volo per l’Argentina.
- Baggio e quel rigore sbagliato a Pasadena
- I tanti infortuni, errori di una vita precedente?
- Da Vicenza a Torino, passando per Firenze
- Il rapporto tormentato con gli allenatori
- Il dossier da 900 pagine e i palleggi con Maradona
Baggio e quel rigore sbagliato a Pasadena
Milioni di persone hanno provato a imitare il suo look, con quel lungo codino diventato il suo tratto distintivo in Italia e nel mondo. Tanti calciatori, invece, hanno provato a emulare le sue gesta sul rettangolo verde, in pochi, pochissimi ci sono riusciti.
Probabilmente Roberto Baggio è stato il “numero 10” italiano più forte di tutti i tempi. Il ragazzo partito da Caldogno, che ha superato gravi infortuni e ostacoli apparentemente insormontabili, alzò al cielo il Pallone d’Oro nel 1993, il penultimo italiano a riuscirci, l’ultimo prima di Fabio Cannavaro nel 2006.
Ma a distanza di 32 anni, ancora si cruccia per quel rigore sbagliato a Pasadena, che costò il Mondiale americano all’Italia di Arrigo Sacchi, nella finale contro il Brasile: “Mi sentii in colpa con tutti gli italiani. Non avevo mai calciato un rigore sopra la traversa. Provavo una vergogna infinita. Non è una ferita che si chiude del tutto, non riesco a perdonarmi completamente”, ha commentato al Corriere della Sera.
Quel capo chino, “è l’immagine a cui molti associano quella finale mondiale”, racconta Baggio, fece il giro del mondo. Il “Divin Codino” aveva realizzato il suo sogno di bambino, giocando contro il Brasile nell’atto conclusivo della Coppa del Mondo, ma aveva spezzato i cuori di milioni di italiani. Nessuno, però, lo ha mai incolpato.
Non si spiega quella traiettoria. I brasiliani, ancora oggi, sono convinti che il pallone sia stato deviato dal cielo. Come fosse un segnale arrivato dall’alto: “Pochi mesi prima era morto Ayrton Senna. Dicono che sia stato lui a deviare il pallone sopra la traversa. Posso solo dire che quel pallone ancora oggi per me resta sospeso in un luogo difficile da raggiungere con le parole”.
I tanti infortuni, errori di una vita precedente?
A quella finale Baggio arrivò in condizioni precarie: contro la Bulgaria, un duro colpo di un difensore avversario gli causò la rottura di un dente. Ma anche fisicamente non era al top: “A Los Angeles, alla vigilia della finale, mi fecero provare i tiri nella sala matrimoni dell’albergo, per capire come stavo. Ero provato fisicamente e mentalmente, come tutti”.
E probabilmente, secondo Baggio, l’errore dal dischetto e i tanti infortuni subiti in carriera sono stati ereditati da qualche sbaglio commesso in una sua vita precedente: “Forse non mi sono comportato bene in altre vite. In questa vita ho dovuto affrontare tante ostilità, tanto dolore fisico, tante difficoltà. A volte ho avuto la sensazione di essere arrivato qui con un karma pesante. Forse sto scontando qualcosa”.
Da Vicenza a Torino, passando per Firenze
Da piccolino, col pallone incollato tra i piedi, “ma se non avessi fatto il calciatore, sarei diventato un tornitore, come papà, lui era un fenomeno”, Baggio ha incantato Vicenza, Firenze e la Torino bianconera, avrebbe potuto sicuramente ottenere di più dalle esperienze milanesi, e si è rigenerato prima a Bologna e poi a Brescia.
Poi quando le ginocchia piene di cicatrici hanno chiesto pietà, si è fermato: “La prima volta che mi ruppi il ginocchio ero solo un ragazzino. In Francia mi asportarono tessuto dal muscolo, il vasto mediale, per ricostruire il crociato, che non c’era più. La gamba doveva essere aperta come un libro, per essere operata a vista. Avevo il terrore che non sarei più tornato a giocare”.
Invece Baggio tornò eccome, toccando livelli straordinari, personali e di squadra. Appassionando al mondo del calcio un paio di generazioni, cresciuti col suo mito. Il trasferimento dalla Fiorentina alla Juventus, nel 1990, fece scalpore. Firenze e i fiorentini si ribellarono all’affronto dei Pontello, proprietari del club viola: “Al ritiro azzurro di Coverciano arrivai nascosto nella volante della polizia. Piangevo come un bambino. Non avevo mai voluto la cessione, ma mi sentivo colpevole. La sciarpa viola raccolta da terra? Era un gesto di rispetto, di amore verso quella squadra che aveva creduto in me nonostante tutti gli infortuni”.
Il rapporto tormentato con gli allenatori
Con gli allenatori non è andato sempre d’accordo, anzi. Con Lippi, prima alla Juventus (quando gli fu preferito un giovane Del Piero, “ma con lui non c’è mai stata rivalità vera, l’ho sempre visto come un fratello più piccolo”) e all’Inter, andò malissimo. Con Sacchi, in Nazionale, ebbe qualche screzio: “Ho avuto la sensazione che alcuni allenatori facessero fatica ad accettare che attorno a un calciatore ci fosse tanta attenzione. Forse non era gelosia, ma il bisogno di affermare un’autorità. La sostituzione di Sacchi contro la Norvegia? Ci stava fare uscire me, ma lui il giorno prima mi disse: “Tu per noi sei quello che Maradona è per l’Argentina”. Per questo, quando vidi il cambio, mi sembrò una contraddizione enorme”.
L’ultimo smacco, quello di Trapattoni ai Mondiali del 2002, vissuti da casa, nonostante un campionato splendido col Brescia: “Non scorderò mai la sua voce: “Non me la sento di portarti, ho paura che ti fai male”. Eppure avevo dimostrato di non temere nulla. E se mi fossi infortunato avrei chiuso alla grande, al Mondiale”.
Il dossier da 900 pagine e i palleggi con Maradona
Baggio è ancora Baggio, anche oggi. Gli italiani lo vorrebbero in FIGC, lui c’è entrato dalla porta principale uscendo in sordina, dopo il rigetto del dossier da 900 pagine sulla riforma del calcio: “Non ho la presunzione di pensare che quel progetto bastasse a risolvere i problemi del calcio italiano. Ci sono tante cose da sistemare. Bisogna creare una formula che incentivi davvero l’utilizzo dei ragazzi italiani. Il talento c’è ancora, ma va cercato, protetto, valorizzato. E bisogna avere il coraggio di dargli fiducia”.
Il finale dell’intervista è riservato al calciatore più forte di sempre: “Maradona, una volta palleggiammo insieme sul volo per l’Argentina, a 10mila metri da terra. Ma il più forte con cui ho giocato è il mio amico Ferruccio Polo di Grado, detto l’Olandese Volante. Passò dalla Gradese al Fossalon per un carro di mais e due galline ovaiole”.