Anticomunista, ammiratore di Pinochet, sponsor di Le Pen, condannato per odio razziale: il pensiero di Lefebvre, “politico” di estrema destra
- Postato il 1 luglio 2026
- Cronaca
- Di Il Fatto Quotidiano
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Marcel Lefebvre non è stato soltanto il nucleo primario e il motore immobile dello scisma che si è consumato nelle ultime ore, a 35 anni dalla sua morte. Il vescovo francese che sfidò Roma, rifiutò il Concilio Vaticano II e nel 1988 consacrò quattro vescovi senza il mandato del Papa ottenendo una prima scomunica del movimento, ha costruito un universo ideologico coincidente con quello di ampi settori dell’estrema destra in cui la difesa della Messa in latino si intrecciava con l’anticomunismo radicale, la nostalgia degli Stati confessionali, il rifiuto della democrazia moderna e l’ammirazione per i principali regimi autoritari cattolici del Novecento.
Se la sciagura massima era stato il Concilio voluto da Papa Roncalli nel 1962, il grande errore della Chiesa contemporanea nasceva molto prima: “Il problema disse in un’intervista El Pais del 29 ottobre 1986 – è cominciato nel 1789, con la Rivoluzione francese, quando sono sorte la libertà religiosa, la libertà di coscienza e la libertà di stampa. L’uomo del 1789 vuole avere una libertà assoluta, ed è questa libertà di peccare che la chiesa ha sempre condannato”.
Il suo nemico principale era il comunismo, non solo quello sovietico: il primo nemico da contrastare era il fantasma della sua avanzata dentro la stessa chiesa. Così nel 1984, durante un viaggio in Colombia, accusò apertamente il Vaticano di offrire un “appoggio discreto al comunismo” e denunciò la teologia della liberazione che “serve soltanto a fomentare la guerra civile e la sollevazione dei popoli contro l’autorità”. “Esiste un’influenza progressista, liberale, socialista e persino marxista presso alcuni vescovi” che “arrivano a fomentare la lotta di classe e, in questo modo, contribuiscono alla rivoluzione mondiale“.
Era una lettura che trovava facilmente punti di contatto con le dittature militari latinoamericane. Nel dicembre 1986, durante una visita in Cile, Lefebvre espresse pubblicamente il proprio sostegno a Augusto Pinochet, definendolo il generale “un uomo che vuole solo la pace e la sicurezza del suo popolo” e arrivò a criticare l’episcopato cileno perché, a suo giudizio, avrebbe dovuto appoggiare il regime militare, che governava “secondo i più puri princìpi della Chiesa cattolica”. Ma Lefebvre guardò con favore anche al Portogallo di António de Oliveira Salazar e alla Spagna di Francisco Franco quali gli ultimi esempi di Stati autenticamente cattolici, capaci di difendere la religione dall’avanzata del comunismo.
La stessa logica emergeva nella politica francese. “Può essere utile votare Le Pen“, inteso come Jean-Marie, disse il 18 novembre 1985 dopo aver celebrato una messa tradizionalista davanti a circa 500 persone in una cappella privata di Moule. Non impartì una vera consegna elettorale, ma spiegò che l’ex paracadutista che fondò il Front National con alcuni ex membri delle SS rappresentava il “male minore” nella misura in cui difendeva principi compatibili con la dottrina cattolica.
Negli ultimi anni della sua vita scelse come avversaria, oltre che la Chiesa di Roma, l’immigrazione musulmana in Francia. Nel novembre 1989 denunciò quella che definiva “l’islamizzazione della Francia”: “I musulmani non possono essere cattolici, né possono essere veramente francesi. Non bisogna permettere loro di organizzarsi, né sul piano politico, né su quello religioso” e quelli che vivono in Francia ”farebbero bene a tornare a casa propria”, perché – disse ai francesi durante la conferenza stampa – ”saranno le vostre mogli e le vostre figlie che verranno rapite e condotte in quartieri particolari come ne esistono a Casablanca”. Per quelle dichiarazioni nel 1990 fu condannato per diffamazione razziale e l’anno successivo la Corte d’Appello aggravò la sentenza, riconoscendo anche l’incitamento all’odio razziale.
La sua ostilità verso il pluralismo religioso non risparmiava neanche il cattolicesimo. Quando Giovanni Paolo II convocò ad Assisi, nel 1986, la storica Giornata mondiale di preghiera per la pace con i rappresentanti delle grandi religioni, Lefebvre parlò di “abominio” e di “apostasia” perché la Chiesa aveva rinunciato alla propria unicità mettendosi sullo stesso piano delle altre religioni. Nello stesso periodo arrivò a sostenere che il Vaticano si comportava “peggio dell’Unione Sovietica“, accusando Roma di averlo sospeso senza un regolare processo canonico. Paradossalmente, pochi anni dopo definì Michail Gorbaciov “un boia” indegno di essere ricevuto dal Papa, lamentando che il leader sovietico fosse accolto con gli onori riservati a un capo di Stato democratico. Non aveva capito molto, forse: era il 14 novembre 1989, cinque giorni prima era crollato il muro di Berlino e di quell’evento Gorbaciov era stato uno dei principali protagonisti.
Lefebvre morì nel 1991, ma la sua eredità politica continuò a manifestarsi ben oltre la sua dipartita. Nell’ottobre 2013, quando l’ex ufficiale delle SS Erich Priebke, responsabile dell’eccidio delle Fosse Ardeatine, morì a Roma e nessuna diocesi cattolica volle celebrarne il funerale. L’unica disponibilità arrivò dalla comunità lefebvriana di Albano Laziale. Gli scontri che seguirono impedirono lo svolgimento della cerimonia e il feretro venne allontanato in un clima di guerra civile.
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