Altro che rinascita della Patria, l'8 Settembre è stato una vergogna
- Postato il 2 ottobre 2026
- Politica
- Di Libero Quotidiano
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Altro che rinascita della Patria, l'8 Settembre è stato una vergogna
Il suo pensiero sull’8 settembre 1943 Aldo Cazzullo l’aveva espresso al X Festival della comunicazione di Camogli del 2023. Si è quindi autocitato ricalcando scaletta, temi e parole in tv con la ripresa autunnale di Un giorno particolare, successo annunciato ed exploit di telespettatori (oltre un milione con 7,2%). Su La7, dove la storia “tira”, è stata proposta nella ricostruzione la suggestiva tesi che quel giorno la Patria non morì, ma rinacque con le magnifiche sorti e progressive dell’Italia resistenziale e della Costituzione repubblicana antifascista, alla quale viene intonato il peana nel gran finale, sintesi della cifra narrativa didattico-ideologica.
Solo che l’8 settembre è il giorno della resa incondizionata (altro che armistizio) da cui Ernesto Galli Della Loggia distillò il concetto di “morte della Patria”. Ma Cazzullo ribalta la prospettiva: non fu «tracollo: è vero il contrario, segna l’inizio della rinascita».
Dopo il libro sul Rinascimento ha aggiunto per assonanza anche la rinascita dell’Italia contemporanea da un disastro che non ha eguali nella storia. Se il fascismo è l’«autobiografia della nazione», come lucidamente sintetizzò un antifascista come Piero Gobetti, l’8 settembre è la cattiva coscienza di una nazione e di un popolo che si sono autoassolti. La guerra malamente perduta venne sì proclamata il 10 giugno 1940 da Benito Mussolini dal balcone, ma fu dichiarata da Vittorio Emanuele III come da articolo 5 dello Statuto albertino, che nessuno però oggi rilegge.
RESA DEI CONTI
La guerra “fascista” fu quindi di tutto il popolo italiano che ne pagò le conseguenze. Quando, sotto i colpi di maglio degli Alleati e lo strascico delle sconfitte su tutti i fronti si cercò una via d’uscita, Vittorio Emanuele III astutamente lasciò che la resa dei conti avvenisse tra i gerarchi che giubilarono il Duce; poi liquidò quell’esperienza illudendosi di cancellare quasi un ventennio di dittatura costituzionale. Non fu il popolo italiano a rovesciare il regime, e persino i fascisti si adeguarono subito, salvo riconfluire alla corte di Salò dopo la liberazione del Duce il 12 settembre sul Gran Sasso.
Dopo la guerra senza i tedeschi e la guerra con i tedeschi arrivò quindi la guerra contro i tedeschi; e pure la guerra civile, per l’insipienza di una classe dirigente inadeguata, carrierista, incapace, velleitaria e codarda. La fuga di Pescara e poi di Ortona esprime da sola un giudizio storico e uno morale. Quel giorno fu sì particolare, ma non proprio come raccontato in tv. A esempio la corvetta che prese a bordo i reali, Badoglio, i generali e pure una spia inglese, non era soprannominata “Baionetta” (casomai "Sciaboletta" era Vittorio Emanuele III) ma si chiamava proprio così; non era «imponente» perché lo dice la classe; non andava a Brindisi (la mèta originaria e documentata era Taranto); non era scortata dalla gemella “Scimitarra” (che arrivò dopo e aspettò inutilmente al largo di Ortona); e poi «le navi vengono intercettate dagli aerei tedeschi» (uno solo) e sarebbe stato improbabile che potessero essere «abbattute» (da un ricognitore He 111). Tra le imprecisioni del documentario, all’hotel-prigione di Campo Imperatore Giuseppe Gueli non era «uno dei carabinieri di guardia a Mussolini» ma ispettore generale di Pubblica Sicurezza della Venezia Giulia e comandante del reparto misto.
Quale Patria è rinata allora da quei quattro giorni di tragedia? Per l’apporto della Resistenza la risposta sta all’Archivio di Stato: l’8 settembre i resistenti erano circa diecimila, su quasi tre milioni di italiani sotto le armi e una popolazione di quaranta milioni; a marzo 1944 saranno 30-40.000, ma il 26 aprile 1945 diventeranno improvvisamente 250.000, ben il doppio del giorno prima, e poi le domande di riconoscimento sfonderanno quota 650.000. L’8 settembre italiano fu davvero la morte del concetto di Patria.
Altra cosa è l’ideologia nel racconto della storia, in Italia spesso imbevuto di miti strumentali, di retorica e di antiretorica. Del Risorgimento (parola simbolica, perché non esistendo prima dell’unificazione l’Italia non era mai morta) si era appropriato il fascismo per gonfiare la narrazione nazionalista, tant’è che Garibaldi fu adottato tanto a Salò quanto dalle brigate partigiane.
NARRAZIONE GONFIATA
Poi fu la volta della Resistenza, fondamento della Repubblica della libertà e della democrazia, panacea di tutti i mali passati, presenti e futuri, lasciandola però coltivare dai comunisti e dai nipotini dell’Anpi a trazione ultrasinistra. Fino alla presidenza di Carlo Azeglio Ciampi nella narrazione della vulgata e nelle scuole nessuno parlava della resistenza dei militari (Porta San Paolo, Cefalonia, Monte Lungo, guerra di liberazione) e degli internati italiani nei lager nazisti (non tornò uno su dieci), con un racconto parziale e di parte. L’8 settembre è la data spartiacque da cui l’Italia non si è mai ripresa e, anzi, i tempi più recenti hanno dato lievito alle contrapposizioni di allora come se il tempo si fosse fermato alle questioni irrisolte e ideologicamente congelate in quel 1943. Quando il Capo dello Stato, il Capo del governo e i capi militari misero in scena la catastrofe nazionale sulla via della fuga che da Roma portava a Pescara e poi a Ortona, lasciarono gli italiani di allora in balia della rabbia e della vendetta tedesca, e trasmisero a quelli di oggi l’eredità di combattere contro i fantasmi di allora. L’8 settembre non è solo “Una giornata particolare” ma “il giorno della vergogna” e di qui iniziarono le contrapposizioni tra italiani. Se fosse il momento della rinascita della Patria dovrebbe essere festa nazionale, preparatoria del 25 aprile, e invece non c’è proprio niente da festeggiare.
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