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Alla Camera ultimo scoglio per nuova legge elettorale, Meloni riflette su fiducia

  • Postato il 15 settembre 2026
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Alla Camera ultimo scoglio per nuova legge elettorale, Meloni riflette su fiducia

Il Quotidiano del Sud
Alla Camera ultimo scoglio per nuova legge elettorale, Meloni riflette su fiducia

Roma, 15 set. (askanews) – Con l’approvazione in seconda lettura
al Senato, inizia il miglio decisivo per la riforma elettorale
voluta da Giorgia Meloni. Entro meno di un mese i giochi saranno
fatti: si capirà se il nuovo sistema di voto – un proporzionale
con premio di maggioranza, modificato al Senato con l’inserimento
dei capilista bloccati e delle preferenze – avrà il via libera
definitivo della Camera o sarà affossato con il voto segreto. I
parlamentari di maggioranza sono consapevoli che questa volta lo
stop non sarebbe indolore ma le paventate conseguenze sulla
tenuta del governo e su una fine della legislatura prima della
maturazione dei requisiti per il vitalizio non sembrano
sufficienti a mettere al riparo l’approvazione finale da
eventuali sgambetti dei franchi tiratori.

Che il passaggio a Montecitorio preoccupi Fratelli d’Italia e la
premier lo dimostra il fatto che il governo non ha ancora deciso
se sul terzo passaggio porrà la questione di fiducia, tanto che,
secondo quanto si apprende, il Consiglio dei ministri non l’ha
ancora autorizzata. I precedenti – dall’Italicum al Rosatellum –
non mancano e fino a poco tempo fa la fiducia veniva data per
scontata: l’idea è di evitare i voti segreti su articoli ed
emendamenti blindando la riforma nella terza lettura per non
incappare in un altro incidente come quello avvenuto a luglio
sulle preferenze, con il governo battuto per un voto
sull’emendamento di Fdi. In questo caso resterebbe un’unica
incognita sul voto finale, passaggio sul quale senza dubbio le
opposizioni non consetirebbero che ci si esprima in modo palese.

Ma la decisione è tutt’altro che presa, la riflessione è ancora
in corso e passa dai piani alti di via della Scrofa per arrivare
sino a Palazzo Chigi: il timore è che l’eventuale bocciatura
finale di una riforma su cui il governo ha ottenuto la fiducia
possa essere più dirompente dell’inciampo su un singolo
emendamento o articolo. Tuttavia, per quanto almeno formalmente
l’esecutivo abbia lasciato che la discussione sulla riforma fosse
nelle mani del Parlamento, difficilmente a questo punto si
potrebbe ipotizzare che una qualsiasi defaillance possa essere
semplicemente derubricata a ‘incidente’ senza conseguenze. Meloni
stessa, peraltro, ha più volte pubblicamente perorato la causa di
una nuova legge in nome della stabilità.

Il rovescio della medaglia però è che senza il voto ‘one shot’,
prendere o lasciare sull’intero provvedimento, verrebbe anche a
mancare – è la consapevolezza di molti – il collante di una
maggioranza che sulla riforma elettorale ha fatto fatica a
trovare una intesa. Insomma, la minaccia del ‘o così o tutti a
casa’ potrebbe suonare meno efficace.

Le modifiche con cui, durante l’esame del Senato, le liste
bloccate nei collegi plurinominali sono state sostituite dal
meccanismo dei capilista bloccati e le tre preferenze da
scegliere con le crocette in una lista di sei candidati sono
state a dir poco tormentate e hanno lasciato lo strascico della
mancata previsione dell’alternanza di genere. Un fattore, il
malumore trasversale delle deputate, che potrebbe pesare, come
già successo a luglio, sull’esito delle votazioni alla Camera.

Col bilancino, insomma, sembrano più i rischi che Meloni corre a
non blindare il testo. I punti che il passaggio al Senato ha
riaperto infatti non sono pochi: preferenze, firme, collegi di
Bolzano e voto ai caregiver fuorisede. Punti che toccano ben 4
articoli su 9 che quindi le opposizioni avranno la possibilitàá
di emendare e chiedere di votare con il voto segreto in aula dove
i malumori nei gruppi di maggioranza sono trasversali e pesa
l’incognita di una Lega dilaniata dalle divisioni interne e mai
convinta di dire addio ai collegi uninominali. Problemi di cui il
partito della premier è consapevole tanto che non è passato
inosservato l’appello del presidente della commissione Affari
costituzionali del Senato Andrea De Priamo (Fdi) oggi in
dichiarazione di voto finale: “Le preferenze tornano in
Parlamento dopo più di trent’anni grazie al governo Meloni e a
questa maggioranza. Auspico, con rispetto, che i colleghi della
Camera possano confermare questa scelta, perché siamo tutti
parlamentari, sappiamo quanto sia impegnativo andare a cercare le
preferenze, ma sappiamo anche quanto sia importante essere
legittimati e rafforzati dal consenso popolare”.

A Montecitorio l’esame si annuncia rapido. La riforma è attesa in
aula il 28 settembre per la discussione generale e a ottobre, con
i tempi contingentati, l’obiettivo è di arrivare al voto finale
entro il 9. Le opposizioni annunciano battaglia ma non
nascondono, fuori dai taccuini, la convinzione che a Montecitorio
non ci saranno sorprese. Il Pd guarda già alla Corte
Costituzionale che sarà sicuramente chiamata a esprimersi sulla
legittimità del nuovo sistema. Secondo il costituzionalista
Stefano Ceccanti è ragionevole aspettarsi che la Corte decida
entro la fine di gennaio. Al vaglio di costituzionalità anche la
norma introdotta al Senato che porta il numero delle firme che
chi non è in Parlamento dovrebbe raccogliere per presentare le
liste a oltre 400mila. Sul punto, che ha suscitato vive proteste
nelle opposizioni, tuttavia, il governo ha ancora la possibilità
di intervenire riducendo il numero e ampliando le deroghe
attraverso il decreto elezioni, come fatto dai governi passati.
Anche se oggi la ministra per le Riforme, Elisabetta Casellati,
dice: “Allo stato non mi risulta”.

Luc/Bac

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