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Addio Beccalossi, averne oggi di giocatori così: classe, ironia e un sinistro che manca all’Italia

  • Postato il 6 maggio 2026
  • Calcio
  • Di Il Fatto Quotidiano
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Addio Beccalossi, averne oggi di giocatori così: classe, ironia e un sinistro che manca all’Italia

Nell’ultima intervista rilasciata alla Gazzetta dello Sport, nell’estate 2023, alla domanda finale (“come vorrebbe essere ricordato?”), Evaristo Beccalossi rispose: “Come una persona vera. Ho sbagliato, ho pagato, ma ho sempre vissuto per le emozioni. E se sbagli per questo motivo, è davvero un errore?”. Beck è stato davvero così: un personaggio vero, un calciatore che ha emozionato non solo i tifosi delle squadre in cui ha giocato, in primis ovviamente quelli interisti, ma anche quelli avversari. La classe, l’estro, il piede sinistro sono stati un patrimonio di chi ama il calcio. È stato un fior di giocatore, il Beck, andato via pochi giorni dopo lo scudetto numero 21 della sua Inter e dopo quindici mesi difficili, segnati dal malore del gennaio 2025.

L’Evaristo, con quel nome un po’ così, oggi sarebbe stato il comandante della nazionale: nel suo repertorio c’è tutto quello che manca all’Italia derelitta e fuori dal mondiale per tre volte di fila. Beck, a parte tre presenze nell’Under 21 e quattro con l’Olimpica, rimase fuori dal giro azzurro: tanto per dire le differenze tra allora e adesso. La sua esclusione dai convocati per il mondiale 1982 scatenò le polemiche. Provocò anche il famoso “schiaffo di Alassio”, quando poco prima di salire sull’aereo, destinazione Spagna, una ragazza insultò Enzo Bearzot, lamentando l’assenza di Evaristo nella lista dei ventidue: il ct perse la pazienza e reagì con un ceffone.

Beccalossi è riuscito da dirigente a rappresentare la nazionale, accompagnando l’Under 19. Nella già citata intervista alla Gazza, parlò bene dei giovani: “Non è vero che le nuove generazioni sono viziate, i ragazzi vanno ascoltati”. Quando si superano i sessanta, si tende a essere critici e livorosi: Beccalossi era l’esatto contrario. Anche lui, come altri personaggi fuori dalle righe del calcio, era un accanito fumatore: “Quando lasciai Brescia e arrivai a Milano, a ventidue anni, andai subito a Piazza Duomo, accesi la Marlboro rossa e me la gustai”. Tirava tardi la sera, girando per i locali di Milano, in quegli anni fabbrica di talenti: musica, cinema e teatro. I due rigori sbagliati contro lo Slovan Bratislava in Coppa delle Coppe, il 15 settembre 1982, mentre l’Italia festeggiava ancora il terzo titolo mondiale, ispirarono nel 1992 un celebre monologo di Paolo Rossi: “Lode a Evaristo Beccalossi”.

Usava i capelli lunghi come scudo. La fisionomia del viso ricordava vagamente Francesco Nuti. Beck era ironico, generoso, intelligente. Sapeva prendere la vita per il verso giusto. Anche la scelta di vivere il mondiale 1982 da commentatore televisivo racconta molto del personaggio. Altri si sarebbero nascosti, macerandosi nella delusione. Lui andò ugualmente in Spagna e, come raccontò, si divertì. Gianni Brera lo soprannominò “Dribblossi”. Nel 1983 il cantautore Mauro Minelli gli dedicò il brano “Scusa se insisto, mi chiamo Evaristo”, che riprende nel titolo una celebre frase di Beppe Viola. Beck l’avrebbe rilanciata decenni dopo in uno spot. Sapeva ridere degli altri e di se stesso: non è una dote comune.

Diede il meglio di sé con un allenatore lontano anni luce dal suo stile di vita: Eugenio Bersellini, uno dei sergenti del nostro calcio. Si guadagnò la stima e il rispetto di Diego Armando Maradona. Il sinistro di Beck non è stato il sinistro di Dio, ma un piede che ha illuminato il calcio italiano di allora. Averne come lui, oggi. E averne personaggi così: veri, intelligenti, ironici. Lassù, tra le nuvole, ci sarà sempre un posto per Beck nella nazionale del paradiso.

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Il Fatto Quotidiano

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