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9 maggio 1978. Aldo Moro e Peppino Impastato: una ferita ancora aperta

  • Postato il 9 maggio 2026
  • Società
  • Di Paese Italia Press
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9 maggio 1978. Aldo Moro e Peppino Impastato: una ferita ancora aperta

Il 9 maggio 1978 è una delle date più drammatiche e simboliche della storia della Repubblica Italiana. In poche ore, il Paese fu colpito da due tragedie destinate a segnare per sempre la coscienza collettiva nazionale: il ritrovamento del corpo di Aldo Moro, assassinato dalle Brigate Rosse dopo 55 giorni di prigionia, e l’uccisione di Peppino Impastato, fatto saltare in aria dalla mafia a Cinisi.

Due uomini lontanissimi per formazione, linguaggio e ruolo istituzionale. Moro rappresentava il cuore dello Stato, la mediazione politica, il tentativo di costruire un equilibrio democratico nel pieno degli anni di piombo. Impastato era invece una voce ribelle e controcorrente, un giovane militante che combatteva Cosa Nostra con la satira, la denuncia pubblica e la libertà della parola.

Eppure, quel 9 maggio li unì per sempre in una memoria comune: quella di chi ha pagato con la vita la difesa della democrazia e della verità.

Il sequestro Moro era iniziato il 16 marzo 1978 con l’agguato di via Fani, a Roma. In pochi secondi, le Brigate Rosse massacrarono i cinque uomini della scorta: Oreste Leonardi, Domenico Ricci, Francesco Zizzi, Raffaele Lozzione e Giulio Rivera, dello statista democristiano e rapirono il presidente della DC.

Per 55 giorni l’Italia visse sospesa. Moro, rinchiuso nella cosiddetta “prigione del popolo”, scrisse lettere ai familiari, ai dirigenti politici, al Papa e alle istituzioni. Il governo mantenne la linea della fermezza: nessuna trattativa con il terrorismo.

La mattina del 9 maggio 1978 segnò la conclusione tragica del sequestro.

Secondo le ricostruzioni storiche più accreditate, Moro venne ucciso tra le 6 e le 7 del mattino all’interno della Renault 4 rossa utilizzata dai brigatisti. Il suo corpo fu lasciato in via Michelangelo Caetani, nel centro di Roma.

La scelta del luogo aveva un valore altamente simbolico: via Caetani si trova a metà strada tra Piazza del Gesù, storica sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano. Le Brigate Rosse volevano colpire insieme lo Stato e il progetto politico del “compromesso storico”, promosso proprio da Moro insieme a Enrico Berlinguer. La scelta del luogo aveva un valore altamente simbolico: via Caetani si trova a metà strada tra Piazza del Gesù, storica sede della Democrazia Cristiana, e via delle Botteghe Oscure, sede del Partito Comunista Italiano. Le Brigate Rosse volevano colpire insieme lo Stato e il progetto politico del “compromesso storico”, promosso proprio da Aldo Moro insieme a Enrico Berlinguer, che in quei mesi era segretario nazionale del PCI e parlamentare della Repubblica. In piena Guerra Fredda, quel tentativo di dialogo tra Democrazia Cristiana e Partito Comunista rappresentava uno dei passaggi politici più delicati e discussi della storia italiana del dopoguerra.

Alle ore 12:13 il brigatista Valerio Morucci telefonò a Franco Tritto, collaboratore di Moro:

“In via Caetani c’è una Renault 4 rossa…”

Poco dopo, le forze dell’ordine aprirono il bagagliaio della vettura. Dentro vi era il corpo senza vita dello statista.

L’immagine della Renault 4 rossa divenne immediatamente uno dei simboli più tragici della storia italiana contemporanea.

Ancora oggi, sul caso Moro restano interrogativi, omissioni e zone d’ombra: dai presunti ritardi nei soccorsi ai misteri legati alla gestione delle indagini, fino al peso degli equilibri internazionali della Guerra Fredda, quando l’Italia rappresentava un punto strategico e fragile nello scontro tra Stati Uniti e blocco sovietico. Un contesto che attraversava profondamente anche la politica italiana e che molti storici, magistrati e intellettuali, tra cui Leonardo Sciascia, hanno continuato ad analizzare negli anni. Dai presunti ritardi nei soccorsi ai misteri legati alla gestione delle indagini, fino alle responsabilità internazionali che molti storici e magistrati hanno continuato a discutere negli anni.

Nelle stesse ore, a centinaia di chilometri di distanza, un altro delitto veniva consumato quasi nel silenzio generale.

Peppino Impastato aveva 30 anni ed era nato a Cinisi, in provincia di Palermo, in una famiglia legata agli ambienti mafiosi. Scelse però di rompere radicalmente con quel mondo.

Attraverso Radio Aut denunciava pubblicamente gli affari di Cosa Nostra, prendendo di mira soprattutto il boss Gaetano Badalamenti, che abitava a pochi metri dalla sua casa: i celebri “cento passi”.

Con ironia, sarcasmo e coraggio politico, Impastato trasformò la radio in uno strumento di controinformazione popolare, rompendo il muro di omertà che soffocava il territorio.

La sera dell’8 maggio 1978 lasciò la sede di Radio Aut a Terrasini. Fu l’ultima volta che venne visto vivo.

Durante la notte tra l’8 e il 9 maggio, venne sequestrato dai sicari mafiosi, picchiato e assassinato. Il suo corpo fu posto sui binari della linea ferroviaria Palermo-Trapani e fatto esplodere con una carica di tritolo, nel tentativo di simulare un attentato terroristico fallito.

All’alba, i ferrovieri trovarono i resti dilaniati lungo la massicciata.

Le prime ricostruzioni ufficiali parlarono di suicidio o di terrorismo. Per anni si tentò di infangarne la memoria. Solo grazie alla tenacia della madre Felicia Bartolotta, del fratello Giovanni e dei compagni di militanza si riuscì a ottenere verità e giustizia.

Nel 2002 Badalamenti venne condannato all’ergastolo come mandante dell’omicidio.

La vicenda di Impastato divenne simbolo della lotta civile contro la mafia e dell’importanza della libertà di informazione.

“La mafia uccide, il silenzio pure.”

Questa frase, attribuita a Peppino, è diventata negli anni uno dei manifesti morali dell’antimafia italiana.

Mentre televisioni, radio e giornali di tutto il mondo concentravano l’attenzione sul ritrovamento del corpo di Moro, il delitto di Cinisi passò inizialmente quasi inosservato.

L’Italia di quegli anni era attraversata da violenze politiche, terrorismo nero e rosso, strategia della tensione, mafia e profonde instabilità sociali. Il 1978 rappresentò uno dei punti più drammatici di quella stagione.

Il paradosso storico del 9 maggio è proprio questo: nello stesso giorno il Paese perse sia un uomo delle istituzioni sia un uomo che combatteva il potere criminale dal basso.

Uno Stato colpito al cuore e una coscienza civile ridotta al silenzio.

La memoria del 9 maggio

Nel 2007 il Parlamento italiano ha istituito ufficialmente il “Giorno della Memoria dedicato alle vittime del terrorismo e delle stragi di tale matrice”, fissandolo proprio al 9 maggio, anniversario dell’uccisione di Aldo Moro. Negli anni, però, questa ricorrenza è diventata anche un momento di ricordo per tutte le vittime della mafia e della violenza politica, unendo idealmente le figure di Moro e Impastato.

La memoria di quel giorno continua a interrogare l’Italia contemporanea.

Ricordare Moro significa riflettere sul rapporto tra Stato, terrorismo e democrazia.

Ricordare Impastato significa comprendere che la mafia si combatte non solo nei tribunali, ma nella cultura, nella scuola, nell’informazione e nel coraggio quotidiano di rompere il silenzio.

Gli orari del 9 maggio 1978

06:00 – 07:00 

Moro viene assassinato. 

Il corpo di Peppino Impastato esplode sui binari di Cinisi.

Prime ore del mattino proseguono le ricerche a Roma di Moro.

Ritrovamento dei resti di Impastato

12:13

Telefonata BR: “via Caetani”. 

Le agenzie battono notizie confuse

13:30 circa 

Apertura della Renault 4 rossa.

Il caso viene inizialmente classificato come terrorismo.

La memoria di quel 9 maggio continua ancora oggi a interrogare l’Italia contemporanea.

Ricordare Aldo Moro significa riflettere sul rapporto tra Stato, terrorismo e democrazia negli anni più difficili della Repubblica, dentro il clima della Guerra Fredda e delle tensioni internazionali che attraversavano l’Europa.

Ricordare Peppino Impastato significa capire che la mafia si combatte non solo nei tribunali, ma anche con le azioni quotidiane di ciascuno di noi, nella scuola, nella cultura, nell’informazione libera e nel coraggio di rompere il silenzio.

Due storie diverse, unite però dalla stessa responsabilità civile e politica di trasformare la memoria in impegno concreto per la democrazia e la legalità.

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