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27 agosto 1965: muore Le Corbusier

  • Postato il 27 agosto 2026
  • Di Focus.it
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In sintesi

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27 agosto 1965: muore Le Corbusier
"Tutta la città di Chandigarh, disegnata da Le Corbusier, è un esempio emozionante di progetto di una città moderna, tutta costruita nell'ambito della teoria delle proporzioni umane: la testa, il corpo, le braccia devono essere tutte rappresentate", scriveva la collezionista e signora dell'arte contemporanea nella sua autobiografia Peggy Guggenheim. Una vita per l'arte (Bur Rizzoli). Era stata invitata in India a visitare la nuova capitale del Punjab, che l'architetto svizzero aveva progettato e costruito ex novo negli Anni '50, su richiesta del premier Nehru, applicando i principi da lui teorizzati. Ne era nato un reticolo di edifici di cemento armato, insolito fra le architetture coloniali e i templi indù.. I limiti della città utopica Guggenheim, commentando le case tutte uguali, gli alberi ancora radi lungo le strade a griglia e l'effetto deserto di una città nata dal nulla, metteva anche in luce i problemi riscontrati da chi vi abitava già: "La sala da pranzo era una stanza di passaggio [...]; non c'era portico nell'ingresso per proteggersi dalla pioggia, che a Chandigarh è addirittura devastante: [...] il garage era dietro alla casa, vicino agli appartamenti della servitù; [...] soprattutto la casa era stata costruita senza pensare al monsone, che causa tremende inondazioni. Essendo una delle prime, era già fuori moda, mentre le nuove avevano tratto beneficio da tutti gli errori constatati nelle altre". Ma intanto sottolineava la capacità del progettista di carpire le buone soluzioni dai locali e di farle proprie: "Eravamo in un albergo di Le Corbusier che era piuttosto confortevole in quanto c'erano dovunque muri in cemento con l'intelaiatura a traliccio che riparavano dal sole e allo stesso tempo lasciavano filtrare il vento. Quest'idea, sebbene apparentemente invenzione di Le Corbusier, è una vecchia abitudine indiana, e trova tutti d'accordo". Quella visita rivelava il meglio e il peggio di quel capolavoro firmato Charles-Édouard Jeanneret-Gris (1887-1965), alias Le Corbusier.. L'archistar Oggi lo definiremmo così. Anzi, la prima archistar, perché è in effetti un pilastro del Novecento, con qualche crepa, ma pur sempre all'origine degli edifici che definiamo "moderni". Nel Dopoguerra, con l'Europa da ricostruire, molti progettisti presero a modello quello che Le Corbusier aveva teorizzato molto prima nei manifesti del Movimento moderno: Verso un'architettura, del 1923, e I cinque punti di una nuova architettura, scritto nel 1926 con il cugino Pierre Jeanneret. Elementi da integrare con altri, pubblicati sulla rivista L'Esprit Nouveau ("Lo spirito nuovo").. Quali erano quelle cinque regole? Innanzitutto, i pilotis, sottili pilastri di cemento armato che sollevavano gli edifici dal terreno e che con l'adozione di lunghe travi consentivano di eliminare i tradizionali muri portanti per costruire una casa a pianta libera, altro elemento essenziale. Poi, questa casa nuova doveva avere il tetto-terrazza, finestre a nastro capaci di illuminare le ampie superfici interne e la facciata libera. Quindi non più muri portanti con piccole finestre, terrazzi minuscoli, decori e stucchi, come negli edifici a cavallo fra Ottocento e Novecento, ma ampie aperture dalle quali l'edificio, retto da una struttura di cemento armato, riesce a ricevere una buona ventilazione e tanta luce naturale, mentre lo sguardo passa agevolmente da dentro a fuori. In altre parole, le case di oggi, i palazzi dalle grandi vetrate, con ampi living aperti e parapetti di cristallo, i balconi organizzati come boschi e i tetti sui cui coltivare orti e installare le cassette delle api. Insomma, il vivere moderno.. Gli inizi Nato in Svizzera alla fine dell'Ottocento, Le Corbusier era il figlio di un incisore e smaltatore di orologi e di una pianista proveniente anche lei da una famiglia di orologiai. Proprio dagli avi materni il giovane Charles-Édouard avrebbe preso a prestito il suo pseudonimo. Finita la scuola d'arte del cantone di Neuchâtel, avrebbe dovuto prendere in mano la ditta di famiglia. Ma la decorazione delle casse degli orologi non era il suo destino. Spinto da un maestro lungimirante, il ragazzo seguì i suoi consigli: "Avevo 16 anni, accettai il verdetto e mi diedi all'architettura". Collaborò alla progettazione di Villa Fallet, per il direttore della scuola d'arte, e partì per l'Italia, a 19 anni, con i pochi soldi guadagnati e tanto entusiasmo. Il Grand Tour, Firenze in testa, fu il primo di molti viaggi che lo portarono in lungo e in largo per l'Europa: a Budapest, nella Vienna dei grandi maestri della Secessione (Otto Wagner e Josef Hoffmann), poi a Norimberga, a Monaco di Baviera e infine a Parigi, dove arrivò nel 1908.. Si fece in fretta una rete di amici ed entrò nello studio di Auguste Perret, pioniere del cemento armato, dove scoprì quel materiale fino ad allora assai poco usato nell'edilizia. Il béton, come i francesi chiamano il calcestruzzo, lo rapì. Aveva trovato la sua strada. Lo avrebbe usato per conciliare le moderne tecniche di costruzione con le esigenze del vivere moderno. "Corbu", come fu soprannominato, scoprì che le potenzialità del cemento e della sua anima di ferro erano enormi, potevano cambiare il mondo. L'architetto fece nuove puntate all'estero: a Berlino fu discepolo di Peter Behrens (e lì incontrò Mies van der Rohe e Gropius), ma non apprezzò le sue "eresie costruttive" e riprese a viaggiare verso Budapest e Belgrado. Andò a Oriente, ad Atene, dove scrisse che "non esisteva che il tempio, il cielo, e lo spazio delle pietre tormentate da venti secoli di scorrerie". E davanti al Partenone provò "l'emozione superiore, di ordine matematico". A Istanbul incontrò di nuovo il maestro Perret, che lo incitò a tornare in Francia. Corbu rientrò, ma nella natia Svizzera, La Chaux-de-Fonds, per una cattedra alla scuola d'arte. E da lì vide l'Europa bruciare per la Grande guerra.. I principi Quasi a fine conflitto, nel 1917, tornò a Parigi e si diede alla pittura, grazie anche all'influenza dell'artista Amédée Ozenfant: fu allora che fondò la rivista L'Esprit Nouveau, di cui fece uscire 28 numeri, molti con la collaborazione di firme illustri come l'austriaco Adolf Loos. La usò a guisa di palestra per comporre i concetti raccolti nei saggi Vers une architecture, la summa del suo pensiero. Cominciò allora a definire la casa "una macchina per abitare". Buttati alle ortiche orpelli e decori, tolto il superfluo, quel che restava era la struttura spoglia: i pilastri, le superfici piatte, gli spazi vuoti, le aperture e... la luce. Ecco le basi dei 5 principi di Le Corbusier. La fama non tardò ad arrivare, visto che Corbu progettava case per i ricchi committenti dell'industria francese e diffondeva le sue idee in una frenetica attività di conferenziere. Nel 1927 mise insieme le sue idee innovative e radicali per il progetto dell'edificio che doveva ospitare la nascente Società delle Nazioni a Ginevra. Lo firmò con il cugino Pierre Jeanneret, con il quale aveva aperto uno studio al 35 di rue de Sèvres. Il progetto si classificò primo ex aequo, ma poi fu accantonato per una strana vicenda. Uno smacco dal quale faticò a riprendersi. Affrontò una seconda battuta d'arresto per il Palazzo dei Soviet, da costruire a Mosca di fianco al Cremlino. Il suo progetto fu prima giudicato un "capolavoro del funzionalismo" e poi scartato.. Patti con il diavolo Per fortuna i fallimenti si alternarono con i progetti condotti a buon fine: la Città-rifugio dell'Esercito della Salvezza, il Padiglione della Svizzera alla Cité Universitaire di Parigi, il Molitor di Parigi, e la Villa Savoye, una scatola bianca poggiata su pilotis, completata nel 1931. Corbu continuava a viaggiare costruendo rapporti con governi e regimi emergenti. Fece amicizia con il gerarca fascista Giuseppe Bottai, governatore di Addis Abeba, e accarezzò anche l'idea di lavorare per Mussolini: "Lo spettacolo offerto attualmente dall'Italia", scrisse negli anni Trenta "e lo stato delle sue capacità spirituali annunciano l'alba imminente dello spirito moderno". Non si faceva scrupoli, insomma, rossi o neri per lui pari erano: "Quando si mischiano tutti i colori si ottiene il bianco", diceva. Come raccontò la designer Charlotte Perriand, che lavorò a lungo con lui, "avrebbe fatto patti anche col diavolo pur di vedere i suoi progetti prendere forma". Non si può dire che non ci provò.. Nel settembre 1940, con la Francia occupata dai nazisti, Le Corbusier chiuse l'ufficio parigino e partì per proporre i suoi progetti al regime di Vichy. L'architetto insisteva con l'idea di una pianificazione urbanistica radicale, con le città formicaio ultramoderne e standardizzate da lui immaginate. Fu inutile, il governo collaborazionista guidato dal maresciallo Pétain aveva gusti più conservatori. Nel 1942 se ne tornò a Parigi con le pive nel sacco. Jean Prouvé, uno dei designer più famosi del Novecento, allora entrato nella Resistenza, raccontò come l'amico lo avesse sorpreso: "Si era precipitato a incontrare il governo di Vichy. Le Corbusier avrebbe fatto i suoi pilotis ovunque pur di dimostrare che i pilotis andavano fatti! E invece fu cacciato...".. Controverso Nel Dopoguerra tutto fu dimenticato, ma nel 2015, mentre il Centre Pompidou di Parigi lo celebrava con una grande mostra, uscirono tre libri ad appannare il mito. Fra questi Le Corbusier, un fascismo francese (Albin Michel) di Xavier de Jarcy, dove l'autore evidenziava posizioni ideologiche vicine a Vichy e a Mussolini. L'autore puntava il dito contro i contenuti del Plan Voisin, la soluzione urbanistica che Le Corbusier aveva progettato nel 1922 per riorganizzare il centro di Parigi. Un progetto di eugenetica sociale su larga scala, secondo il libro.. Gli schizzi hanno infatti un aspetto inquietante: il piano prevedeva un centro d'affari e un quartiere residenziale composto da una griglia di 24 grattacieli cruciformi sulla riva destra della Senna, intersecati da due grandi arterie per collegare la capitale al resto del Paese. Un alloggio per le élite motorizzate, insomma, mentre le categorie sociali inferiori sarebbero state "deportate" fuori dalla metropoli, in città giardino, le "fattorie radianti", piazzate fra le fabbriche. Per de Jarcy si trattava di un piano regolatore autoritario e fascista concepito da un personaggio dai sogni totalitari, dal "cinismo in cemento armato", per di più fortemente antisemita, secondo l'autore.. Eppure, dopo la guerra nessuno gli contestò nulla. Durante il conflitto Le Corbusier si era rifugiato a Ozon, nei Pirenei, a leggere Balzac e Flaubert, e liberata Parigi tornò al suo lavoro pieno di energia e nuove idee. Finalmente, perché c'era da ricostruire il mondo!. Rinascita Tra il 1943 e il 1948 Corbu aveva partorito il Modulor, un sistema di proporzioni basato sul corpo umano. Se vi suona familiare è perché ricorda l'uomo vitruviano di Leonardo e i lavori di Leon Battista Alberti, niente che un italiano non abbia sentito menzionare. Ai francesi sembrò una gran trovata. Le Corbusier usò le proporzioni care ai nostri maestri rinascimentali per progettare i suoi edifici. Basandosi sulla morfologia umana, scomodando pure la sezione aurea e la serie matematica di Fibonacci, definì il rapporto tra persona e spazio vitale e li usò per dare struttura e dimensioni ai suoi progetti: come la Maison radieuse di Rezé, l'unità abitativa di Firminy-Vert e la Cité radieuse di Marsiglia (o Unité d'habitation). Che poi cosa avesse di radioso, non è chiaro. Di certo, la sua "unità d'abitazione" assunse i contorni del mito per tutti gli studenti di architettura, che in tanti emularono Corbu. Oggi, in verità, quel parallelepipedo di cemento ci ricorda tanto le cronache italiane, il Corviale di Roma o altre utopie urbanistiche finite male.. In tanto grigio Corbu infilò un po' di bianco con la sua chiesa dalle curve libere di Notre-Dame du Haut, e persino un trattato sulla policromia, ripescando i colori primari, declinati nei suoi edifici in balconi o in colonne gialle, rosse e ciano (un azzurro acceso). "La policromia in architettura è uno strumento indispensabile, tanto quanto la pianta o la sezione di un edificio. Anzi, di più", diceva. Per questo aveva creato nel 1931 una prima gamma cromatica composta da 43 "colori architettonici", raggruppati in 12 atmosfere dai nomi evocativi: spazio, cielo, velluto, sabbia.. Le Corbusier finì la sua indaffarata esistenza in un capanno di legno, il Cabanon che si era fatto costruire nel 1951 a Roquebrune-Cap-Martin, in Costa Azzurra, buen retiro dove si rifugiava a disegnare, leggere e meditare. Qui nel 1965, dopo una nuotata, fu colpito da infarto. I francesi gli tributarono esequie solenni. L'architetto che aveva disegnato il futuro fu sepolto nel cimitero locale, accanto alla moglie Yvonne, in una tomba vista mare senza orpelli, di brutalissimo cemento armato, seppure a strisce colorate: rosso, giallo e ciano, ça va sans dire!.
Autore
Focus.it

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