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Furono decine di migliaia le italiane che, tra il 1943 e il 1945, si esposero senza esitare a tutti i rischi della guerra di liberazione. Donne di ogni età e ceto sociale, determinate ad affrancarsi dal tradizionale ruolo di angelo del focolare per diventare un elemento imprescindibile della Resistenza e della lotta al nazifascismo nelle sue varie declinazioni: militare, ideologica, sociale, sindacale...
Molte furono deportate, altre uccise in azione, spesso dopo aver subito violenze indicibili da parte del nemico. Eppure, per lungo tempo, la partecipazione delle donne alla lotta per la libertà fu sminuita, se non addirittura ignorata, persino dai loro stessi compagni, che in troppi casi si rifiutarono di farle sfilare al proprio fianco durante le parate della vittoria. Tanto che sono pochissime le partigiane insignite con medaglie e riconoscimenti ufficiali, e ancor meno quelle che ricevettero il giusto tributo quand'erano ancora in vita.. Emancipazione
La partecipazione femminile alla Resistenza fu immediata. All'indomani dell'armistizio dell'8 settembre 1943, quando il nuovo capo del governo Pietro Badoglio (subentrato a Mussolini il 25 luglio) firmò la resa incondizionata dell'Italia agli Alleati, nelle terre del Centro-Nord, rimaste in mano a fascisti e nazisti, si formarono bande partigiane che, in molti casi, facevano riferimento alle direttive del Cln (Comitato di liberazione nazionale) fondato il 9 settembre. Molte donne furono subito coinvolte attivamente e già pochi mesi dopo, nel novembre 1943, nacquero i Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà (Gdd).. Tra le fondatrici Ada Gobetti, futura vicesindaca di Torino. «I Gruppi erano l'evoluzione naturale delle innumerevoli iniziative spontanee messe in atto da singole donne o piccoli comitati locali dopo l'8 settembre», racconta Benedetta Tobagi, autrice del libro La Resistenza delle donne (Einaudi), libro vincitore della 61a edizione del Premio Campiello (2023). Scopo dei Gdd era coniugare le azioni della Resistenza con le questioni relative alla condizione femminile. Nei Gruppi, le donne imparavano quali fossero i loro diritti e acquisivano strumenti nuovi per leggere la realtà.
«La piattaforma delle rivendicazioni era chiara: parità giuridica, politica ed economica», prosegue Tobagi. «Inoltre, il programma impegnava le donne a una capillare attività di proselitismo. In primo luogo nei confronti delle altre donne, ma si davano un gran da fare anche per convincere i ragazzi a entrare nella Resistenza e per far disertare i militari dell'esercito della Repubblica sociale italiana».. Non solo assistenza
I Gdd si diffusero presto in tutta l'Italia occupata dai nazifascisti, coinvolgendo circa 70mila attiviste. La loro denominazione non deve però trarre in inganno: contrariamente al mero ruolo di assistenza ai combattenti uomini, espresso nell'acronimo, le donne che ne fecero parte aderirono anche alla lotta armata, esponendosi a ogni pericolo e mettendo a rischio la propria vita.
«Furono moltissime le donne che non si limitarono ad agire dietro le quinte, preferendo scendere in campo con le armi in mano per battersi assieme agli uomini», conferma Matteo Liberti, autore del saggio Donne guerriere: le grandi condottiere che hanno cambiato la Storia (Newton Compton). «La lotta partigiana vide le donne combattere sia nei Gap (Gruppi di azione patriottica) sia nei Sap (Squadre di azione patriottica), pianificando sabotaggi e compiendo varie altre azioni di disturbo, aggiungendo così, al tradizionale ruolo di mogli e di mamme, quello di guerriere».. Temerarie
In questo scenario, uno dei ruoli maggiormente diffusi e rischiosi era quello delle "staffette". «Erano chiamate così le ragazze che attraversavano le linee nemiche per consegnare documenti, stampa clandestina, beni alimentari, medicine, armi e istruzioni per la guerriglia».
Tra le staffette partigiane più temerarie si ricorda Gabriella Degli Esposti, originaria di Calcara di Crespellano (Bologna): catturata dalle Ss, le furono amputati i seni, cavati gli occhi e squarciato il ventre per indurla a denunciare i compagni. La donna, incinta del suo terzo figlio, non parlò, finché non venne giustiziata nel dicembre del 1944, all'età di trentadue anni. L'atroce destino della partigiana Gabriella fu condiviso da moltissime altre combattenti, tra cui spicca la romana Carla Capponi, tra le protagoniste del famoso attentato di via Rasella compiuto il 23 marzo 1944 contro un battaglione di polizia tedesca.. Ignorate da tutti
A dispetto dei sacrifici e dei rischi corsi, dopo la Liberazione la presenza delle donne tra le file dei partigiani è stata a lungo minimizzata e considerata marginale. Basti pensare che, su 35mila partigiane combattenti (senza contare quelle che svolsero solo funzioni di supporto), soltanto 19 ricevettero la Medaglia d'oro al valor militare, e che in soli quattro casi le premiate erano vive al momento in cui ottennero il riconoscimento. Le contraddizioni più eclatanti emersero proprio al termine della guerra, quando alcune partigiane furono addirittura escluse dai cortei di liberazione per evitare che la presenza femminile "danneggiasse" l'immagine dei combattenti maschi. Quando, per esempio, la partigiana Tersilia Fenoglio (nome di battaglia Trottolina) chiese di partecipare alla sfilata torinese del 6 maggio 1945, si sentì rispondere: "Tu non vieni, se no ti pigliamo a calci in culo! La gente non sa cos'hai fatto in mezzo a noi, e noi dobbiamo qualificarci con estrema serietà!".. Perché questa sorta di "censura"? «Finita la guerra, la maggior parte degli uomini considerò naturale rinchiudere nuovamente in casa le donne», raccontano in proposito Anna Maria Bruzzone e Rachele Farina nel libro La Resistenza taciuta (La Pietra), pubblicato nel 1976. Questo importante libro, che raccoglie le biografie di dodici partigiane piemontesi, si rivelò subito fondamentale per riscoprire il valore della partecipazione femminile alla guerra di liberazione, visto che ancora negli Anni '70 la storiografia riconosceva alle donne solo un ruolo subalterno.
«In fondo, anche per molti uomini di sinistra le partigiane combattenti avevano trasgredito la vocazione domestica; quindi preferirono pensare che le donne avevano agito più per amor loro che per autonoma scelta politica». Oggi le cose sono profondamente cambiate. Studi, documentari e celebrazioni pubbliche hanno restituito alle donne della Resistenza il posto che meritano nella memoria collettiva..
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