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2 giugno 1946: il suffragio femminile in Italia

  • Postato il 2 giugno 2026
  • Di Focus.it
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2 giugno 1946: il suffragio femminile in Italia
Ottant'anni fa, per la prima volta nella storia d'Italia, le Donne furono chiamate a votare, per decidere la forma giuridica del loro Paese. Ma per raggiungere questo traguardo il percorso è stato tutt'altro che lineare. Il voto alle donne nell'articolo "E voto fu", pubblicato su Focus Storia in edicola.. Le "Madri Costituenti" Il 1946 costituì uno spartiacque nella storia italiana, segnando l'ingresso delle donne nella vita politica del Paese, con la possibilità di votare e di essere elette. Il loro debutto alle urne, sancito l'anno precedente dal decreto Bonomi, si concretizzò dapprima nelle elezioni amministrative del 10 marzo epoi nello storico referendum istituzionale del 2 giugno, in cui le italiane e gli italiani scelsero tra monarchia e repubblica. In quell'occasione vennero elette 21 "madri costituenti", pronte a partecipare, all'interno dell'Assemblea costituente, alla redazione della Costituzione italiana. Questo traguardo fu il risultato di una lunga battaglia contro l'indifferenza e i pregiudizi di una cultura arretrata, che arrivò persino a mettere in dubbio la capacità di giudizio delle donne.. Pregiudizio consolidato "Non dite più che lo spirito femminile manca di solidità [...] e raziocinio [...]. Non dite più che la donna è fatta per la famiglia, che nella famiglia è il suo regno e il suo impero! Ella esiste nella famiglia, nella città, in faccia ai pesi e ai doveri". Così scriveva la giornalista e attivista Anna Maria Mozzoni nel saggio La donna e i suoi rapporti sociali (1864), pietra miliare del pensiero italiano sulla questione femminile e tra i primi testi nazionali a denunciare apertamente i pregiudizi che relegavano le donne alla sfera privata. Mozzoni, pioniera del femminismo nostrano e infaticabile promotrice dell'emancipazione, obiettava con forza alle teorie dell'epoca sul presunto "spirito debole" femminile, bollato come instabile per natura e perciò inadatto alla politica e al voto.. La legislazione dell'Ottocento confermava tali preconcetti: nelle elezioni comunali e provinciali, le donne erano espressamente escluse dall'elettorato, insieme ad "analfabeti, interdetti, falliti e condannati" (legge 20 marzo 1865). Per le elezioni politiche nazionali, invece, la legge non conteneva riferimenti espliciti alle donne, che restavano comunque escluse dal voto per ragioni culturali e sociali. Questo buco legislativo rappresentò però un'arma a doppio taglio, perché fornì alle italiane uno strumento per avanzare le prime rivendicazioni. «Nel corso delle campagne per il voto, le donne approfitteranno di quella ambiguità per chiedere l'iscrizione nelle liste elettorali», afferma la storica Giulia Galeotti, autrice del volume Storia del voto alle donne in Italia (Viella).. Il coraggio di osare La prima a sfruttare questa "falla giuridica" fu Maria Montessori, una delle menti più brillanti del XX secolo. Nel 1906 (a un anno dalla fondazione del Comitato per il suffragio femminile), la nota pedagogista lanciò un appello dalle colonne del quotidiano La Vita, invitando le donne del Regno a iscriversi alle liste elettorali politiche, dal momento che non era appunto dichiarato da nessuna parte che non potessero farlo. «Il fatto suscitò, com'era prevedibile, grandi critiche. L'accusa primaria era quella di aver approfittato di una svista del legislatore», spiega Galeotti. «La domanda femminile d'iscrizione alle liste elettorali stupiva e spaventava perché rivelava un argomentare logico e consapevole, capace di una strategia politica attenta e matura».. La capacità di armarsi degli strumenti del diritto iniziò presto a dare i suoi frutti. Centinaia di donne risposero all'appello di Montessori, presentando domanda d'iscrizione alle liste elettorali, e in alcune città, dal Sud al Nord del Paese, tali richieste vennero accolte. Tuttavia, le decisioni furono impugnate e la maggior parte delle Corti d'Appello le annullò. Solo ad Ancona dieci maestre riuscirono temporaneamente a ottenere la tessera elettorale, prima che la Corte di Cassazione annullasse la sentenza. Altro episodio degno di nota fu la candidatura al Parlamento di Grazia Deledda (Nobel per la letteratura nel 1926), presentata dal Partito radicale italiano nel marzo 1909. La scrittrice ottenne 34 voti, di cui 31 furono però annullati.. Paradosso In questo scenario si inserì il dualismo tra due giganti del socialismo italiano: Filippo Turati e Anna Kuliscioff. Compagni nella vita e nella lotta politica, i due erano profondamente divisi sulla strategia da adottare. Turati sosteneva in linea di principio i diritti delle donne, ma temeva che richieste troppo radicali affossassero la battaglia prioritaria del partito, ossia l'estensione del voto maschile. All'epoca, il suffragio maschile era infatti limitato ai cittadini di 21 anni "istruiti" o con un censo di almeno 19,80 lire. Kuliscioff invece non accettava compromessi e rivendicava con forza l'emancipazione politica femminile.. «Nel partito socialista la questione fu molto combattuta», conferma Galeotti. «Al di là di generiche simpatie verso l'allargamento del suffragio, si temeva che le donne avrebbero espresso posizioni conservatrici, e così si preferì procedere per passi graduali, mirando appunto, in prima istanza, al suffragio maschile». La questione, in ogni caso, si arenò nel 1912 con la riforma Giolitti, che aprì le urne ai cittadini maschi analfabeti sopra i 30 anni (o che avessero prestato servizio militare), ignorando deliberatamente le donne. Si creò quindi un incredibile paradosso: lo Stato riconosceva la maturità politica a milioni di uomini che non sapevano neanche scrivere il proprio nome, ma la negava a laureate e scienziate. Lo scoppio della Grande guerra, infine, sospese ogni possibilità di avanzamento.. Aperture illusorie Nel primo dopoguerra, la questione femminile tornò con forza alla ribalta. Don Luigi Sturzo, cofondatore del Partito popolare italiano nel 1919, portò nel programma elettorale l'approvazione del voto femminile, segnando un'apertura storica del mondo cattolico. Ancora nel 1919, il Manifesto dei Fasci italiani di combattimento (noto come programma di San Sepolcro) includeva esplicitamente, tra i punti programmatici, il suffragio universale esteso alle donne ventunenni. Infine, nel 1920, nella città di Fiume conquistata dai legionari di Gabriele D'Annunzio, Alceste De Ambris scrisse nella Carta del Carnaro (Costituzione dell'effimera reggenza italiana di Fiume, durata tre mesi), che la sovranità collettiva apparteneva a "tutti i cittadini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di classe e di religione".. Poi però, con l'ascesa del fascismo e l'approvazione delle cosiddette "leggi fascistissime" (1926 -1928), ogni speranza di democrazia – e dunque anche di voto alle donne – venne congelata per altri vent'anni. Eppure, in un primo momento, Benito Mussolini era sembrato favorevole al suffragio femminile nelle elezioni amministrative (legge del 22 novembre 1925). L'intenzione in realtà era quella di concedere il diritto di voto ad alcune categorie particolarmente "meritevoli", spaziando tra coloro che erano state decorate con medaglia al valore, le vedove e le madri di caduti in guerra, le esercenti la patria potestà e le cittadine abbienti.. Contentino di facciata La legge stabiliva inoltre che le donne iscritte nelle liste elettorali fossero eleggibili agli uffici comunali e provinciali, pur rimanendo escluse dalle cariche di sindaca e assessora. Questa concessione si rivelò tuttavia un'operazione di facciata. «Com'è noto, il 4 febbraio del 1926 venne approvata la riforma podestarile con cui si abolì qualsiasi base elettiva dalle amministrazioni comunali», afferma Galeotti. «Ciononostante, la concessione del 1925 fu significativa, perché dimostra che l'Italia, a metà degli anni Venti, era in grado di immaginare la figura dell'elettrice». i "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà", in cui maturò una nuova consapevolezza dei propri diritti, a partire dalla parità giuridica e politica.. La conquista Il passaggio decisivo avvenne nel 1945, quando – a guerra non ancora conclusa – il governo guidato da Ivanoe Bonomi approvò il decreto che riconosceva il voto alle donne. L'anno successivo fu introdotta anche l'eleggibilità, rendendo possibile una partecipazione piena alla vita politica. Nelle elezioni amministrative del marzo 1946, svoltesi in oltre 5mila comuni italiani, in molte furono quindi elette nei consigli comunali. Tra queste, Ninetta Bartoli, che a Bottura (Sassari) divenne la prima sindaca d'Italia. Pochi mesi dopo, il percorso culminò con il voto per l'Assemblea costituente e per il referendum istituzionale del 2 giugno 1946. La partecipazione femminile fu altissima (quasi 13 milioni di elettrici) e segnò una svolta storica sul piano della rappresentanza: su 556 deputati, furono elette 21 donne, passate appunto alla storia come "madri costituenti". Con la nascita della Repubblica, il processo di emancipazione trovò pieno compimento, sancendo la partecipazione femminile alla politica come uno dei principi fondamentali della nuova cittadinanza italiana.. Voto alle donne Negli anni della Seconda guerra mondiale, le donne tornarono protagoniste della politica grazie al loro impegno e alla partecipazione alla Resistenza. Già nel 1943, dopo l'armistizio, nacquero i "Gruppi di difesa della donna e per l'assistenza ai combattenti della libertà", in cui maturò una nuova consapevolezza dei propri diritti, a partire dalla parità giuridica e politica. Il passaggio decisivo avvenne nel 1945, quando – a guerra non ancora conclusa – il governo guidato da Ivanoe Bonomi approvò il decreto che riconosceva il voto alle donne.. Eleggibilità L'anno successivo fu introdotta anche l'eleggibilità, rendendo possibile una partecipazione piena alla vita politica. Nelle elezioni amministrative del marzo 1946, svoltesi in oltre 5mila comuni italiani, in molte furono quindi elette nei consigli comunali. Tra queste, Ninetta Bartoli, che a Bottura (Sassari) divenne la prima sindaca d'Italia. Pochi mesi dopo, il percorso culminò con il voto per l'Assemblea costituente e per il referendum istituzionale del 2 giugno 1946. La partecipazione femminile fu altissima (quasi 13 milioni di elettrici) e segnò una svolta storica sul piano della rappresentanza: su 556 deputati, furono elette 21 donne, passate appunto alla storia come "madri costituenti". Con la nascita della Repubblica, il processo di emancipazione trovò pieno compimento, sancendo la partecipazione femminile alla politica come uno dei principi fondamentali della nuova cittadinanza italiana..
Autore
Focus.it

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