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Zoe Saldaña, la confessione dopo l’Oscar: «Noi donne dobbiamo smettere di pensare che per essere forti sia necessario nascondere le emozioni»

  • Postato il 24 settembre 2026
  • Di Panorama
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Zoe Saldaña, la confessione dopo l’Oscar: «Noi donne dobbiamo smettere di pensare che per essere forti sia necessario nascondere le emozioni»

Zoe Saldaña ha trascorso buona parte della sua carriera interpretando donne alle quali il cinema ha chiesto di essere più forti, più coraggiose e, possibilmente, più resistenti di chiunque altro, attraversando universi extraterrestri, combattendo battaglie intergalattiche e trasformando il proprio corpo in uno strumento narrativo capace di raccontare la forza prima ancora delle parole, ma oggi, a 48 anni e con un Oscar conquistato per Emilia Pérez, sembra interessata soprattutto a una domanda che Hollywood ha affrontato molto meno di quanto si potrebbe immaginare: che cosa succede a una donna quando non può più permettersi di essere quella che tiene insieme tutto, quando il lavoro, la famiglia, le responsabilità e le aspettative degli altri diventano un peso che nemmeno la persona più preparata riesce a sostenere senza mostrare qualche crepa?

È una domanda che attraversa la terza stagione di Lioness, la serie di Taylor Sheridan nella quale l’attrice interpreta Joe, un’operatrice impegnata nella gestione di una squadra speciale, una professionista abituata a prendere decisioni dalle conseguenze potenzialmente devastanti e, contemporaneamente, una madre che cerca di conservare uno spazio per la propria famiglia all’interno di una vita nella quale il confine tra dovere e sacrificio è diventato sempre più difficile da riconoscere.

Nel corso di un incontro con la stampa internazionale, al quale ha partecipato anche Panorama, Saldaña racconta il lavoro necessario per costruire un personaggio che non vuole trasformare in un’eroina infallibile, il rapporto con Sheridan, le lunghe giornate sul set e quella particolare forma di solitudine che conoscono molte donne abituate a essere un punto di riferimento per gli altri, soffermandosi anche sull’esperienza dell’Oscar, sul significato della propria identità dominicana e sulla necessità di ripensare un’idea di forza che, troppo spesso, continua a essere associata alla capacità di reprimere qualsiasi emozione.

La sua riflessione più interessante, però, riguarda proprio il modo in cui una donna può abitare uno spazio tradizionalmente maschile senza sentirsi obbligata a rinunciare a una parte di sé, perché per Saldaña il problema non è dimostrare che Joe possa comportarsi come un uomo, ma raccontare una donna che continua a essere tale anche quando il mondo intorno a lei sembra non concederle questa possibilità.

Nella terza stagione di Lioness, Joe affronta situazioni che mettono alla prova non soltanto le sue capacità professionali, ma anche il modo in cui ha imparato a sopravvivere al proprio lavoro. Qual è stata la sua prima reazione quando ha scoperto la direzione che Taylor Sheridan aveva deciso di dare al personaggio?

«Taylor riesce sempre a sorprenderti, anche perché sta scrivendo talmente tante serie contemporaneamente che spesso riceviamo le sceneggiature soltanto una settimana prima di iniziare a girare un episodio, quindi non abbiamo davvero il tempo di prepararci a quello che sta per succedere e finiamo per scoprirlo quasi in tempo reale. Quando mi ha raccontato che Joe sarebbe stata rapita e che la sua squadra sarebbe intervenuta per salvarla, abbiamo avuto tutti la pelle d’oca, ma poi, mentre cominciavo a entrare nuovamente nella sua vita, nei suoi pensieri e nella sua pelle, Taylor mi ha spiegato che sarebbe stata lei a salvarsi e che avrebbe ritrovato la propria squadra lungo il percorso. È una cosa che succede spesso tra noi, perché quando comincio a lavorare su Joe e gli scrivo per confrontarmi con lui, mi rendo conto che siamo già sulla stessa lunghezza d’onda rispetto a dove si trova il personaggio, a quello che vogliamo raccontare attraverso di lei e al significato che la squadra ha nella sua vita. Ero entusiasta e spaventata allo stesso tempo, ma credo che siano proprio queste le due emozioni che un attore desidera provare quando ha la possibilità di interpretare un personaggio così ricco e complesso».

Joe è una donna che sembra avere sempre tutto sotto controllo, anche quando la sua vita privata sta diventando sempre più difficile da gestire. Quanto si riconosce in questa contraddizione?

«Joe è una donna che tiene insieme tutto per tutti gli altri, mentre dentro di sé sta silenziosamente andando in pezzi, ed è proprio questo che trovo così autentico nel suo personaggio, perché credo che molte di noi possano riconoscersi in una situazione del genere, soprattutto le madri che lavorano e che cercano di dare il massimo sia nella propria professione sia nella vita familiare. Joe è straordinaria nel suo lavoro, ma non è una madre perfetta e non è nemmeno un soldato perfetto, perché prima di tutto è un essere umano, ed è questo l’aspetto che amo maggiormente di lei e nel quale riesco a riconoscermi. Se questa sua umanità permette alle donne che guardano la serie di sentirsi rappresentate, e se attraverso Joe e gli altri personaggi femminili di Lioness riescono a vedere qualcosa della propria esperienza, allora sono felice che possano sentirsi comprese».

Il suo è anche uno dei ruoli fisicamente più impegnativi della sua carriera. Quanto lavoro è necessario per rendere credibile una donna che deve affrontare continuamente situazioni estreme?

«La preparazione è fondamentale, perché non puoi semplicemente improvvisare una scena di combattimento, a meno che non sia Taylor a dirigere l’episodio e a decidere di cambiare qualcosa sul momento, magari dopo che abbiamo trascorso settimane a provare una determinata coreografia. Io ho studiato danza classica e faccio moltissimo affidamento sulla coreografia, sulle indicazioni del regista e sulla possibilità di eliminare gli elementi di sorpresa, perché è proprio questo che permette di lavorare in sicurezza, ma Taylor è una persona estremamente istintiva e presente, quindi dobbiamo essere preparati anche a reagire a quello che può accadere quando decide di dirigere una scena in maniera diversa. Per questo ci alleniamo moltissimo e lavoriamo con Duffy, il nostro preparatore atletico, che arriva da Los Angeles e rimane con noi per quattro o cinque mesi, lontano dalla propria famiglia, per seguirci durante tutta la produzione. Se il mio orario di convocazione sul set viene spostato dalle cinque alle sette del mattino, significa che alle sei sono già in palestra con lui per allenarmi quarantacinque minuti, perché costruire quella forza muscolare mi permette di sentirmi sicura nel corpo di Joe, ma anche nel mio».

E dal punto di vista emotivo, come riesce a mantenere il controllo di un personaggio che vive costantemente in condizioni di tensione?

«Ho bisogno di comunicare continuamente con Taylor, perché quando lavori su determinati pensieri e sentimenti puoi finire per ripeterli nella tua testa fino a perdere la prospettiva, e avere la possibilità di confrontarti direttamente con la persona che sta guidando il progetto ti permette di capire se sei sulla strada giusta. Lavoro anche con la mia acting coach, Catlin Adams, da circa vent’anni, fin dal primo Avatar, e ormai non riesco ad accettare un progetto senza sapere che potrò averla accanto durante la preparazione, perché mi aiuta a comprendere ogni aspetto del personaggio e della sceneggiatura. Vivo quotidianamente con tre lingue e per me è importante essere certa di aver interpretato correttamente quello che sto leggendo, quindi mi affido molto a lei e alle persone con cui provo le battute. A volte torno a casa dopo tredici o quattordici ore di lavoro e, se riesco, metto a letto i miei figli, mentre se sono già addormentati continuo a provare le battute prima di andare a dormire. È un lavoro che richiede una preparazione costante, perché quando arrivi sul set devi avere delle fondamenta talmente solide da poterti permettere di essere completamente presente e aperta a quello che gli altri attori ti stanno offrendo».

Lioness racconta un mondo che normalmente rimane lontano dall’esperienza quotidiana degli spettatori. Quanto hanno contribuito gli incontri con veri professionisti delle operazioni speciali alla costruzione di Joe?

«Ci sono esperienze per le quali non possiedo una preparazione personale o delle conoscenze sufficienti, quindi devo necessariamente affidarmi a persone che hanno vissuto davvero determinate situazioni. Taylor ci circonda di consulenti con un passato militare e io mi siedo con loro, faccio domande, cerco di capire che cosa abbiano provato e in che modo abbiano affrontato momenti che per me, altrimenti, esisterebbero soltanto sulla carta. Durante la seconda stagione, dopo la scena nella quale Joe riesce a sopravvivere a una situazione estremamente pericolosa e, ancora ferita, sente il bisogno di telefonare ai propri figli e al marito per parlare di qualcosa di assolutamente normale, diversi operatori mi hanno raccontato di essersi trovati in circostanze simili. Sono storie che porto con me e alle quali cerco di rimanere fedele, nella speranza di riuscire a interpretarle con la maggiore onestà e trasparenza possibili, perché vorrei che le persone che hanno realmente vissuto quelle esperienze potessero riconoscersi in quello che vedono sullo schermo».

Ha interpretato donne straordinariamente forti, da Avatar a Lioness, ma Joe sembra avere un rapporto diverso con il proprio corpo, anche perché porta con sé il peso degli anni e delle esperienze accumulate. Quanto era importante raccontare questa dimensione?

«Ho sempre voluto che l’età di Joe fosse coerente con la mia, che il suo percorso procedesse in qualche modo parallelamente al mio, perché io ho 48 anni e nella mia immaginazione lei potrebbe averne circa otto meno, quindi non stiamo parlando di una ragazza di vent’anni che guarda il mondo con meraviglia e considera la violenza qualcosa di eccitante. Joe ha già conosciuto la perdita di donne e soldati, ha vissuto vittorie e sconfitte, ha reso Kaitlyn orgogliosa di lei e l’ha anche delusa, quindi non dà più niente per scontato e comincia a sentire il peso di tutte queste esperienze nel proprio corpo e nella propria anima. Il fatto che si svegli ogni mattina e si alleni con i pesi non riguarda soltanto la necessità di essere fisicamente preparata, ma anche quella di rimanere lucida, forte e affidabile, perché Joe è probabilmente la persona più responsabile che abbia mai interpretato e sente continuamente di non potersi permettere di deludere nessuno, anche se poi, inevitabilmente, finisce per deludere tutti in qualche modo. Ed è proprio questo che la rende umana, perché le persone che hanno conosciuto il dolore e la perdita cercano spesso disperatamente di non deludere chi hanno intorno, ma continuano a essere esseri umani e non possono riuscire sempre in tutto».

Ha conquistato l’Oscar per Emilia Pérez mentre era impegnata anche nella lavorazione di Lioness. Che cosa ha significato vivere un riconoscimento così importante in un momento nel quale il suo lavoro continuava a richiederle un impegno fisico ed emotivo enorme?

«Ho avuto la possibilità di provare tutte le emozioni possibili, dall’euforia assoluta alla stanchezza, dalla gioia alle lacrime, perché quella campagna è stata un’esperienza straordinaria, piena di momenti bellissimi, ma anche di situazioni molto complesse che tutti avete avuto modo di vedere. Ho cercato di rimanere il più possibile presente durante tutto quello che stava accadendo e, alla fine, la consapevolezza più importante che mi è rimasta è stata quella di appartenere a una comunità cinematografica che mi vede e che riconosce il lavoro che ho fatto in tutti questi anni, proprio mentre io stessa stavo imparando a riconoscerlo pienamente. Ero arrivata a un punto della mia vita nel quale sentivo di non avere più bisogno che qualcuno mi dicesse che ero lì, che avevo lavorato tanto e che stavo facendo bene il mio mestiere, perché finalmente ero riuscita a riconoscerlo da sola, e proprio in quel momento è arrivato anche il riconoscimento della mia comunità. Ogni volta che guardo quella statuetta penso a questo, perché è importante imparare a non dipendere dall’approvazione degli altri, ma quando le persone con cui condividi il tuo lavoro ti vedono, ti sostengono e celebrano quello che hai costruito dopo tanti anni di sacrifici, è una sensazione meravigliosa. Dopo tutto questo, però, l’unica cosa che desideravo davvero era tornare a casa e stare con i miei figli e con la mia famiglia».

Dove conserva il suo Oscar?

«È qui, nel mio ufficio, proprio accanto a una fotografia di Faye Dunaway mentre viene ritratta con la sua statuetta. La mia, però, non ha genere e uso per lei i pronomi inglesi they/them, in omaggio al tema di Emilia Pérez».

Nel corso di Lioness, Joe è riuscita a sopravvivere separando il proprio senso morale, le responsabilità familiari e gli obblighi professionali, ma nella terza stagione questi mondi sembrano finire per collidere. Come attrice e produttrice esecutiva, che cosa l’ha interessata maggiormente nell’esplorare quello che accade a una donna quando questa separazione non è più possibile?

«Ci sono persone che oggi vivono davvero una versione della vita di Joe e credo che, se avremo la possibilità di tornare per una quarta stagione, sarà importante per me e Taylor essere onesti rispetto al punto in cui si trova il personaggio e al modo in cui sta cercando di affrontare tutto quello che le è successo, perché a un certo punto dobbiamo ricordarci che Joe non è fatta di ferro, è un essere umano ed è una madre. Quando abbiamo girato la scena in cui torna a casa e si rende conto dell’assenza della sua famiglia, volevo comprendere che cosa significasse davvero percepire fisicamente la mancanza di qualcuno, perché non si tratta soltanto di trovare una lettera o di scoprire che una persona se n’è andata, ma di attraversare gli spazi nei quali prima c’erano vestiti, giocattoli, quaderni, cravatte e scarpe, e rendersi conto che sono completamente vuoti. È un’assenza indescrivibile, che proverebbe allo stesso modo una madre che torna a casa dopo aver fatto la spesa e scopre che non c’è più nessuno, così come una donna che lavora nelle operazioni speciali, perché il dolore che lascia quel vuoto non dipende dalla professione che svolgi. So che Taylor saprà raccontare in maniera autentica il punto in cui si trova Joe e il modo in cui cercherà di rimettere insieme i pezzi della propria vita, ma il mio compito, come donna e come madre, è non perdere mai di vista il fatto che non sto interpretando un personaggio femminile che cerca di esistere in uno spazio maschile, bensì una donna che cerca di continuare a essere una donna all’interno di uno spazio che, per tradizione, è stato abitato dagli uomini».

È una distinzione importante, soprattutto perché alle donne che interpretano ruoli tradizionalmente maschili viene spesso chiesto di dimostrare la propria forza attraverso la rinuncia alle emozioni. È qualcosa che ha cercato di evitare anche nella costruzione di Joe?

«C’è una cosa che ammiro moltissimo del lavoro di Laysla De Oliveira nella prima stagione, perché Cruz si trova a vivere un’esperienza completamente nuova proprio nel momento in cui riceve la più grande opportunità della sua vita, quella di diventare una Lioness, e contemporaneamente comincia a innamorarsi e a scoprire aspetti di sé che fino a quel momento non aveva avuto la possibilità di esplorare. È un personaggio che prima di entrare nell’esercito era praticamente invisibile e che improvvisamente si ritrova a vivere un risveglio della mente, del corpo e del cuore, e Laysla avrebbe potuto scegliere di interpretare questa trasformazione secondo un modello tradizionalmente maschile, eliminando le emozioni e mostrando soltanto la forza esteriore, ma ha deciso di raccontare una donna che continua a essere tale anche in un ambiente come quello militare. A Hollywood siamo state abituate troppo spesso a pensare che le opportunità più importanti esistano negli spazi maschili e che, quando finalmente abbiamo la possibilità di entrarci, dobbiamo comportarci nel modo più maschile possibile, rinunciando alle emozioni perché piangere potrebbe farci apparire deboli o inaffidabili. Laysla ha fatto esattamente il contrario, ha permesso al suo personaggio di piangere quando aveva bisogno di piangere e di perdere il controllo quando aveva bisogno di farlo, senza considerare queste reazioni incompatibili con la sua forza. Credo che noi donne dobbiamo continuare a essere donne e insegnare al mondo che si può essere forti, piangere e provare emozioni, perché sono proprio queste cose a renderci forti, mentre la vera debolezza è reprimere quello che sentiamo, accumulare emozioni senza sapere come gestirle e rischiare così di diventare persone imprevedibili. Un bel pianto può essere come andare in palestra, perché anche quella è una forma di forza».

La serie trae ispirazione da dinamiche geopolitiche e operazioni militari che il pubblico conosce spesso soltanto attraverso le notizie. Quanto è importante, secondo lei, distinguere la finzione televisiva dalla realtà che ha contribuito a ispirarla?

«Anche se Lioness utilizza elementi del mondo reale per costruire la tensione narrativa, rimane una storia di finzione pensata per intrattenere e credo che sia importante essere molto chiari su questo, perché gli avvenimenti di attualità possono naturalmente portare gli spettatori a fare dei collegamenti, ma la serie non è stata creata come risposta a un determinato evento geopolitico o a una particolare notizia. Quello che mi interessa sottolineare, invece, è che esistono davvero donne come Joe, donne che lavorano in questi ambienti e contribuiscono ai processi di pace e alla stabilizzazione di Paesi in diverse parti del mondo, e credo che il loro ruolo sia qualcosa di cui non parliamo e che non mostriamo abbastanza».

Quanto della sua identità personale, e in particolare delle sue radici dominicane, entra nella costruzione di Joe? Ci sono dettagli che chiede espressamente a Taylor Sheridan di inserire nel personaggio?

«Non glielo chiedo mai esplicitamente, ed è proprio questo che apprezzo del nostro rapporto, perché quando Taylor inserisce qualcosa della mia identità personale nella storia di Joe mi sta dimostrando che mi ascolta, che presta attenzione a quello che è importante per me come persona, come attrice e come artista, e che riesce a riconoscere i momenti nei quali può esistere una connessione autentica tra la donna che sono nella vita reale e quella che interpreto sullo schermo. Non trascorriamo necessariamente ore a parlare del personaggio, perché a volte abbiamo soltanto cinque minuti, altre volte ci scambiamo dei messaggi e altre ancora riusciamo a parlare al telefono per mezz’ora, ma durante queste conversazioni mi capita di raccontargli episodi della mia vita, esperienze e ricordi che in qualche modo contribuiscono ad alimentare il lavoro che sto facendo su Joe. Lui conserva queste informazioni e, quando trova il modo di farlo, le lascia entrare nelle sceneggiature, quasi fossero dei piccoli regali che mi permette di ritrovare nel personaggio. Per me è importante anche perché non ci sono stati molti personaggi dominicani sullo schermo, almeno fino a oggi, e credo che siamo soltanto all’inizio di un percorso che mi entusiasma moltissimo».

Dopo tutto quello che Joe ha attraversato, il concetto stesso di sopravvivenza sembra aver assunto un significato diverso. Che cosa dovrebbe imparare a fare, adesso, questa donna che ha trascorso così tanto tempo cercando di proteggere tutti gli altri?

«Preferirei essere una sopravvissuta piuttosto che una vincitrice, in qualsiasi momento, e credo che Joe abbia compreso molto chiaramente che la prima cosa che doveva fare era sopravvivere. Se torneremo per una quarta stagione, penso che potremo vedere un cambiamento importante, perché Joe cercherà di vincere e, insieme alla sua squadra e soprattutto a Kaitlyn, dovrà capire come si è arrivati a questa situazione e trovare il modo di fermare quello che sta accadendo».

Autore
Panorama

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