Wendy Duffy scelse l’eutanasia a causa della morte del figlio. Ora i fratelli denunciano la clinica svizzera
- Postato il 5 maggio 2026
- Cronaca
- Di Blitz
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“Come hanno potuto permetterle di morire?”. È il grido di rabbia e dolore lanciato dalla famiglia di Wendy Duffy, la 56enne britannica che lo scorso 24 aprile era ricorsa al suicidio assistito in Svizzera, non per una malattia fisica ma perché non poteva più sopportare la devastante perdita del figlio Marcus, scomparso 4 anni fa.
Nessuno della clinica ha avvertito i fratelli
I fratelli della donna hanno dichiarato di non essere stati avvertiti delle intenzioni di Wendy e di aver appreso della sua morte dai media: hanno così deciso di denunciare la controversa Pegasos Swiss Association, che gestisce la clinica, alle autorità elvetiche e a quelle del Regno Unito.

“Pegasos ha dichiarato di aver consultato i familiari nell’ambito del processo decisionale e di aver parlato con tutti e quattro i fratelli. Questo non è mai avvenuto. Nessuno è stato contattato”, ha dichiarato Marcus, il nipote di Wendy che ha contattato le polizie di due Paesi a fronte del nuovo lutto nella famiglia dopo la morte del 23enne Marcus.
L’ex operatrice sociosanitaria delle West Midlands aveva usato tutti i suoi risparmi, 10 mila sterline, per pagarsi l’ultimo viaggio all’estero, compiuto in solitario e senza avvertire i parenti, e le spese necessarie per utilizzare i servizi della clinica, che offre a qualunque adulto razionale e sano di mente, indipendentemente dal suo stato di salute, la possibilità di porre fine alla sua vita.
“Non ne sapevamo nulla – ha detto anche la sorella gemella di Wendy – se lo avessi saputo, l’avrei fermata”. Viene perciò smentito quanto riferito al Daily Mail da Ruedi Habegger, il fondatore di Pegasos, secondo cui la famiglia non solo era stata informata ma aveva espresso il proprio consenso rispetto al ricorso al suicidio assistito.
La donna era venuta a conoscenza della clinica attraverso i media, aveva richiesto informazioni e nel 2025 aveva presentato domanda formale, avviando un lungo scambio di comunicazioni col centro fra moduli e colloqui online. L’unico incontro diretto con uno psichiatra per la valutazione del suo caso era avvenuto all’arrivo in Svizzera.
Un caso analogo l’anno scorso
La vicenda di Wendy, che in precedenza aveva tentato di suicidarsi a fronte dell’insopportabile perdita del figlio, oltre ad aver sofferto di problemi mentali, ha scioccato il Regno ed è stata ripresa dai media internazionali. Ancor di più a fronte della fragilità della donna che ha compiuto la sua scelta senza parlarne prima con nessuno.
Sebbene non vi siano elementi che suggeriscano una violazione della legge svizzera, la clinica di Basilea è ancora una volta oggetto di dure critiche. Un caso molto simile è quello di una donna gallese di 51 anni, indicata dai media come Anne, deceduta nella struttura l’anno scorso all’insaputa dei parenti.
Secondo quanto riferito da Itv, Anne non era affetta da malattie, ma aveva scelto di interrompere la propria esistenza a causa di una forma depressiva insorta dopo la morte del figlio.
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