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Visti Usa, una giudice federale boccia lo stop di Trump per 75 Paesi per discriminazione

  • Postato il 22 agosto 2026
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  • Di Il Fatto Quotidiano
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Visti Usa, una giudice federale boccia lo stop di Trump per 75 Paesi per discriminazione

Un giudice federale di Manhattan ha annullato il blocco imposto dall’amministrazione Trump al rilascio dei visti di immigrazione per i cittadini di 75 Paesi, giudicandolo “contrario alla legge” e oltre i poteri attribuiti al segretario di Stato Marco Rubio.

La decisione riguarda una misura introdotta a gennaio e motivata dall’amministrazione con la necessità di impedire l’ingresso negli Stati Uniti a persone che avrebbero potuto ricorrere all’assistenza pubblica.

La maggior parte dei 75 Paesi è extraeuropea e comprende Caraibi, Africa subsahariana, Balcani, Medioriente, Asia centrale e Sud-Est asiatico; tra questi figurano diversi partner degli Stati Uniti, tra cui Giordania, Egitto e Georgia. Il dipartimento di Stato ha stilato il proprio elenco sulla base dei dati del Consiglio dei consulenti economici, individuando i Paesi in cui oltre il 30% delle famiglie di immigrati riceveva una qualche forma di assistenza pubblica.

Tra i ricorrenti figuravano sei cittadini statunitensi che avevano presentato istanze basate sui legami familiari e hanno affermato che il divieto impediva ai propri parenti in Ghana, Giamaica, Guatemala ed Etiopia di ottenere i visti. Facevano parte del ricorso anche cinque colombiani che avevano presentato domanda di visti per motivi di lavoro. Vargas, nominata dall’ex presidente democratico Joe Biden, ha concesso alle parti tempo fino all’11 settembre per proporre come risolvere la parte restante del caso. L’amministrazione può presentare ricorso contro la sentenza.

La giudice Jeannette Vargas ha però stabilito che una valutazione di questo tipo non può essere effettuata sulla base della sola nazionalità del richiedente. Il rischio che un immigrato possa diventare un “onere pubblico”, secondo la sentenza, deve essere valutato individualmente, tenendo conto di una serie di circostanze personali: dalla situazione finanziaria all’età, dalla salute alle competenze professionali, fino alle condizioni familiari.

È proprio questo il punto sul quale si concentra la decisione. Secondo Vargas, le istruzioni impartite dal Dipartimento di Stato ai funzionari consolari finivano di fatto per rendere quasi automatica la bocciatura delle richieste provenienti dai Paesi interessati. “Il risultato è predeterminato. Il visto sarà rifiutato”, ha scritto la giudice, descrivendo gli effetti concreti della direttiva.

La misura, dunque, secondo il tribunale non avrebbe lasciato ai funzionari consolari uno spazio sufficiente per valutare le singole situazioni. Anche quando un richiedente fosse stato in grado di dimostrare di poter provvedere autonomamente al proprio sostentamento, la sua domanda avrebbe potuto essere respinta in ragione della provenienza nazionale. Per Vargas, questo meccanismo entra inoltre in contrasto con la legge sull’immigrazione del 1965, che vieta discriminazioni sulla base della nazionalità nel rilascio dei visti.

Il provvedimento giudiziario riguarda i visti destinati alla residenza permanente negli Stati Uniti, compresi quelli richiesti per il ricongiungimento familiare e per motivi di lavoro. Restano invece fuori dalla decisione i visti turistici e quelli per gli studenti.

La sentenza rappresenta quindi uno stop a una delle misure adottate dall’amministrazione Trump nel quadro della sua politica di controllo dell’immigrazione, ma non chiude necessariamente la partita sul piano giudiziario. L’amministrazione potrà infatti presentare ricorso contro la decisione del tribunale federale. Per migliaia di persone in attesa di un visto per trasferirsi stabilmente negli Stati Uniti, la sentenza riapre così una possibilità che il provvedimento di gennaio aveva di fatto congelato. Quella sul blocco ai visti non è che l’ultima misura dell’inquilino della Casa Bianca bocciata da un giudice, il 13 agosto Trump aveva “perso” anche la causa contro l’Università di Harvard. E a giugno la Corte suprema aveva cassato l’ordine esecutivo che cancellava lo ius soli.

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Il Fatto Quotidiano

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