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In sintesi
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Abbiamo fotografato gli anelli di Saturno, fatto atterrare rover su Marte e spedito sonde oltre i confini del sistema solare. Eppure il nostro pianeta resta in gran parte inesplorato proprio sotto i nostri piedi. Il pozzo più profondo mai scavato, quello della penisola di Kola, in Russia, si è fermato a circa 12 chilometri: appena lo 0,2% dei 6.371 chilometri che ci separano dal centro della Terra.
Per rendersi conto delle proporzioni, si può pensare a una mela. La crosta terrestre, con le sue montagne, gli oceani e le città, è sottile come la buccia. Sotto si estende il mantello, un enorme volume di roccia calda che scorre lentamente nell'arco di milioni di anni e che costituisce la parte più grande del pianeta.. Il Moho, la linea che nessuno ha mai toccato
Il confine tra crosta e mantello si chiama discontinuità di Mohorovičić, o più semplicemente Moho, dal nome del sismologo croato Andrija Mohorovičić che la individuò nel 1909. Studiando i terremoti nei Balcani, notò che a una certa profondità le onde sismiche improvvisamente acceleravano: segno che stavano attraversando un materiale diverso, più denso e rigido. Quella era la firma del mantello.
Da allora il Moho è diventato uno dei riferimenti fondamentali della geofisica, ma resta un confine "visto" solo indirettamente, attraverso le onde sismiche. Sotto gli oceani si trova a 5-10 chilometri di profondità, ma i fondali marini sono difficili e costosi da perforare. Sotto i continenti, invece, scende in media a 30-40 chilometri, e sotto le grandi catene montuose può superare i 60-70: una profondità impensabile per qualunque trivella oggi esistente.. La Valsesia fa eccezione
Ed è qui che entra in gioco un angolo di Piemonte. Chi conosce le Alpi tende a immaginare che, come in ogni catena montuosa, anche qui il Moho sia sepolto molto in profondità, sotto montagne che pesano e affondano nel mantello come un iceberg nell'acqua. In gran parte della catena è effettivamente così: sotto le Alpi occidentali la crosta si ispessisce e la Moho raggiunge anche i 50 chilometri e oltre.
Nella zona Ivrea-Verbano, però, la storia è diversa. Quando, decine di milioni di anni fa, la placca africana si scontrò con quella europea dando origine alle Alpi, un enorme frammento di crosta profonda e di mantello superiore fu spinto verso l'alto, fino a essere inclinato e portato vicino alla superficie.. Il risultato è un vero e proprio "spaccato" naturale della crosta: le rocce che normalmente si trovano a 20-30 chilometri di profondità affiorano oggi sulle nostre montagne, e le indagini geofisiche indicano che la Moho si trova qui a circa 2 chilometri sotto la superficie, contro i 30 e più della norma continentale.
In altre parole, non serve più scavare per decine di chilometri: in Valsesia la crosta profonda è già in superficie e il mantello è a portata di trivella. Non è un caso che in zona affiori la peridotite di Balmuccia, una roccia che proviene proprio dal mantello superiore ed è uno dei rari esempi al mondo visibili in superficie. Per questo l'area è considerata da decenni uno dei luoghi di riferimento per studiare l'intera sezione tra crosta e mantello.. Il progetto DIVE
Il sogno di perforare fino al mantello nasce negli anni Sessanta, con il celebre progetto americano Mohole, che puntava a bucare il fondale oceanico e fu abbandonato per difficoltà tecniche e costi. In pochissimi casi si è riusciti a scapito di sforzi enormi. Oggi la comunità scientifica internazionale ha individuato nella zona Ivrea-Verbano l'occasione migliore e l'ha messa al centro del progetto DIVE (Drilling the Ivrea-Verbano zonE).. Il pozzo di Vocca
Il percorso è stato lungo. Nel maggio 2017 un workshop dell'ICDP a Baveno concluse che quattro perforazioni tra Val Sesia e Val d'Ossola rappresentavano la strategia scientificamente più promettente. Seguirono i rilievi sul campo: nel 2020 due campagne sismiche congiunte, con GFZ Potsdam, Università di Losanna e Montanuniversität Leoben, indagarono la struttura profonda dell'area, compresa la zona di Balmuccia.
La prima fase, tra il 2022 e il 2024, ha riguardato la Val d'Ossola, con due pozzi a Ornavasso e Pieve Vergonte, profondi 579 e 910 metri. Non hanno raggiunto il mantello, ma hanno restituito campioni e dati preziosi sulla crosta continentale inferiore, mostrandone una variabilità inattesa. Ne sono nati numerosi studi, alcuni già pubblicati su riviste internazionali, altri ancora in corso.. Seconda fase: si scende in profondità
Il nuovo pozzo sorgerà nell'area di Vocca e dovrà scendere più del doppio dei pozzi ossolani, con l'obiettivo di raggiungere la passaggio tra crosta e mantello. Se l'impresa riuscirà, i ricercatori potranno finalmente analizzare la Moho direttamente: carotaggi di roccia, misure di temperatura, proprietà fisiche e fluidi.. Perché è importante toccare la Moho?
Capire com'è fatta e come funziona la zona di passaggio tra crosta e mantello aiuta a ricostruire l'evoluzione del pianeta, a comprendere come circolano i fluidi nella crosta e come si formano e si distribuiscono i giacimenti di minerali strategici, oggi sempre più importanti per la transizione energetica e tecnologica..
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