Uno dei più straordinari tra i musei di Roma non ha quasi mai visitatori
- Postato il 7 gennaio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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Pare che Abdoulaye N., noto come Doudou, ovvero il (presunto) autore, insieme ad altri tre complici, del leggendario furto al più importante museo di Francia, abbia dichiarato alla polizia che “non sapeva che fosse il Louvre” – affermazioni giustamente definite sconcertanti dagli inquirenti. Questa uscita fa, però, il paio con l’abbigliamento vistoso indossato dai ladri per compiere un furto che avrebbe dovuto essere eseguito nell’anonimato più totale – insomma, un autentico rovesciamento dialettico da far invidia a Guy Debord, dato il versante decisamente spettacolare di tutta la vicenda. Ma di gente che “non sapeva che fosse il Louvre” ce n’è parecchia anche da noi. Anzi, a ben guardare, rischiamo di essere noi stessi quei ladri distratti ogni volta che mettiamo piede nel quartiere dell’EUR a Roma.
Il MuCiv – Museo delle Civiltà di Roma
Perché proprio lì, incastonato tra le architetture metafisiche di un impero mai nato e le nuove cattedrali del business, esiste un luogo che è quanto di più vicino a un “Louvre nostrano” si possa immaginare, eppure la maggior parte di noi continua a passargli davanti ignorando di avere sotto il naso un tesoro inestimabile. Sto parlando del MuCiv, il Museo delle Civiltà. Un gigante istituzionale, un Leviatano della cultura che ha inghiottito e digerito collezioni storiche immense: dal preistorico Museo Pigorini al Museo dell’Alto Medioevo, dal Museo d’Arte Orientale fino a quello delle Arti e Tradizioni Popolari. Entrare al MuCiv è un’esperienza straniante. Si viene accolti da spazi enormi, razionalisti, marmorei, che spesso risuonano del vuoto pneumatico di visitatori. E qui scatta il paradosso. Perché se il Louvre parigino è una macchina da guerra del turismo globale, costretta a gestire flussi oceanici che consumano la Gioconda come un fast food visivo, il nostro Louvre romano è un’isola deserta. Un lusso per il flâneur solitario, certo, ma una ferita aperta per la nostra autocoscienza culturale.

Il MuCiv: dall’eredità coloniale al museo contemporaneo
Eppure, a differenza del cugino francese – che, diciamocelo, fatica non poco a scrollarsi di dosso quell’aura un po’ sinistra di magazzino delle spoliazioni imperiali e coloniali – il Museo delle Civiltà ha compiuto quel salto quantico che ogni istituzione contemporanea dovrebbe sognare di fare. Ha trasformato la sua ingombrante eredità coloniale (perché sì, il nucleo del Pigorini nasceva proprio da lì, dalle ambizioni espansionistiche dell’Italia sabauda e fascista) in una piattaforma critica radicale. È qui che il museo smette di essere un deposito di oggetti e diventa filosofia applicata. Camminando tra le teche che custodiscono i manufatti africani, le maschere oceaniche o i tessuti delle Ande, non si ha l’impressione di assistere alla solita parata tassonomica occidentale, quella che illumina tutto con la luce bianca della scienza per renderlo “comprensibile” (e dunque dominabile). Al contrario.
Curatela e allestimento al MuCiv
Il team curatoriale del MuCiv, diretto da Andrea Viliani, ha avuto il coraggio di evocare lo spettro di Édouard Glissant. Il grande pensatore martinicano parlava del “diritto all’opacità”: il diritto sacrosanto di ogni cultura, e di ogni individuo, a non essere completamente trasparenti all’Altro, a non essere ridotti a una formula, a un’etichetta da museo. Il MuCiv ha fatto proprio questo concetto. Invece di spiegare tutto, preserva il mistero. Le didascalie non chiudono il discorso, lo aprono come una ferita. Gli oggetti non sono lì per rassicurarci sulla nostra superiorità tecnologica o estetica, ma per interrogarci. È un museo che non ti dice: “Guarda come erano primitivi”, ma ti chiede: “E tu, chi credi di essere?”.
L’ex Museo delle Arti e Tradizioni Popolari a Roma
Questa operazione di decolonizzazione dello sguardo diventa ancora più vertiginosa quando si attraversa il piazzale e si entra nell’adiacente ex Museo delle Arti e Tradizioni Popolari, ora parte integrante del complesso. Qui il cortocircuito è totale. Quelle sale, nate decenni fa per celebrare il folklore italiano in un’ottica spesso paternalistica o nazionalista (il buon contadino, il meridionale superstizioso, l’artigiano felice), oggi dialogano faccia a faccia con le collezioni extraeuropee. E all’improvviso capisci. Capisci che l’Italia stessa ha costruito i suoi “altri” interni con le stesse categorie usate per le colonie. Scopriamo di essere stati, allo stesso tempo, colonizzatori e indigeni, osservatori scientifici e oggetti da vetrina. È una lezione di antropologia che vale più di mille manuali, perché ti entra negli occhi e non ti lascia più.

Un grande museo, ma senza pubblico
Il MuCiv è dunque un museo sintonizzato sulle frequenze più avanzate della museologia internazionale, da Berlino a Dakar a New York. È un luogo dove l’arte contemporanea viene spesso chiamata non a decorare, ma a fare da reagente chimico, inserendosi tra i reperti storici per far esplodere le contraddizioni latenti e rivelare le narrazioni nascoste. Eppure, dicevamo, è vuoto. O quasi. La beffa è che tutto questo accade a pochi metri dalla Nuvola di Fuksas. Quell’enorme polmone di vetro e acciaio, nuovo simbolo della Roma contemporanea, attira l’attenzione, ospita fiere, eventi corporate, sfilate e di recente una bella edizione di RomaArteFiera a cura di Adriana Polveroni. La Nuvola è lo spettacolo puro: una forma perfetta, fluida, trasparente, ma è il contenitore che diventa contenuto. Di fronte a lei, il Museo delle Civiltà sembra un monolite silenzioso e opaco.
Perché non sappiamo vedere quel che c’è?
Ma forse il problema è proprio questo. Siamo diventati incapaci di sostenere l’opacità? Preferiamo la trasparenza luccicante di un centro congressi – dove tutto è merce e superficie – alla densità problematica di un museo che ci chiede di riflettere? Non frequentare il MuCiv è un peccato capitale. Non solo perché ci perdiamo opere di una bellezza sconvolgente, ma perché rinunciamo a uno strumento fondamentale per decifrare il presente. In un’epoca dominata dalla semplificazione binaria dei social media, dove tutto deve essere bianco o nero, like o dislike, amico o nemico, abbiamo un disperato bisogno di palestre per il pensiero complesso. Abbiamo bisogno di luoghi che ci educhino alla sfumatura, all’intreccio, alla non-comprensione immediata.
Il MuCiv nel contesto dell’EUR a Roma
Uscendo dal museo, ritrovandosi di nuovo tra i marmi metafisici dell’EUR, si ha la netta sensazione che quell’edificio non sia solo un deposito di cose morte. È un dispositivo attivo. È un ingranaggio mentale che continua a girare anche dopo che si è varcata l’uscita. Forse dovremmo smettere di pensare ai musei come a luoghi di conservazione o, peggio, come a semplici attrattori turistici da “valorizzare”. Il caso del Museo delle Civiltà ci dimostra che i musei, quando funzionano davvero, sono tutt’altro. Sono formidabili macchine di consapevolezza collettiva. E se non impariamo a usarle, saremo sempre come il ladro del Louvre: circondati da tesori che siamo disposti a rubare, senza nemmeno sapere dove ci troviamo.
Marco Senaldi
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L’articolo "Uno dei più straordinari tra i musei di Roma non ha quasi mai visitatori " è apparso per la prima volta su Artribune®.