Se l’arte smette di essere un brusìo sotterraneo: il ruolo del linguaggio nel presente postumo
- Postato il 9 gennaio 2026
- Arti Visive
- Di Artribune
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Tra i due mondi, la tregua, in cui non siamo.
PIER PAOLO PASOLINI, LE CENERI DI GRAMSCI (1954)
Can’t remember why, something in my eye
Something in the way it feels here
Something to believe, what I used to be
I just don’t know anymore, I just don’t know anymore
Saw it on your face, we all know our place
I don’t wanna be here anymore
NINE INCH NAILS, WHO WANTS TO LIVE FOREVER?
(TRON: ARES OST, 2025)
La distorsione del tempo avviene nel momento in cui il trauma collettivo non è chiuso, non è finito, non è stato elaborato simbolicamente né integrato all’interno del presente: così, il tempo continua – ma storto, avvitato, accartocciato.
La neutralità del presente
Il presente non è più dunque un “adesso” neutro, ma una sorta di presente postumo: è sempre cioè in ritardo rispetto a ciò che avrebbe dovuto fondarlo. Il passato – che non è finito e che non finisce – non sta più al suo posto, per così dire, non diventa cioè storia né tradizione, ma rimane in qualche modo operante all’interno del presente: agisce nelle nostre categorie, nei nostri limiti, nelle nostre paure; determina le nostre scelte, anche quelle artistiche e culturali.
Il passato che non è memoria
Un passato inedito, che si rifiuta di essere memoria, condiziona direttamente la forma del tempo: la lesione immaginativa come trauma fondamentale interviene sulla gestione e percezione collettiva del tempo.
Dunque, in un tempo “dopo qualcosa che non è finito”, il futuro è semplicemente il proseguimento di una condizione irrisolta e potenzialmente irrisolvibile. In tale condizione, il tempo non è ciò che guarisce la ferita, ma ciò che si organizza attorno ad una ferita che non guarisce.
Come interviene in questo scenario la enshittification
In questo senso, la enshittification individuata e descritta da Cory Doctorow potrebbe essere ben più che la ‘immerdificazione’ o ‘smerdificazione’ delle piattaforme digitali e dei loro servizi nel momento in cui passano all’incasso, e rivelarsi come il sintomo di una trasformazione profonda degli schemi cognitivi.
Gli effetti della enshittification sono infatti particolarmente evidenti e preoccupanti e nell’ambito del linguaggio, l’infrastruttura più rilevante e delicata della nostra vita collettiva. Non possiamo non aver fatto caso, infatti, a quanto il linguaggio sia andato incontro a un processo di iper-semplificazione che è stato rapidissimo e molto, molto profondo. Come la neolingua del Socing inventata da George Orwell in 1984 (1949), il nostro linguaggio comune appare sempre più programmato per indurci ad adottare un’unica interpretazione della realtà e non altre, che significa l’impossibilità concreta di vedere altrimenti, di pensare altrimenti: “Il lessico della neolingua era articolato in modo da fornire un’espressione precisa e spesso molto sottile per ogni significato che un membro del Partito volesse correttamente esprimere, escludendo al tempo stesso ogni altro significato, compresa la possibilità di giungervi in maniera indiretta. Ciò era garantito in parte dalla creazione di nuovi vocaboli, ma soprattutto dall’eliminazione di parole indesiderate e dalla soppressione di significati eterodossi e, possibilmente, di tutti i significati secondari nelle parole superstiti. (…) La neolingua non era concepita per ampliare le capacità speculative, ma per ridurle, e un simile scopo veniva indirettamente raggiunto riducendo al minimo le possibilità di scelta” (George Orwell, Appendice. I princìpi della neolingua, in 1984, Mondadori, Milano 2013, p. 308).
Il ruolo del linguaggio nel presente postumo
Dopo una frattura storica profonda e insanabile, il linguaggio appare lesionato. Privato, almeno in parte, non solo della funzione centrale relativa alla comunicazione, alla condivisione e alla trasmissione di idee, ma anche della possibilità concreta di costituire la piattaforma per l’espansione del pensiero, vale a dire dell’elaborazione di quelle idee. Le parole dunque continuano a funzionare, ma certi significati sono ormai impronunciabili (perché indesiderati, o inconcepibili), mentre altri una volta validi oggi suonano falsi, vuoti. La lingua va avanti, apparentemente come prima – ma il qualcosa ‘dopo cui essa viene’ (l’Evento-senza-evento, il Trauma, la Ferita immaginativa) le parla sotto, costantemente e ossessivamente.
L’arte è forse questo brusìo sotterraneo, il bisbiglìo di questo qualcosa che parla da sotto. Dalla ferita.
Christian Caliandro
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