UNICAL VOICE – Odissea di Nolan la recensione: naufragio di polemiche
- Postato il 1 agosto 2026
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UNICAL VOICE – Odissea di Nolan la recensione: naufragio di polemiche
Odissea e Christopher Nolan: dalle polemiche preventive al trionfo sul grande schermo. Una recensione che analizza le critiche, il cast, la regia e il significato contemporaneo del film.
Per mesi abbiamo assistito al solito rituale: prima ancora che un film arrivasse in sala, era già stato processato, condannato e trasformato in un campo di battaglia culturale. Il problema? Molti dei suoi detrattori non avevano ancora visto nemmeno un fotogramma. Poi è finalmente arrivata questa Odissea di Christopher Nolan e, spoiler: i mostri da combattere non erano solo Scilla e Cariddi, ma anche il pregiudizio costruito intorno ad esso.
Dopo settimane di polemiche su casting, fedeltà storica, linguaggio e scelte artistiche, una cosa appare evidente: Nolan è riuscito a portare sul grande schermo il poema epico più importante della cultura occidentale senza imbalsamarlo, senza trasformarlo in una semplice illustrazione scolastica e dandogli una morale attuale.
UN FILM PROCESSATO PRIMA ANCORA DI USCIRE
Come sempre quando si tratta di una trasposizione, l’errore più grande che si può fare è pensare che la fedeltà significhi soltanto riprodurre il passato o l’opera originaria passo per passo. E tra le altre cose, il dato più sorprendente è proprio il fatto che a realizzare una delle opere più legate alla nostra identità culturale europea — e in particolare mediterranea — è stato un regista americano, appartenente a una tradizione culturale diversa dalla nostra che inevitabilmente non ne sente lo stesso legame.
Eppure, Nolan dimostra una conoscenza e un rispetto profondissimi del testo omerico, riuscendo a restituire sul grande schermo non soltanto gli eventi dell’Odissea, ma soprattutto il suo cuore: il viaggio, la guerra, la perdita, l’identità e il ritorno. La pellicola non ha praticamente un difetto. Nolan si conferma ancora una volta “il” regista, uno dei pochi capaci di costruire fisicamente mondi interi partendo da zero, affidandosi alla forza della messa in scena, dei set reali e degli interpreti, senza nascondersi dietro un uso eccessivo della computer grafica o dell’intelligenza artificiale.
Ovviamente, laddove necessario gli strumenti digitali esistono — non è chiaramente possibile cavare un occhio a un attore per interpretare Polifemo — ma la differenza sta nell’utilizzarli come supporto e non come sostituzione della creatività. In un’epoca in cui molti blockbuster sembrano sempre più simili a videogiochi che a film (ogni riferimento ad Avatar è puramente casuale), Nolan sceglie ancora il cinema fatto di materia, corpi, ambienti e atmosfera.
Ma partiamo dall’inizio: tre sono state le critiche che più hanno accompagnato particolarmente l’arrivo del film.
“LUPITA NYONG’O HA TRATTI TROPPO AFRICANI PER ELENA”
La prima riguarda Elena di Troia, interpretata da Lupita Nyong’o. Una delle polemiche più accese ha riguardato il suo casting, dimenticando però un elemento fondamentale: Elena, nell’Iliade e nell’immaginario omerico, non è semplicemente una donna dalla bellezza convenzionale, ma è descritta come una figura quasi soprannaturale, una presenza capace di sconvolgere uomini e regni interi.
La sua caratteristica principale è una bellezza quasi divina, eterea, fuori dall’ordinario. Ed è proprio questo che Nyong’o riesce a trasmettere: eleganza, intensità, magnetismo e quella perfezione quasi irreale che rende Elena un simbolo.
“ACHILLE INTERPRETATO DA UN ATTORE TRANS”
La seconda grande polemica è nata da una fake news: Elliot Page, attore transgender, sarebbe stato scelto per interpretare Achille. Una notizia che ha alimentato discussioni infinite, salvo poi scoprire che il personaggio da lui interpretato era Sinone.
Una scelta che, alla luce del ruolo, risultava perfettamente coerente: Sinone non è un guerriero possente, ma un uomo astuto, manipolatore, fondamentale per l’inganno del cavallo di Troia. Una fisicità più minuta non rappresentava quindi un problema, ma una caratteristica funzionale al personaggio.
“TRAVIS SCOTT CHE RECITA? CHE PAGLIACCIATA”
Un’altra polemica preventiva ha riguardato la presenza di Travis Scott nel cast. Anche qui, molte critiche sono nate più dal nome dell’interprete che dalla sua effettiva partecipazione al film. Eppure, durante la visione, la cosa più sorprendente è proprio questa: non si percepisce nemmeno di avere davanti Travis Scott. Non c’è l’ombra del personaggio pubblico, della superstar musicale o dell’icona rap. C’è semplicemente un attore al servizio della storia. Anzi, risulta più convincente di molti cantanti che negli ultimi anni hanno tentato il salto dal palco al cinema portandosi dietro il proprio personaggio invece di costruirne uno nuovo. Qui, al contrario, l’identità dell’artista lascia spazio al ruolo.
E questo vale per tutto il cast, che è probabilmente uno degli elementi più impressionanti della pellicola. Un ensemble da brividi, composto da interpreti capaci di dare peso e profondità a personaggi complicatissimi rischiando di essere schiacciati dalla grandezza del mito. Come con i set, Nolan costruisce un gruppo di attori che riesce a restituire la complessità degli eroi omerici, uomini e donne sospesi tra dimensione leggendaria e fragilità umana. E la scelta di attori di un certo livello, diciamocelo, è perché se li può permettere.
UN LINGUAGGIO MODERNO PER RACCONTARE UN MITO ETERNO
Infine, il linguaggio dei dialoghi. Molti hanno criticato l’utilizzo di un registro considerato troppo moderno rispetto al tono epico dell’originale. Ma la domanda è: quanti spettatori avrebbero realmente seguito per tre ore un dialogo costruito con un linguaggio esclusivamente omerico? Quante persone, nella vita quotidiana, utilizzano parole auliche e strutture linguistiche che appartengono a un mondo lontano migliaia di anni?
Il linguaggio cambia. Cambia nella società, cambia nella letteratura e cambia inevitabilmente anche nel cinema. Il cinema è un mezzo diverso dalla poesia epica. Ha tempi, regole e un pubblico differente. L’obiettivo non è soltanto rivolgersi a chi ha già letto Omero, ma permettere anche a chi non ha mai aperto una pagina dell’Odissea di entrare in quel mondo.
Ed è proprio questa la forza dell’opera di Nolan: rendere il mito accessibile. L’Odissea diventa così un racconto universale, capace di parlare al pubblico contemporaneo e di riflettere sulle tensioni del nostro presente.
Come già accaduto con Oppenheimer, Nolan utilizza una vicenda storica per interrogare il presente. Con Oppenheimer il rapporto tra scienza, potere e propaganda anti-comunista degli Stati Uniti. Con Odissea il tema della guerra, delle conseguenze dei conflitti e di un mondo nuovamente attraversato dalla violenza.
IL VIAGGIO DI ULISSE COME VIAGGIO DELL’UOMO
Nella costruzione del viaggio di Ulisse, Nolan dimostra fino in fondo la propria maturità artistica. L’Odissea è una riflessione sul tempo, sulla memoria e sull’identità. Dopo vent’anni di guerra e di peregrinazioni, l’uomo che torna a Itaca non è più quello che l’aveva lasciata e nemmeno la sua casa è rimasta immobile ad aspettarlo. Nolan comprende perfettamente questo aspetto e costruisce un film in cui il viaggio fisico diventa soprattutto un viaggio interiore.
Ogni tappa, ogni incontro, ogni divinità rappresentano un passaggio nella trasformazione del protagonista. Non si tratta semplicemente di ostacoli da superare ma di poli che incarnano tentazioni, paure e illusioni che mettono continuamente in discussione ciò che Ulisse è disposto a sacrificare pur di tornare a casa. È proprio qui che emerge uno dei temi più attuali del film: il ritorno. Perché tornare non significa recuperare il passato, ma imparare a convivere con tutto ciò che il passato ci ha tolto e, in un’epoca come quella attuale, l’Odissea indossa una nuova veste e diventa un racconto profondamente contemporaneo.
LA REGIA DI NOLAN E LA FORZA DEL CINEMA MATERICO
La regia segue perfettamente quest’idea. Nolan, infatti, alterna momenti di enorme spettacolarità a sequenze molto più intime, lasciando che siano gli sguardi, i silenzi e i paesaggi a raccontare ciò le parole non possono esprimere. Nonostante si conosca già a memoria la storia, la capacità del regista di costruire la scena emoziona e suscita suspense come se fosse la prima volta. Un esempio ne è la scena dell’incontro con Argo, molto commovente seppur breve, oppure le battaglie affrontate.
In questa cornice, la colonna sonora accompagna il percorso senza soffocarlo, sostenendo questa tensione emotiva. Naturalmente il film si concede anche alcune libertà rispetto al testo di Omero. Alcuni episodi vengono condensati, altri rielaborati, altri ancora assumono un significato diverso. Ma il compito di una trasposizione cinematografica è proprio questo: dialogare con l’opera originale, non limitarsi a copiarla.
IL VERO PROTAGONISTA È IL VIAGGIO
Al termine della visione, ciò che resta più impresso è la sensazione che Nolan non abbia voluto semplicemente adattare Omero, ma restituirne la forza e l’universalità attraverso il linguaggio del cinema.
In un’epoca in cui il dibattito si consuma troppo spesso nella rapidità delle polemiche e dei social network, l’Odissea di Nolan si pone domande ancora fondamentali: chi siamo, cosa ci definisce davvero e quale prezzo siamo disposti a pagare per ritrovare noi stessi e il senso di ciò che chiamiamo casa.
Così, quando scorrono i titoli di coda, ci si accorge che il vero protagonista non è soltanto l’eroe omerico, bensì il viaggio stesso che, a distanza di quasi tremila anni, parla ancora di noi.
Il Quotidiano del Sud.
UNICAL VOICE – Odissea di Nolan la recensione: naufragio di polemiche