UNICAL VOICE – La terza stagione di Euphoria accende la polemica
- Postato il 28 aprile 2026
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- Di Quotidiano del Sud
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La terza stagione di Euphoria genera vivaci dibattiti online riguardo alla rappresentazione delle giovani protagoniste. Gli spettatori criticheranno il trattamento narrativo e visivo delle donne, sollevando questioni sulla sessualizzazione e su stereotipi di genere presenti nella serie HBO. La polemica accende una riflessione sulla responsabilità creativa nelle produzioni dedicate al pubblico adolescente e adulto.
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UNICAL VOICE – La terza stagione di Euphoria accende la polemica
È appena iniziata la terza stagione di Euphoria, il teen drama HBO cupo e iper-stilizzato, che i fan l’hanno già bocciata per il destino che riserva alle protagoniste.
La polemica scoppiata prevalentemente sui social, oggi, è tutta concentrata su un punto: la visione sessualizzante e a tratti maschilista delle protagoniste. Molti spettatori, infatti, accusano la serie di aver spinto definitivamente i personaggi femminili dentro uno sguardo che li riduce a corpi, a funzioni, a strumenti narrativi legati al desiderio maschile e al profitto.
Non è solo una questione di trama, ma di prospettiva: chi guarda sente che queste ragazze non vengono più raccontate come soggetti complessi, ma come oggetti sessuali dentro un sistema che le consuma. Il problema, quindi, non è semplicemente il sex working in sé, ma il fatto che venga percepito come unico orizzonte possibile, quasi inevitabile, e soprattutto filtrato da uno sguardo che molti definiscono esplicitamente maschilista.
TERZA STAGIONE DI EUPHORIA, LA DIPENDENZA COME CUORE DEL RACCONTO
Eppure, tornando alle origini della serie, questa direzione non arriva dal nulla. Rue Bennet, interpretata dalla magistrale Zendaya, ha sempre avuto una traiettoria segnata. I suoi problemi di dipendenza non sono mai stati un elemento accessorio, ma il cuore del racconto. L’allontanamento dalla famiglia, la perdita di qualsiasi stabilità, il progressivo isolamento: tutto costruiva una storia già scritta, fatta di solitudine e caduta.
In questo vuoto, la collaborazione con ambienti criminali diventa quasi inevitabile. Non per scelta consapevole, ma per sopravvivenza. E in quei contesti, il corpo femminile è spesso parte del sistema economico: una risorsa, un mezzo per produrre denaro. La deriva di Rue non è un’improvvisazione, è la conseguenza logica di ciò che la serie ha sempre mostrato.
Cassie segue un percorso diverso, ma altrettanto coerente con il suo passato. La sua trasformazione in pornostar su OnlyFans non è un tradimento del personaggio, ma la conferma ai suoi traumi. Cassie ha sempre costruito la propria identità attraverso lo sguardo degli uomini, ha sempre cercato conferma nella desiderabilità fisica.
LA MONETIZZAZIONE DEL CORPO NELLA SERIE
Il passaggio alla monetizzazione diretta del proprio corpo è, in questo senso, la naturale evoluzione di quella dinamica di approvazione maschile. Ma diventa anche qualcosa di più: uno specchio della società contemporanea, dove l’esposizione del corpo è trasformata in capitale. Non è solo una scelta individuale, è un fenomeno culturale.
Per Jules, invece, il discorso è ancora più esplicito. La ragazza si prostituiva già da adolescente. La serie lo aveva messo in scena senza filtri, mostrando un rapporto con il sesso che è sempre stato complesso, ambiguo, sospeso tra autodeterminazione e vulnerabilità. Il suo percorso non cambia direzione: prosegue. E proprio questa continuità alimenta la polemica, perché rafforza l’idea che il destino di questi personaggi femminili sia già inscritto in una logica che li lega inevitabilmente al corpo e al suo utilizzo.
Sui social, intanto, il dibattito si accende sotto ogni clip e ogni post, soprattutto su piattaforme come Instagram e TikTok dopo la pubblicazione di alcune recensioni della stampa internazionale. A farle circolare in Italia è soprattutto la pagina Instagram La Scimmia Pensa. Tra le citazioni più condivise, quella del Guardian definisce la serie «un’opera squallida e priva di umorismo, una sorta di “torture porn” ossessionata dalla prostituzione ma al tempo stesso disgustata da esso», mentre il Telegraph parla apertamente di una «fantasia misogina di un vecchio inquietante». Parole forti, che contribuiscono a spostare il dibattito da una semplice discussione tra fan a un caso mediatico più ampio.
LE CRITICHE PER LA TERZA STAGIONE DU EUPHORIA
Sotto quei post, migliaia di commenti costruiscono un vero e proprio campo di battaglia interpretativo. C’è chi minimizza: «Che pesantezza. È uscita solo una puntata», scrive un utente, rivendicando l’attualità dei temi trattati. E poi c’è chi ribalta completamente la prospettiva, accusando il pubblico di non saper reggere una rappresentazione più cruda: «Se vi destabilizza il modo diretto in cui vengono sdoganati certi temi, il problema siete voi, non la serie».
È proprio in questo cortocircuito — tra critica, rilancio social e reazioni del pubblico — che la polemica assume le dimensioni di un fenomeno culturale. Non si discute più solo della serie, ma dello sguardo con cui viene letta.
E poi c’è il lato più tossico del dibattito, quello che forse conferma il problema sollevato: commenti maschili che si concentrano esclusivamente sui corpi e sulle scene di nudo, soprattutto di Sydney Sweeney (Cassie). Frasi volgari, esplicite, che riducono tutto a una dimensione voyeuristica, dimostrando come lo sguardo sessualizzante non sia solo nella regia, ma anche — e soprattutto — nel pubblico che guarda.
LA MESSA IN ONDA DI SCENARI DIFFICILI
A cambiare, però, è sicuramente il mood. Questa terza stagione sembra abbandonare in parte la dimensione onirica e stilizzata per avvicinarsi a toni più crudi, più narrativi, quasi più “criminali”. In alcuni momenti, la costruzione delle dinamiche e delle conseguenze richiama atmosfere alla Breaking Bad, dove le scelte dei personaggi hanno un peso concreto e progressivamente irreversibile. È un cambio sottile ma percepibile: meno estetizzazione, più realtà. Questo porta qualcuno a dire che Euphoria non sia più quella serie dallo stile unico che aveva ridefinito un certo immaginario visivo. Ma è ancora presto per dirlo davvero.
Resta un dato di fondo: la serie ha sempre fatto riflettere. Su disturbi, corpi femminili nella società, relazioni e dipendenze. Può sicuramente sembrare uno sguardo misogino e sessualizzante quello del regista Sam Levinson, e in parte è proprio questo che alimenta il dibattito. Ma è anche uno sguardo che mette in scena realtà difficili, spesso legate al contesto americano, senza davvero addolcirle. E forse è proprio questa ambiguità — tra denuncia e spettacolarizzazione — che rende la terza stagione così divisiva.
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