UNICAL VOICE – Hamnet la metamorfosi del dolore
- Postato il 16 marzo 2026
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- Di Quotidiano del Sud
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Il Quotidiano del Sud
UNICAL VOICE – Hamnet la metamorfosi del dolore

Un viaggio emotivo tra dolore e creazione. È il nuovo film di Chloé Zhao, tratto dal romanzo di Maggie O’Farrell. Un film intimo e struggente, “Hamnet” esplora memoria, amore e creazione. Mostrando come il teatro e la poesia possano diventare un altare della memoria dove ciò che muore nella vita continua a vivere nel linguaggio e nella storia.
Esistono frammenti del passato che la storia ha tralasciato ed è proprio in questi spiragli che il cinema trova dimora. Candidato a 8 premi oscar ,“Hamnet” schiva il classico biopic su Shakespeare: rivela infatti l’identità del protagonista solo nell’ultimo atto. Il vero cuore della narrazione è Agnes, una figura enigmatica, che sembra uscita da una leggenda boschiva. Lei ci porta nell’intimità di una famiglia la cui felicità è così genuina e profonda che ti fa sentire parte della loro vita. “Hamnet” ti costringe a sentire tutto, senza filtri, come se stessi vivendo accanto ai personaggi. Ha la forza di lasciare il cuore in frantumi e la sensazione di aver toccato un dolore antico e universale.
Il legame tra Orfeo ed Euridice è la lente attraverso cui viene interpretato l’intero film. Will e Agnes incarnano questa dualità: lui è la voce, il pensiero che diventa poesia; Agnes è il corpo, il silenzio, è l’ascolto profondo della natura. Abitano due mondi opposti ma complementari. Lui, come Orfeo, crede nel potere salvifico dell’arte contro la morte. Lei, invece, ha la saggezza ancestrale di chi sa che la vita ha i suoi confini invalicabili. E non tutto può tornare alla luce. “Hamnet” non è solo dolore. È continuazione, trasformazione e sopravvivenza attraverso la creazione. Si tratta di ciò che si rifiuta di scomparire. Il film è silenzioso al riguardo, ma il messaggio è cristallino: l’amore non finisce, si evolve.
IL DOLORE CHE DIVENTA ARTE NEI FILM
Un ragazzo muore, ma non scompare. Lui si trasforma. Scivola nella memoria, nel linguaggio e nel lavoro che lasciamo alle spalle. La forza di questo film risiede nella sua natura, dove nulla è statico. Il lutto non viene ignorato, ma trasformato. La perdita è reale e il dolore è tangibile, ma muta in una forma di presenza eterna. Il nome del figlio diventa un’eco che torna a tormentare e cullare il racconto. Zhao mette in scena il paradosso tramite un fantasma che non è ancora morto e una madre che si rifiuta di lasciarlo andare.
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Infine, un vuoto incolmabile. Will, che alla morte del figlio non era al suo capezzale. Questo perché Shakespeare non vive nella sua casa. Vive nel successo di Londra. Quel ritorno tardivo è una condanna che non conosce assoluzione. Ed è qui che decide di trasformare il palcoscenico in un altare della memoria, in una catarsi necessaria. Con l’Amleto il Bardo affida il ruolo del protagonista a un attore che veste i panni del figlio perduto. È tra le assi del teatro, che Will riesce a pronunciare quell’addio che la vita gli aveva negato. In quel ֿ«the rest is silence» finale, il confine tra finzione e realtà svanisce. Ed è qui che si crea un’emozione che unisce la platea e il palcoscenico in un unico respiro.
Il Quotidiano del Sud.
UNICAL VOICE – Hamnet la metamorfosi del dolore