“Una recluta e un silenzioso professore: non ho mai incontrato due uomini così diversi”
- Postato il 12 aprile 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Da una novella apocrifa di Ilf e Petrov.
Ero salito sul treno di notte. Nel mio scompartimento dormivano già due uomini. A mezzogiorno fui svegliato da quello della cuccetta superiore, una recluta in giubba militare, il colletto aperto. “In piedi, compagno!” disse con allegria. “Siamo quasi a Lozovaja. E’ ora di pranzo e il buffet della stazione è buono: zuppa, salsicce, aringhe. E vodka! Ce lo facciamo un goccetto?” Si voltò verso il terzo passeggero, che rientrava dalla toilette fresco di rasatura, profumato, con ancora qualche goccia d’acqua tra i capelli. “E tu, professore? Sei dei nostri?” L’uomo sorrise appena: “Cosa ti fa pensare che io sia un professore?” “Si vede. Ho occhio, non sbaglio”. Il professore era in pigiama a righe e pantofole di feltro. Dalla sua figura, tarchiata e giovanile, emanava l’autorevolezza dell’uomo d’esperienza. Sistemò con cura i suoi oggetti in una scatola e la scatola nella valigia. Il suo ordine era impeccabile. Fece una smorfia quando il nostro irrequieto compagno di viaggio gli rinnovò l’esortazione a voce alta, quasi fosse in caserma; ma la sua cortesia ebbe il sopravvento. “Se vuoi favorire, soldato, ho dei fagottini con le erbe fatti in casa”, gli disse, svolgendo un cartoccio. Ma l’altro era già altrove.
A ogni stazione scendeva e tornava con nuove provviste: polli, uova, burro. “Spero di trovare del miele”. “Che te ne fai di tutta quella roba?” “Commercio. Qui si compra bene. Ma tu non sei pratico, professore, si vede. Resta pure seduto, se sei abituato così. Io invece mi muovo: bisogna darsi da fare!” E giù di nuovo dal vagone, sulla banchina. Dal finestrino lo si vedeva andare e venire tra i venditori, contrattare, soppesare la merce, stringere accordi: spettinato, col colletto aperto, il cappottone militare buttato sulle spalle.
In certe stazioni vendeva qualcosa, in altre comprava. E tornava sempre raggiante. Verso sera, sfinito dalle scorribande tra stazioni, buffet e bancarelle, s’arrampicò finalmente in cuccetta lanciando il suo ordine: “In trincea, compagni!” E s’addormentò all’istante, del sonno profondo di chi, evidentemente, non ha mai avuto a che fare con l’insonnia.
“Sveglia, compagni!” tuonò la mattina dopo dall’alto. E nello scompartimento riprese il movimento. Di nuovo andò e venne dalle stazioni: pesci secchi, cipolle a tracolla come cartucciere, dolciumi. “Seguitemi! Sosta di quindici minuti, la locomotiva fa rifornimento d’acqua. Ho già esplorato tutto. Guardate che cipolle! Fate scorta! Muoversi! Attaccare sui fianchi!”
Non mi era mai capitato di incontrare due compagni di viaggio tanto diversi. Il professore leggeva in silenzio. E poiché nel finestrino scorrevano bei paesaggi, ogni tanto levava lo sguardo: “Quanta neve quest’anno! Bene. Ci sarà un buon raccolto”. “Agronomo, senza dubbio”, pensai. Ma lo interessavano anche i villaggi rurali, i bagliori delle fornaci industriali, i treni merci che sfrecciavano con fragore sui vecchi binari. “Carbone”, diceva. “Come luccica! Sembrano diamanti”. “Macché agronomo. E allora chi è? Che mestiere fa?”
A Serpuchov, la recluta fu riconosciuta da un passeggero che attraversava il corridoio: “Ehi, commerciante di passaggio! Sempre in guerra?” “Sempre!” rispose la burba con voce squillante. “Non scappo mai dalla battaglia. Assalto e faccio razzie lungo tutta la linea. A Ponyri ci sono le mele, a Tula vanno via che è un piacere…Qui mele, là lardo, là altra roba… Anche gli scialli in lana di cammello: li compri e li rivendi subito. E a qualsiasi prezzo! Si combatte. Insomma, faccio affari!” E gonfiò il petto con aria fiera. Intanto ci avvicinavamo alla capitale.
Cominciammo a raccogliere le nostre cose e a vestirci. Il professore cavò da sotto la cuccetta un grosso pacco avvolto in giornali, lo aprì, si tolse il pigiama e si cambiò. E apparve in divisa: era un generale dell’Armata Sovietica, coi nastrini degli ordini e le medaglie e tutto il resto. Il soldato, che lì per lì era rimasto a bocca aperta, scattò sull’attenti. Finalmente muto.
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