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Un tempio di corde e 140 poeti: così Malta incontra la Corea alla Biennale di Gwangju

  • Postato il 11 ottobre 2026
  • Di Panorama
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In sintesi

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Un tempio di corde e 140 poeti: così Malta incontra la Corea alla Biennale di Gwangju

Esiste una parola coreana che, da sola, potrebbe raccontare il significato di un’intera esposizione. Si scrive 사이, si pronuncia sai e indica ciò che esiste tra due persone, due luoghi, due condizioni. Uno spazio intermedio che non appartiene completamente a nessuno dei suoi estremi, ma che permette a entrambi di entrare in relazione. Un concetto apparentemente semplice, eppure straordinariamente complesso quando viene applicato all’identità culturale, alla memoria collettiva e al rapporto tra Paesi geograficamente lontani.

È proprio questo spazio a diventare protagonista di BEJN / IN-BETWEEN, il progetto con cui Malta debutta alla sedicesima Biennale di Gwangju, in Corea del Sud, trasformando uno storico edificio immerso nella vegetazione in un ambiente nel quale convivono installazioni monumentali, corde rituali, paesaggi sonori, esperienze immersive e le parole di oltre 140 poeti maltesi e coreani. (Visitabile fino al 15 novembre 2026 presso Horanggasy, nel quartiere di Yangnim-dong a Gwangju, in Corea del Sud. BEJN / IN-BETWEEN è un progetto commissionato da Arts Council Malta, con il sostegno del Ministero per le Arti, la Cultura e il Patrimonio Nazionale, di Visit Malta e del Fondo per la Diplomazia Culturale, gestito dal Ministero degli Affari Esteri ed Europei).

Un’esposizione che nasce dall’incontro tra due territori apparentemente molto distanti, un arcipelago mediterraneo collocato al centro di rotte commerciali e culturali millenarie e una città sudcoreana la cui identità contemporanea è profondamente legata alla memoria delle mobilitazioni democratiche del maggio 1980. Due realtà che condividono esperienze storiche differenti e che proprio attraverso quelle differenze possono trovare nuove occasioni di dialogo.

L’operazione è particolarmente significativa anche sotto il profilo istituzionale, perché rappresenta la prima partecipazione maltese alla Biennale di Gwangju, una manifestazione che dalla sua inaugurazione, nel 1995, ha progressivamente consolidato il proprio ruolo all’interno del panorama artistico internazionale.

Commissionato da Arts Council Malta, con il sostegno del Ministero maltese per le Arti, la Cultura e il Patrimonio Nazionale, di Visit Malta e del Cultural Diplomacy Fund gestito dal Ministero degli Affari Esteri ed Europei, il padiglione non si limita a presentare una selezione di opere nazionali, ma propone un’esperienza costruita attraverso una residenza artistica di tre mesi a Gwangju, durante la quale gli artisti hanno lavorato direttamente con la città e con la comunità culturale coreana.

Il progetto riunisce Norbert Francis Attard, il collettivo PONKS, formato da Sam Alekksandra e Julien Vinet, e il compositore e sound designer Michael Quinton, con la curatela di Moon Hyun Jeoung. Insieme costituiscono la BEJN Kollettiva, una collaborazione che trasforma il concetto di confine in un’occasione di ricerca artistica.

A raccontare a Panorama il significato di questo progetto sono proprio i suoi protagonisti, attraverso una conversazione che attraversa identità nazionale, tradizioni popolari, poesia, memoria civile e diplomazia culturale.

Perché Malta ha scelto Gwangju: l’arte come esercizio di trasformazione

La sedicesima Biennale di Gwangju, diretta dall’artista e curatore singaporiano Ho Tzu Nyen, ruota intorno al titolo You Must Change Your Life, l’imperativo che conclude una celebre poesia di Rainer Maria Rilke. Un invito a considerare l’esperienza artistica non soltanto come qualcosa da osservare, ma come una possibilità di trasformazione personale e collettiva.

È una prospettiva particolarmente significativa in una città come Gwangju, dove la memoria del movimento democratico del 18 maggio 1980 continua a occupare uno spazio fondamentale nell’identità urbana e culturale.

Ma perché Malta ha scelto proprio questa manifestazione per il suo debutto?

«Il tema della sedicesima Biennale di Gwangju, You Must Change Your Life, risuona profondamente con quello che Malta sta vivendo», racconta Julien Vinet, direttore artistico di BEJN / IN-BETWEEN e membro del collettivo PONKS. «Proprio il giorno dell’inaugurazione del Padiglione di Malta, i giornali maltesi stavano discutendo una sentenza molto controversa legata a un noto scandalo politico. È stato un promemoria del fatto che una società deve essere capace di guardarsi allo specchio e accettare ciò che vede prima di poter cambiare davvero».

Il riferimento, che Vinet collega al dibattito pubblico maltese nei giorni dell’inaugurazione, introduce una riflessione più ampia sul rapporto tra produzione culturale e capacità di una società di interrogare sé stessa.

«Malta è già, per sua natura, uno spazio intermedio: un gruppo di isole nel mare, tra Europa, Africa e Medio Oriente. La Biennale di Gwangju si fonda su un’idea simile. È una città e una piattaforma che si sono sempre interrogate sul significato di trovarsi tra storie, lingue e realtà politiche differenti».

Da questa prospettiva, il debutto maltese assume un significato che supera la semplice partecipazione a una manifestazione artistica internazionale.

«Arrivando qui per la prima volta, non volevamo presentare Malta come una cartolina fatta di architettura barocca e paesaggi costieri. Volevamo arrivare con una domanda, e Gwangju era il luogo nel quale quella domanda poteva essere presa sul serio. La commissione di Arts Council Malta ci ha dato l’opportunità di portare qui gli artisti maltesi come collaboratori di una conversazione tra Malta e Corea».

È proprio questo passaggio a definire l’identità del padiglione: non un racconto nazionale già confezionato e successivamente esportato all’estero, ma un progetto che sceglie di svilupparsi attraverso l’incontro con un altro territorio.

Il significato di sai, la parola coreana che racconta ciò che esiste tra le culture

Il termine maltese bejn significa letteralmente tra, ma la sua traduzione assume una profondità particolare quando incontra il coreano.

A spiegarlo è Moon Hyun Jeoung, curatrice del progetto, secondo la quale il concetto di spazio intermedio consente di mettere in relazione non soltanto luoghi geograficamente distanti, ma anche epoche, esperienze e sistemi culturali differenti.

«Il concetto di in-between è molto ampio e può comprendere numerose dimensioni. Può riferirsi allo spazio geografico che separa Malta e Corea, due Paesi molto lontani tra loro, ma può anche descrivere la condizione di trovarsi tra tempi o circostanze differenti. Diventa quindi uno spazio capace di contenere traiettorie, storie, culture, lingue ed esperienze diverse, creando contemporaneamente un luogo nel quale considerarle insieme».

È però la specificità linguistica coreana a rendere particolarmente interessante questa interpretazione.

«In coreano, in-between si traduce con 사이, sai, una parola che indica anche una relazione, lo spazio tra una persona e un’altra oppure tra gruppi differenti. In questo senso, lo spazio intermedio affrontato dalla mostra diventa un concetto attraverso il quale chiedersi quali eventi e quali nuove relazioni possano nascere quando elementi che abbiamo sempre considerato diversi vengono messi in contatto».

Il significato dell’esposizione si sviluppa precisamente a partire da questa considerazione, perché la possibilità di costruire una relazione non dipende necessariamente dall’esistenza di una somiglianza.

È un’idea sulla quale insiste Sam Alekksandra, poeta e artista del collettivo PONKS.

«Non credo che differenza e somiglianza siano concetti opposti. La connessione è possibile anche senza essere uguali e forse diventa ancora più interessante quando ci permettiamo di immergerci in un contesto differente senza cercare immediatamente di classificarlo attraverso ciò che già conosciamo».

Un’impostazione che assume particolare rilevanza in un’epoca nella quale le iniziative culturali internazionali sono spesso chiamate a trovare elementi comuni tra tradizioni differenti, correndo il rischio di semplificarne le caratteristiche per renderle immediatamente comprensibili.

Il progetto maltese sceglie invece di conservare una parte dell’incomprensione, riconoscendola come componente inevitabile e potenzialmente produttiva dell’incontro.

«Lavorando con la poesia, questo aspetto è diventato particolarmente evidente. Ci sono state poesie coreane che ho incontrato prima attraverso il suono, il ritmo o la presenza della persona che le leggeva, e soltanto successivamente attraverso la traduzione. Il fatto di non riuscire a comprendere immediatamente tutto non ha impedito che quell’incontro avvenisse».

Per Alekksandra, la relazione tra le due culture comincia esattamente nel momento in cui viene abbandonata la necessità di comprenderle completamente.

Rope Temple: un tempio di corde dove la poesia maltese incontra quella coreana

Il cuore simbolico dell’esposizione è Rope Temple, l’installazione realizzata da PONKS all’interno del Glass Polygon di Horanggasy.

Centinaia di corde sospese costruiscono un ambiente all’interno dell’edificio, dando forma a una struttura centrale simile a un albero, mentre le pareti di vetro ospitano poesie maltesi e coreane scritte a mano. L’installazione riunisce i contributi di oltre 140 poeti, tra voci emergenti e autori affermati, fra i quali la poetessa sudcoreana Kim Hyesoon, il poeta di Gwangju Kwak Jaegu e la maltese Maria Grech Ganado.

Ma perché proprio le corde?

La risposta si trova nelle differenti tradizioni dei due Paesi.

A Malta rappresentano un elemento materiale profondamente legato alla vita marittima, alla pesca e alle pratiche religiose, mentre in Corea assumono anche una funzione spirituale attraverso il geumjul, la corda sacra tradizionalmente utilizzata per delimitare e proteggere determinati spazi rituali.

Due significati che condividono un oggetto, ma che non possono essere considerati completamente sovrapponibili.

«Non abbiamo cercato somiglianze, ma quello che accade nello spazio tra di esse», spiega Vinet. «La corda rappresenta perfettamente questa idea. Esiste in entrambe le culture, ma non significa la stessa cosa. A Malta appartiene alle imbarcazioni, alla pesca e alla tradizione religiosa. Ci tiene letteralmente ancorati al mondo esterno. In Corea siamo rimasti affascinati dal geumjul, la corda sacra che delimita e protegge uno spazio».

La decisione artistica è stata proprio quella di non fondere questi significati.

«Li abbiamo collocati nella stessa stanza, lasciando visibile la tensione tra loro. La poesia funziona esattamente allo stesso modo: i testi coreani e maltesi condividono le stesse pareti e non tutto viene tradotto. Possiamo sentire una poesia senza comprenderla completamente. La connessione non richiede necessariamente un accordo, e il cambiamento spesso comincia quando due significati possono stare uno accanto all’altro senza che uno assorba l’altro».

L’installazione restituisce quindi alla lingua una dimensione che va oltre il suo significato letterale, permettendo al visitatore di confrontarsi anche con l’aspetto visivo della scrittura, con il ritmo della lettura e con l’esperienza sensoriale dello spazio.

Un incontro tra alfabeti e tradizioni letterarie che diventa particolarmente significativo proprio in Corea del Sud, dove la poesia continua a rappresentare uno strumento attraverso il quale vengono interpretate e tramandate anche le esperienze della memoria collettiva.

Dalle feste maltesi ai cinque colori coreani: quando le tradizioni non devono necessariamente somigliarsi

Il dialogo tra Malta e Corea si sviluppa anche nelle installazioni di Norbert Francis Attard, uno dei protagonisti dell’arte contemporanea maltese, la cui ricerca mette in relazione elementi architettonici, memoria storica e tradizioni culturali.

Nell’Art Polygon, l’artista utilizza il linguaggio visivo delle festas maltesi, le celebrazioni popolari e religiose che occupano uno spazio importante nella vita delle comunità locali, mettendolo in relazione con l’obangsaek coreano, il sistema tradizionale dei cinque colori associato ai principi dello yin e dello yang e ai cinque elementi.

È un accostamento che potrebbe apparire puramente estetico, ma che in realtà rappresenta uno degli aspetti più interessanti della riflessione curatoriale.

«Gli artisti non hanno selezionato questi elementi semplicemente perché esistono delle somiglianze tra le due culture», chiarisce Moon Hyun Jeoung. «Norbert Francis Attard incorpora elementi decorativi delle feste maltesi e i colori tradizionali coreani dell’obangsaek nella propria pratica architettonica. Sebbene possano apparire visivamente compatibili, questi due elementi contengono energie molto differenti e, per certi aspetti, persino opposte».

La festa maltese rappresenta infatti una celebrazione collettiva caratterizzata da spettacolarità, partecipazione e gioia comunitaria, mentre il sistema cromatico coreano esprime un principio di armonia ed equilibrio.

L’interesse curatoriale nasce proprio dalla possibilità di far convivere questi differenti significati all’interno della stessa installazione.

Tra le opere presentate figurano Obangsaek, un intervento realizzato attraverso elastici tesi e superfici cromatiche, e Peristyle, una struttura monumentale che riprende gli elementi decorativi delle celebrazioni maltesi.

Quest’ultima introduce anche una dimensione contemporanea legata alla rappresentazione dei conflitti internazionali. Attraverso la parola Gaza e i riferimenti visivi alla tradizione delle feste, Attard costruisce un confronto tra celebrazione collettiva, memoria degli assedi e sofferenza contemporanea, invitando il visitatore a interrogarsi sul rapporto tra partecipazione, responsabilità e osservazione.

Non si tratta di stabilire equivalenze tra situazioni storiche differenti, ma di utilizzare il linguaggio dell’arte per mettere in relazione memorie e condizioni che normalmente vengono considerate separatamente.

Tre mesi a Gwangju: perché l’arte non può essere semplicemente esportata

Un elemento fondamentale di BEJN / IN-BETWEEN riguarda il processo attraverso il quale è stata realizzata la mostra, perché gli artisti non hanno prodotto le opere interamente a Malta per poi installarle in Corea, ma hanno scelto di svilupparle direttamente a Gwangju.

Una differenza sostanziale, soprattutto se si considera che una parte importante della diplomazia culturale internazionale continua a fondarsi sulla circolazione di produzioni già esistenti, presentate successivamente all’interno di contesti geografici differenti.

Per Sam Alekksandra, la residenza artistica rappresentava invece una condizione imprescindibile.

«Non credo che un’opera site-specific di queste dimensioni possa essere realizzata a distanza e poi semplicemente installata altrove. Deve essere sviluppata sul posto, attraverso l’architettura, la comunità e le relazioni che si formano intorno al lavoro. Altrimenti il luogo rischia di diventare uno sfondo, anziché qualcosa che abbia realmente partecipato alla creazione dell’opera».

Il rapporto con Horanggasy, uno spazio dedicato alla ricerca artistica situato nello storico quartiere culturale di Yangnim-dong, è diventato quindi una componente attiva del progetto.

L’edificio occupa l’area dell’antica residenza missionaria Underwood, le cui origini risalgono al 1904, e si sviluppa attraverso ambienti espositivi differenti, circondati dalla vegetazione.

È proprio questa architettura ad aver contribuito a definire Rope Temple.

«Non sarebbe potuta esistere nello stesso modo senza Horanggasy, senza la sua architettura di vetro, senza la foresta che lo circonda e senza i poeti e le comunità che abbiamo incontrato durante la nostra permanenza», racconta Alekksandra. «Siamo arrivati con una struttura progettuale, ma non con qualcosa di completamente definito. La residenza serviva a creare le condizioni attraverso le quali il lavoro potesse essere trasformato dal luogo».

Un processo iniziato già nell’ottobre del 2025, quando il collettivo ha effettuato un primo sopralluogo nella città, prima di tornarvi per una permanenza più lunga.

Per Vinet, uno degli elementi più significativi è stato proprio il rapporto tra l’architettura e la produzione poetica.

«Quando mi è stato chiesto che cosa ci avesse dato Gwangju che non avremmo potuto realizzare a Malta, la risposta è stata immediata: lo spazio. Quello che abbiamo creato qui è stato modificato dall’incontro con il luogo, ed era esattamente questo il nostro obiettivo».

Ascoltare Gwangju: dai mercati al canto delle cicale

L’esposizione non si limita però alla dimensione visiva, perché una parte fondamentale del percorso è dedicata al suono, attraverso il lavoro del compositore e sound designer Michael Quinton.

Nel Base Polygon, situato sotto Rope Temple, registrazioni ambientali raccolte a Malta e in Corea vengono trasformate in un paesaggio sonoro nel quale convivono frammenti di conversazioni, rumori quotidiani, atmosfere urbane e suoni naturali.

L’obiettivo è permettere al visitatore di sperimentare una dimensione differente dello spazio intermedio, nella quale le culture non vengono rappresentate attraverso immagini immediatamente riconoscibili, ma attraverso le loro caratteristiche acustiche.

«Fin dall’inizio avevamo discusso, come gruppo, dell’importanza di costruire un elemento coerente che collegasse tutte le installazioni attraverso il concetto di bejn», spiega Quinton. «È un tema molto fluido e ogni artista lo ha interpretato in maniera differente, ma tutte le componenti del padiglione sono rimaste collegate tra loro».

Il lavoro sonoro assume una profondità particolare proprio a Gwangju, perché i suoni della città diventano anche uno strumento attraverso il quale entrare in relazione con la sua memoria.

«Stare a Gwangju, respirarne l’aria, incontrare le persone e trascorrere del tempo nella città ha fatto sì che la sua memoria collettiva entrasse progressivamente nel nostro lavoro. Ogni opera riflette idee di comunità, coesistenza, resilienza e conflitto», racconta l’artista.

Le registrazioni comprendono anche elementi della vita quotidiana della città, dai mercati al canto di migliaia di cicale, che vengono messi in relazione con il paesaggio sonoro maltese.

«Attraverso queste registrazioni si possono ascoltare le differenze e le somiglianze tra le due culture, ma anche i momenti nei quali sembrano confondersi. La poesia è il linguaggio del cuore e, quando viene pronunciata autenticamente, può esprimere qualcosa che risuona profondamente nelle persone».

Il risultato è un’esperienza che non pretende di spiegare la città attraverso un racconto prestabilito, ma che invita ad ascoltarla, riconoscendo proprio nella dimensione sensoriale una possibilità di incontro.

Dalla realtà virtuale alla poesia: una nuova idea di rappresentanza culturale

Il percorso espositivo si estende ulteriormente attraverso Transportation, il programma pubblico che utilizza video immersivi a 360 gradi e realtà virtuale per mettere in relazione artisti maltesi e coreani.

Realizzato con il contributo tecnologico di Infinita, il programma coinvolge cinque progetti artistici maltesi e due coreani, trasformando luoghi personali, storici o simbolici in ambienti attraverso i quali esplorare differenti interpretazioni del concetto di identità.

I visitatori possono così entrare virtualmente in spazi estremamente diversi, dal faro di Ta’ Ġurdan, a Gozo, a una cappella abbandonata del Settecento, dal garage di una famiglia maltese alla Biblioteca Nazionale della Valletta, fino al Malta Freeport. Sul versante coreano, il programma coinvolge anche il Gwangju Theatre e il quartiere di Euljiro, a Seul.

È una scelta particolarmente significativa perché permette di affrontare una delle questioni centrali per qualsiasi padiglione nazionale: che cosa significa rappresentare un Paese senza ridurlo a un’immagine immediatamente riconoscibile?

Per Sam Alekksandra, la risposta consiste proprio nel rifiutare l’idea di un’identità nazionale univoca.

«Non credo che l’arte sia universale. Siamo persone specifiche, che vivono e lavorano in un preciso momento storico, e riconoscere questa specificità è esattamente ciò che ci permette di evitare di costruire un’immagine fissa di Malta o del Mediterraneo. Non siamo mai stati interessati a condensare Malta in una serie di simboli facilmente riconoscibili e destinati a viaggiare all’estero. Non esiste un’unica Malta da rappresentare».

Il coinvolgimento di artisti con linguaggi ed esperienze differenti diventa quindi uno strumento attraverso il quale restituire la pluralità del territorio.

«Un Paese può esistere attraverso il garage di una famiglia, un porto, una biblioteca, una cappella abbandonata oppure un cinema. Questa molteplicità mi interessa molto più del tentativo di costruire un’immagine nazionale coerente».

Il progetto coinvolge, tra gli altri, gli artisti maltesi Tara Dalli e Felix Deepen, Romeo Gatt, Keit Bonnici, Charlene Galea e Martina Georgina, insieme ai coreani KIM ON e More.

Una scelta che estende il dialogo culturale ben oltre i confini fisici del padiglione e permette di utilizzare le tecnologie immersive non soltanto come strumenti spettacolari, ma come possibilità di esplorazione di differenti esperienze personali.

La diplomazia culturale non è marketing: che cosa può realmente costruire l’arte?

La partecipazione maltese alla Biennale si inserisce in un rapporto diplomatico con la Corea del Sud che ha celebrato sessant’anni nel 2025, ma il progetto offre anche l’occasione per riflettere su una questione più ampia: quale dovrebbe essere il ruolo della diplomazia culturale in un contesto internazionale caratterizzato da una crescente competizione tra identità nazionali?

È proprio qui che il confronto con i protagonisti dell’esposizione raggiunge uno dei suoi passaggi più significativi.

«La diplomazia culturale diventa branding quando riguarda il modo in cui un Paese appare», osserva Vinet. «Diventa significativa quando riguarda il modo in cui le persone si incontrano e si scambiano esperienze».

Una distinzione che mette in discussione la concezione della cultura come semplice strumento di promozione nazionale e che attribuisce invece maggiore importanza alla capacità di costruire relazioni destinate a proseguire nel tempo.

Per il direttore artistico, alcuni degli episodi più importanti dell’intera esperienza sono stati proprio quelli avvenuti lontano dalle occasioni istituzionali.

«Una poetessa coreana ha letto ad alta voce una poesia a Sam, utilizzando parole che lei non riusciva a comprendere, ma che l’hanno comunque emozionata profondamente. Michael ha registrato i suoni di un mercato di Gwangju e il canto di migliaia di cicale».

Momenti apparentemente ordinari, ma che diventano significativi perché rappresentano una forma di conoscenza costruita attraverso la partecipazione diretta.

«La politica opera attraverso accordi tra Stati. Un’esposizione può costruire qualcosa di più lento e umano: lavoro condiviso, materiali condivisi, curiosità verso i rituali degli altri. Non sostituisce la politica, ma crea relazioni che non dipendono da essa. Il sostegno istituzionale è importante perché rende possibili questi incontri. Quello che li rende autentici è capire se le persone coinvolte ne escono trasformate».

Un’interpretazione condivisa da Moon Hyun Jeoung, secondo la quale la realizzazione di un progetto artistico internazionale dovrebbe produrre conseguenze culturali che vadano oltre la durata dell’evento.

«L’arte contiene la cultura, collega le persone e permette di esprimere attraverso linguaggi simbolici cose che non sempre possono essere comunicate direttamente con le parole. Durante lo sviluppo della mostra, gli artisti hanno collaborato con diverse comunità e persone in Corea, imparando a comprendere non soltanto la cultura coreana, ma anche modi differenti di pensare».

Il punto centrale, per la curatrice, è la possibilità che questi incontri continuino a produrre nuove occasioni di collaborazione.

«Spero che questo progetto non rimanga esclusivamente all’interno della cornice formale della diplomazia culturale tra i due Paesi, ma che diventi il punto di partenza per relazioni capaci di proseguire nel futuro».

Che cosa resterà quando la Biennale sarà finita?

La sedicesima Biennale di Gwangju proseguirà fino al 15 novembre 2026, ma per gli artisti coinvolti in BEJN / IN-BETWEEN il successo del progetto non potrà essere misurato esclusivamente attraverso la visibilità internazionale ottenuta durante l’esposizione.

La questione fondamentale riguarda piuttosto ciò che accadrà successivamente, quando le installazioni verranno smontate, gli artisti torneranno nei rispettivi Paesi e l’esperienza della residenza artistica diventerà parte della loro storia personale e professionale.

«La visibilità internazionale dell’arte contemporanea maltese è estremamente importante, ma il nostro obiettivo principale è creare relazioni durature», racconta Vinet. «Vorremmo che gli artisti, la curatrice, i poeti e il pubblico di Gwangju continuassero a lavorare insieme anche dopo la conclusione della mostra».

È una prospettiva che permette di comprendere il significato più profondo dell’intero progetto, perché il valore dello spazio intermedio non consiste semplicemente nell’incontro momentaneo tra due realtà differenti, ma nella possibilità che proprio quell’incontro produca nuove interpretazioni, nuove collaborazioni e differenti modi di osservare il mondo.

Quinton spera che, dopo aver attraversato il suo paesaggio sonoro, gli abitanti di Gwangju possano ascoltare la propria città in maniera differente. Vinet auspica invece che i visitatori di entrambi i Paesi possano riconoscere nella poesia uno strumento fondamentale dell’arte contemporanea.

«Non diciamo deliberatamente ai visitatori che cosa debbano pensare. Se siamo riusciti a creare delle risonanze con il loro personale spazio intermedio, che si tratti di una relazione, di una tensione o di una differenza, allora il progetto avrà raggiunto il proprio obiettivo».

È probabilmente questa la riflessione più interessante che emerge dall’esperienza maltese a Gwangju, perché in un momento storico nel quale le relazioni internazionali sono spesso raccontate attraverso la competizione economica, tecnologica e politica, un gruppo di artisti ha scelto di costruire un dialogo attraverso materiali apparentemente semplicissimi: corde, colori, parole e suoni.

Un linguaggio che non pretende di cancellare le distanze geografiche, né di risolvere le contraddizioni delle differenti identità culturali, ma che prova a trasformarle in uno spazio condiviso.

Ed è forse proprio questo il significato più profondo di sai: non il tentativo di diventare uguali, ma la possibilità di costruire qualcosa insieme, conservando tutto ciò che ci rende differenti.

Autore
Panorama

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