Un Quad per la sicurezza economica. La proposta di Arha per Usa, Ue, Giappone e India
- Postato il 7 settembre 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Un nuovo “G4” formato da Stati Uniti, Unione europea, Giappone e India per coordinare le politiche di sicurezza economica, sviluppare tecnologie affidabili e accompagnare la trasformazione dell’economia globale verso un sistema nel quale resilienza, sicurezza e fiducia pesano sempre di più nelle relazioni commerciali.
È la proposta avanzata da Kaush Arha, presidente del Free and Open Indo-Pacific Forum ed ex senior adviser della United States Agency for International Development, in un intervento pubblicato su fDi Intelligence del Financial Times. Il punto di partenza è netto: la Cina rappresenta, secondo Arha, una “sfida economica sistemica” per le economie di libero mercato e richiede quindi una risposta altrettanto sistemica da parte degli Stati Uniti e dei loro alleati.
Il formato individuato riunirebbe quattro poli che, insieme, rappresentano più della metà del Pil mondiale e combinano alcune delle maggiori economie avanzate con una delle grandi economie a più rapida crescita, l’India. Più che creare immediatamente una nuova organizzazione internazionale, l’obiettivo dovrebbe essere quello di istituire un forum regolare nel quale costruire una comprensione condivisa della sicurezza economica, sia individuale sia collettiva, estendendo il coordinamento alle tecnologie strategiche, a partire dall’intelligenza artificiale.
Dietro alla proposta c’è una lettura più ampia della fase attraversata dall’economia globale. Arha parla di un passaggio dalla globalizzazione senza restrizioni verso relazioni economiche sempre più “stratificate”. Non significa la fine del commercio globale né una separazione generalizzata dalla Cina. Significa piuttosto che beni, tecnologie e catene del valore vengono progressivamente trattati in maniera diversa a seconda della loro rilevanza strategica.
I segnali sono già visibili. Stati Uniti e alleati hanno introdotto restrizioni sull’esportazione delle tecnologie più avanzate, soprattutto nel settore dei semiconduttori, mentre industrie considerate critiche vengono protette attraverso tariffe e altre misure. Pechino, a sua volta, ha utilizzato i controlli sulle esportazioni di minerali critici come strumento di politica economica. Parallelamente, però, il commercio di una vasta quantità di beni ordinari continua senza restrizioni paragonabili.
È proprio questa distinzione a definire il sistema che Arha vede emergere: un ordine economico nel quale la fiducia diventa una variabile strutturale e che si allontana, almeno nei settori strategici, dalla logica universalistica del principio della nazione più favorita su cui si è costruito il sistema della World Trade Organization.
In questo quadro, il G4 avrebbe soprattutto una funzione di coordinamento. Politiche industriali sviluppate separatamente da Washington, Bruxelles, Tokyo e Nuova Delhi rischiano infatti di sovrapporsi, competere tra loro e disperdere la capacità collettiva delle economie di mercato di rispondere al modello mercantilista cinese. Al contrario, secondo Arha, una maggiore integrazione potrebbe permettere di valorizzare le complementarità industriali e indirizzare investimenti verso settori nei quali le economie dei partner si rafforzano reciprocamente.
La stessa logica riguarderebbe ricerca, proprietà intellettuale e standard tecnologici. Il coordinamento tra i quattro dovrebbe contribuire a proteggere l’integrità della ricerca avanzata, incentivare gli investimenti in R&D e, soprattutto, favorire standard e norme per le tecnologie future coerenti con interessi e preferenze condivisi.
La proposta si inserisce anche in un’altra trasformazione già visibile: la regionalizzazione delle catene del valore e delle infrastrutture. Arha cita esplicitamente l’India-Middle East-Europe Economic Corridor (IMEC), la Three Seas Initiative tra Adriatico, Baltico e Mar Nero, il Middle Corridor attraverso Asia centrale e Caucaso e il Lobito Corridor, che collega le aree minerarie dell’Africa centro-meridionale alla costa angolana.
Sono progetti geograficamente molto diversi, ma rispondono a una dinamica comune: costruire reti commerciali, energetiche, digitali e infrastrutturali più resilienti, diversificando rotte e dipendenze. Il G4 potrebbe quindi diventare anche una piattaforma attraverso cui sostenere questi “free and open spaces”, come li definisce Arha, collegando la sicurezza economica alla costruzione materiale delle nuove catene di approvvigionamento.
Il collante rimane la Cina. Tutti e quattro i potenziali membri del G4, pur mantenendo rapporti economici profondi e differenti con Pechino, condividono l’esigenza di ridurre alcune dipendenze considerate strategicamente vulnerabili. La capacità di farlo collettivamente, sostiene Arha, sarebbe molto maggiore rispetto alla somma di iniziative nazionali separate.
Resta però una condizione essenziale. Perché un simile formato possa prendere forma, gli Stati Uniti dovrebbero riaffermare non soltanto la volontà di guidarlo, ma anche la capacità di presentarsi agli altri grandi mercati come un attore economico affidabile e prevedibile.
È forse questo l’elemento politico più significativo della proposta. Il G4 immaginato da Arha non avrebbe l’obiettivo di ricostruire la globalizzazione precedente né di sostituirla con blocchi economici completamente separati. Proverebbe piuttosto a organizzare una realtà che sta già emergendo: un’economia globale più selettiva, nella quale apertura e interdipendenza continueranno a esistere, ma saranno sempre più condizionate dalla sicurezza delle supply chain, dalla protezione delle tecnologie strategiche e dal grado di fiducia tra partner.