Un comitato per prevenire futuri diverbi tipo Trump-Meloni. L’idea di Sisci
- Postato il 23 giugno 2026
- Politica
- Di Formiche
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Le prime due guerre mondiali erano scoppiate in Europa e anche la terza, tra democrazie liberali e Unione sovietica, rischiava di partire da qui. L’Asia era un teatro secondario.
C’era stata la guerra di Corea negli anni ‘50 e nello stesso periodo, infiammava la guerriglia comunista in Vietnam, Indonesia o Malesia. Ma in tutti questi teatri fino alla metà degli anni ‘60, l’avanzata comunista sembrava potesse essere fermata. La forza di opposizione erano rapporti bilaterali tra America ed ex potenze coloniali della regione (Giappone in Corea, Francia in Vietnam e Gran Bretagna in Malesia).
In Europa invece si temeva che le orde di carrarmati sovietici dalla Germania est avrebbero potuto travolgere Parigi e stavolta anche Londra. Inoltre, i comunisti avevano forti appoggi in Europa in paesi come la Francia e l’Italia. L’Italia in particolare era minacciata da est sia dei comunisti jugoslavi che da quelli albanesi. Il fronte sud del Mediterraneo era anche delicato con molti paesi arabi che presto passarono a tifare per Mosca.
Così gli alleati avevano pensato a un diverso sistema di opposizione all’ondata comunista. Oltre all’alleanza bilaterale con gli Usa, c’era la Nato, e la comunità del carbone e l’acciaio, padre dell’attuale Ue. Una tripla rete di sicurezza contro offensive esterne ed interne, militari, politiche ed economiche.
L’Italia era cruciale. Era il baluardo che avrebbe travolto tutto se fosse caduto. Doveva restare nel fronte occidentale e democratica. Se fosse cascata in mano ai comunisti oppure si fosse trasformata in una dittatura fascista avrebbe dimostrato in ogni caso che le democrazie occidentali non sapevano funzionare. Sarebbe stato in ogni caso una grande vittoria per l’Urss.
La grande attenzione che tutti gli alleati diedero all’Italia durante la guerra fredda era questo: in Italia si vinceva o perdeva il grande gioco. In più c’era il jolly della Santa sede che con Paolo VI rafforzò una muraglia dei partiti popolari in Europa, e con Papa Giovanni Paolo II riuscì a fare breccia nell’impero sovietico.
Forse l’Italia e gli italiani devono capire che a 37 anni dalla fine della guerra fredda le cose per il bel paese sono cambiate in modo nettissimo. Del resto, 37 anni sono il periodo che va dall’inizio della Seconda guerra mondiale al 1902, quando quasi nessuno pensava che due guerre mondiali avrebbero sovvertito ogni ordine globale.
Oggi l’America e la presidenza di Donald Trump devono affrontare una serie di problemi estremamente spinosi. Il problema dei problemi è la Cina. Trump credeva di avere in mano la carta vincente per imporre la sua vittoria: le tariffe commerciali e l’accesso al ricco mercato americano.
La Cina ha reagito minacciando di bloccare le esportazioni di terre rare. La sola minaccia ha fatto tremare tutti i mercati mondiali. Gli Stati Uniti hanno poi scoperto che oltre alle terre rare la Cina ha il quasi monopolio su tanta industria primaria ed un rapporto impareggiabile qualità-prezzo per quasi tutta la filiera industriale. A questo punto l’America sembra non sappia bene cosa fare e, piuttosto che sbagliare, giustamente prende tempo.
Nel frattempo, tanti altri fronti strategici si sono complicati. La Russia che doveva vincere sull’Ucraina, lasciata senza grandi aiuti Usa, invece non ce la fa. Sembra sull’orlo di una crisi con conseguenze inimmaginabili. L’Iran che doveva essere messo in un angolo, continua invece a creare problemi. La Corea del Nord che doveva essere un angolo nascosto dell’Asia sta accelerando su una corsa al riarmo nucleare con rari precedenti e quindi sta accendendo ambizioni atomiche in tutta la regione.
L’Italia che contributo sta dando su questi dossier? Di per sé l’Italia non è al centro di alcuna di queste pratiche né è più il baluardo il cui crollo darebbe inizio a un effetto domino. Il Papa, dopo Francesco ed ancora di più con Leone XIV, vuole proiettarsi verso tutto il mondo. Alcuni dei suoi “interessi” coincidono con quelli dell’America, ma non tutti. Egli parla e vuole parlare a otto miliardi di persone cattolici e no.
Ogni tanto all’Italia viene chiesto questo o quel favore e il governo italiano di turno nicchia, solleva problemi spiegando le sue difficoltà, evidentemente dimentico del confuso e pericoloso panorama internazionale.
L’Italia è così in cerca di identità. Durante la guerra fredda era una costola alleata. Poi per 30-35 anni si è mossa per il mondo seguendo solo la bussola degli affari delle sue imprese piccole o grandi. Ora che negli ultimi cinque-sei anni la politica è tornata prepotentemente al primo posto, il Paese sembra perso.
È comprensibile, ma questo non significa che altri, alleati e no, lo possano perdonare. Una soluzione, o l’inizio di una soluzione, sarebbe forse costituire un piccolo comitato di esperti che aiutino il parlamento, non solo il governo, a ragionare delle questioni sul tappeto. Il parlamento poi e il governo devono prendere molto sul serio questo nuovo orizzonte.
La prima Repubblica, da qualunque parte a destra o a sinistra, era fatta di persone di grande cultura e qualità intellettuale, selezionati proprio su questa base. Tali prerogative non sembrano più necessarie oggi dove i politici paiono geni della minuscola tattica e ciechi e sordi alle questioni mondiali.
La polemica fra Trump e la premier Giorgia Meloni si inserisce forse in questo quadro. Al di là della soluzione del diverbio attuale, occorre che questo o qualunque altro governo prevenga in partenza trappole simili.
Senza di questo il futuro del Paese e dei suoi politici potrebbe non essere dei più fortunati. Nessuno ha bisogno, in questo momento poi, di polemiche su vicende non fondamentali.