Tunisia, che succede se Saied passa la mano. Il giallo sul ricovero
- Postato il 20 luglio 2026
- Esteri
- Di Formiche
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Crescono le speculazioni sulla salute del presidente tunisino Kais Saied, con notizie di possibili ricoveri ospedalieri che alimentano incertezze sulla continuità dell'esecutivo. La situazione sanitaria del capo di stato desta preoccupazione a livello nazionale e internazionale, in particolare per le implicazioni geopolitiche che una transizione potrebbe comportare nel Mediterraneo, specialmente riguardo alle questioni migratorie e alla stabilità istituzionale del Paese nordafricano.
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Si moltiplicano le voci di un ricovero in ospedale per il presidente tunisino Kais Saied, le cui condizioni di salute si starebbero deteriorando non poco. In gioco, di conseguenza, c’è anche la stabilità politica di un Paese particolarmente strategico all’interno del bacino mediterraneo per quanto riguarda il dossier migranti. Il peggioramento della salute del presidente se fosse confermato, visti i precedenti casi di disinformazione degli ultimi anni, potrebbe essere anticamera ad una successione rispetto al potere centrale. Di contro lo stesso presidente della Repubblica ieri ha visitato l’impianto della Società nazionale per lo sfruttamento e la distribuzione delle acque di Ghdir El Golla, mentre diverse regioni del Paese restano senz’acqua: dunque come sta Saied? Al di là del piccolo grande giallo attorno alle sue condizioni, è di tutta evidenza che la Tunisia non è un Paese come gli altri del bacino nordafricano, per una serie di ragioni.
La crisi economica
La Tunisia è attraversata da una fase complessa, con una crisi economica certificata, l’assenza di un’opposizione, le accuse alla maggioranza di aver zittito avversari e giornalisti. Amnesty International ha accusato le autorità locali di intensificare la pressione sulle organizzazioni non governative. Nel Paese pochi giorni fa centinaia di giovani tra i trenta e i quarant’anni hanno protestato dinanzi alla sede del governo, chiedendo l’attuazione di una legge sul lavoro prevista per dicembre 2025, che prometteva impieghi nel settore pubblico ai disoccupati di lunga durata. La disoccupazione al 15% è un dato che impatta sul Paese, accanto al pericoloso stallo delle trattative con il Fondo Monetario Internazionale: del prestito da quasi 2 miliardi di dollari non se ne discute più, con il conseguente isolamento della Tunisia dai mercati globali.
E ancora, il debito pubblico supera l’85% del pil, mentre settori vitali come il turismo soffrono di cronici sottoinvestimenti. L’attuale debito pubblico della Tunisia ammonta a circa 44,79 miliardi di dollari, in aumento rispetto all’81% del 2025. Le cause? Debiti ingenti a causa di decenni di sussidi statali, un monte salari del settore pubblico eccessivo, deficit commerciali sistemici e ricorrenti shock esterni. Uno di essi è la dipendenza della Tunisia dalle importazioni di energia e beni strumentali, unita al basso tasso di esportazioni. Ad aggravare il quadro ci ha pensato anche il conflitto in Iran che ha fatto aumentare i prezzi del petrolio, creando difficoltà economiche ancora maggiori, come l’ampliamento del deficit, l’inflazione e un calo dei guadagni in valuta estera.
Il tema immigrazione e le politiche Ue
Non solo conti in disordine, in Tunisia c’è un macro tema che si chiama immigrazione, altamente impattante su tutto il continente. Esattamente tre anni fa l’allora primo ministro olandese Mark Rutte, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen e la presidente del Consiglio italiana Giorgia Meloni siglarono con Saied un patto al palazzo presidenziale di Cartagine, proprio al fine di rielaborare la strategia di contrasto all’immigrazione clandestina.
Dal 2023 ad oggi, anche grazie al supporto tunisino, è stato possibile ridurre drasticamente i flussi di migranti diretti verso l’Europa. Tra l’altro proprio nelle ultime settimane la Tunisia ha rafforzato il ricorso ai programmi di rimpatrio volontario per i migranti irregolari provenienti dall’Africa subsahariana: in questo modo da un lato si contrastano le crescenti pressioni migratorie, dall’altro si evita il sovraffollamento nelle regioni costiere, impedendo le partenze verso l’Europa. Per cui l’ipotetico tema della successione di Saied è una questione che non riguarda solo il Paese in oggetto, ma avrà dei riverberi geopolitici precisi per l’intero bacino euromediterraneo (senza dimenticare il dossier energetico).