Trump sotto assedio: la trappola strategica dell’asse Mosca-Pechino
- Postato il 12 maggio 2026
- Di Panorama
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La guerra in Ucraina e il conflitto tra Stati Uniti, Israele e Iran non sono crisi separate. Si tratta di due fronti della stessa sfida globale: quella tra Washington da una parte e l’asse formato da Russia, Cina e Iran dall’altra. Due guerre diverse per geografia, storia e obiettivi, ma accomunate da un elemento centrale: entrambe stanno drenando risorse americane e rischiano di trasformarsi in trappole strategiche per Donald Trump. La storia del conflitto ucraino nasce molto prima dell’invasione russa del febbraio 2022. Dopo il crollo dell’Unione Sovietica, Mosca ha vissuto l’espansione della Nato verso Est come una minaccia crescente. L’ingresso nell’Alleanza Atlantica di Polonia, Paesi baltici e altre nazioni dell’ex blocco sovietico ha alimentato per anni la falsa narrativa del Cremlino secondo cui l’Occidente stesse circondando la Russia. La crisi esplode definitivamente nel 2014 con la rivoluzione di Maidan, la caduta del presidente filorusso Viktor Yanukovich e l’annessione russa della Crimea. Da quel momento il Donbass diventa il primo campo di battaglia di una guerra destinata a trasformarsi in un conflitto europeo su larga scala. Quando Vladimir Putin ordina l’invasione totale dell’Ucraina nel 2022, l’obiettivo russo sembra rapido: conquistare Kiev in una settimana, rovesciare o uccidere Volodymyr Zelensky e riportare l’Ucraina nella sfera d’influenza di Mosca. Ma il piano fallisce. Gli Stati Uniti e l’Europa reagiscono con un sostegno militare senza precedenti. Miliardi di dollari in armi, intelligence e aiuti economici trasformano l’Ucraina in una guerra di logoramento tra Nato e Russia combattuta sul territorio ucraino.
Per Mosca il conflitto diventa allora una sfida esistenziale contro l’Occidente. Per Washington, invece, una guerra necessaria per impedire il ritorno della Russia come potenza dominante in Europa. Ma col passare dei mesi emergono i limiti della strategia americana: costi enormi, crisi energetica globale, industrie militari sotto pressione e un’opinione pubblica americana sempre più divisa. È in questo contesto che Donald Trump torna alla Casa Bianca promettendo di chiudere rapidamente la guerra. Ma la realtà si rivela molto più complessa. Kiev non può permettersi una resa totale. Putin non può uscire sconfitto senza conseguenze interne. E intanto la Russia, nonostante le sanzioni, riesce a resistere grazie al sostegno economico e tecnologico della Cina. Pechino è infatti il grande convitato di pietra della guerra ucraina. Ufficialmente neutrale, la Cina ha però sostenuto Mosca acquistando petrolio e gas russi, fornendo componenti elettronici e garantendo un’ancora economica fondamentale per il Cremlino. Per Xi Jinping il conflitto ucraino rappresenta un’occasione strategica: più gli Stati Uniti spendono risorse in Europa, meno possono concentrarsi sull’Indo-Pacifico e su Taiwan.
Il Medio Oriente
La seconda trappola per Trump si apre invece in Medio Oriente. Il conflitto con l’Iran nasce da una lunga storia di ostilità iniziata con la rivoluzione islamica del 1979 e aggravata negli anni dal programma nucleare iraniano, dalle sanzioni occidentali e dal sostegno di Teheran alle milizie sciite nella regione. Iraq, Siria, Libano e Yemen diventano progressivamente tasselli della strategia iraniana per costruire una cintura di influenza antiamericana e anti-israeliana. Negli ultimi anni la tensione è esplosa definitivamente. Gli attacchi delle milizie filo-iraniane contro Israele e le basi americane hanno spinto Washington e Gerusalemme verso una risposta militare diretta. Il Golfo Persico e soprattutto lo Stretto di Hormuz sono diventati il centro della crisi globale. Da lì passa circa un terzo del petrolio mondiale trasportato via mare. Un blocco prolungato significherebbe recessione globale, aumento dei prezzi energetici e crisi alimentari in molte aree del pianeta. Anche qui la Cina osserva con attenzione. Pechino è il principale acquirente del petrolio iraniano e ha tutto l’interesse a mantenere Teheran dentro la propria sfera strategica. Allo stesso tempo la leadership cinese sa che ogni crisi nel Golfo costringe gli Stati Uniti a disperdere uomini, navi e risorse militari lontano dall’Asia-Pacifico. La Russia, dal canto suo, sfrutta il caos mediorientale per rafforzare la cooperazione con Teheran. Il Mar Caspio è diventato un corridoio logistico alternativo per aggirare sanzioni e restrizioni occidentali. Mosca e Teheran oggi condividono droni, tecnologie militari e interessi energetici comuni contro l’Occidente. Per questo molti osservatori ritengono che Ucraina e Iran siano ormai due fronti collegati della stessa guerra globale. In entrambi i casi gli Stati Uniti rischiano di rimanere intrappolati in conflitti lunghi, costosi e senza una vera vittoria possibile. Ed è proprio questo il risultato che interessa maggiormente a Russia e Cina: logorare lentamente la capacità americana di guidare l’ordine mondiale. Trump si trova così davanti a un dilemma storico. Ritirarsi significherebbe mostrare debolezza e lasciare spazio agli avversari strategici di Washington. Continuare invece potrebbe trascinare gli Stati Uniti dentro due guerre simultanee capaci di consumare la presidenza americana e ridefinire gli equilibri geopolitici globali per i prossimi decenni.