«Tragedia shakespeariana a Isola», le motivazioni della sentenza sull’omicidio Verterame
- Postato il 17 marzo 2026
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Il Quotidiano del Sud
«Tragedia shakespeariana a Isola», le motivazioni della sentenza sull’omicidio Verterame

Nelle motivazioni della sentenza sull’omicidio Verterame a Isola i ruoli diversi di due zii, uno salva la vita al nipote e l’altro fomenta
ISOLA CAPO RIZZUTO – Una vicenda “shakespeariana”. Ricorre a un titano della letteratura mondiale la gup del Tribunale di Crotone Elisa Marchetto per spiegare i differenti ruoli svolti da due zii nella tragica rissa sfociata nell’omicidio di un giovane di 22 anni, Filippo Verterame. Entrambi stravedevano per i loro nipoti. Ma uno scatena l’inferno, emulato dal suo pupillo che troverà la morte. L’altro interviene in difesa del nipote e gli salva la vita. Sembra una tragedia scritta da Shakespeare. Ma è drammatica realtà quello che accadde sulla spiaggia di Le Cannella lo scorso 19 agosto. Ecco le motivazioni della sentenza emessa al termine del rito abbreviato, al quale furono ammessi gli “anziani” del gruppo coinvolto nel violento episodio. Uno condannato, l’altro assolto. Tre giovani, invece, sono ancora sotto processo col rito ordinario davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro.
I DUE ZII
«Ho salvato mio nipote dalla morte. E magari ho salvato anche loro. Perché se mio nipote restava a terra, erano accusati di omicidio volontario e premeditato». Poco prima di essere assolto, in aula testimoniò il 61enne Francesco Paparo. Le sue dichiarazioni sono valorizzate nelle motivazioni della sentenza con cui la gup condannò a 16 anni di reclusione Giuseppe Verterame, 60enne zio della vittima, accusato del tentato omicidio di Giuseppe Paparo, accoltellato all’addome e al torace. Sarebbe stato proprio Verterame ad estrarre «per primo» un coltello, imitato poi dal nipote Filippo, che per lui «usciva pazzo», secondo una testimonianza. Così Verterame avrebbe innescato quella «concatenazione di eventi che inesorabilmente avrebbero portato, in una terribile escalation, al ferimento di Giuseppe, Antonio e Francesco Paparo, nonché alla morte di Filippo Verterame».
UNO SALVA, L’ALTRO FOMENTA
Assolto, invece, Francesco Paparo, 61enne, la cui partecipazione alla rissa non ha avuto, secondo la giudice, alcuna portata offensiva. Anzi, l’uomo era accorso «in difesa del nipote», su cui si erano accaniti con «inaudita ferocia» in tre. Molti argomenti della difesa di Paparo, rappresentata dall’avvocato Ado Truncè, sono stati accolti. La ferita all’avambraccio sinistro attesterebbe che Paparo «aveva alzato le braccia per riparare se stesso ed il nipote dai fendenti». «Ho cercato di tirare mio nipote, quando ho messo il braccio sotto e l’ho preso qua, dal collo, per poterlo tirare fuori. Per cercare di liberarlo, perché lo stavano uccidendo. Dottoressa, lo stavano uccidendo. Ho preso il fendente qua, vedete? Ce l’ho qua, ma non perché me l’hanno dato direttamente contro, no, questo devo dire la verità».
TRAGEDIA SHAKESPEARIANA
Una tragedia “shakespeariana”, come spiega la giudice nelle motivazioni della sentenza con cui soltanto in parte furono accolte le richieste del pm Matteo Staccini. Il pm aveva chiesto 19 anni per Giuseppe Verterame e 4 anni per Francesco Paparo. Contestualmente, la gup rimise in libertà Paparo, dopo quattro mesi di carcere, e condannò Verterame a risarcire le parti civili. La vicenda non può essere letta in maniera disgiunta dal parallelo processo col rito ordinario che si sta celebrando davanti alla Corte d’Assise di Catanzaro. L’accusa più grave pesa su Giuseppe Paparo, reo confesso, imputato dell’omicidio di Filippo Verterame e anche del tentato omicidio di Giuseppe Verterame e di lesioni aggravate ad Alessandro Bianco (45). Anche quest’ultimo è imputato in Assise, insieme ad Antonio Paparo (41).
IL TONO ACCORATO
Il pm, nella requisitoria, ha insistito sullo scontro tra due fazioni, i Paparo e i Verterame, scatenato dal fatto che la vittima con la sua auto era giunta al lido percorrendo una strada sterrata e sollevando della polvere. Qualcuno, però, non partecipò allo scontro. La giudice rileva il «tono accorato» della deposizione di Paparo che «ribadiva la propria non colpevolezza, lasciando intendere di essersi trovato stretto tra incudine e martello, privo di alternative, a fronte della repentina azione degli avversari». Perché «rientrare in casa anche solo per allertare le forze dell’ordine avrebbe certamente comportato l’abbandono di Giuseppe ad un nefasto destino».
CAPELLI BIANCHI
Ecco come la giudice distingue i ruoli dei due imputati del rito abbreviato. «A ben vedere, quasi shakespearianamente, la vicenda restituisce due soggetti accomunati da uno stesso grado di parentela rispetto ai rispettivi pupilli». Giuseppe Verterame era lo zio di Filippo, mentre Francesco Paparo è lo zio di Giuseppe. Da un lato abbiamo Paparo che, «adoperando la propria saggezza e l’autorevolezza dei propri capelli bianchi, aveva tentato di placare i due giovani, per poi successivamente attivarsi per riparare il nipote dall’aggressione dei suoi assalitori». Dall’altro, Verterame, che «con una rabbia estrinsecata anche in sede di spontanee dichiarazioni, aveva fomentato l’odio del nipote verso i Paparo». Inoltre, Verterame avrebbe tentato di «fuggire disinteressandosi completamente della sorte del ragazzo». Addirittura «ricercando in seguito di addossare su quest’ultimo ogni responsabilità per le proprie violenze e le nefandezze».
LA VERSIONE DI VERTERAME
Ecco le dichiarazioni rese in aula da Verterame e riportate nelle motivazioni della sentenza. «Ero là, è arrivato mio nipote, gli ho detto: “Filippo, com’è?”. “Niente, zio, tutto a posto. Mi stanno aspettando su i Paparo, che sono in tre, che sono andato un po’ forte e ho fatto un po’ di polvere”. Gli ho detto: “E vabbè, qual è il problema? Lascia stare che mò vado io e cerchiamo di sistemare le cose”. Lui che fa? Va indietro. Come Filippo è sceso, che si è avvicinato a loro, da solo Filippo, tutti e tre l’hanno aggredito. Io la macchina l’ho lasciata…cioè per scappare a difenderlo, ho lasciata la macchina a metà salita. Me ne stavo andando, ero in macchina col vetro aperto, mi vedo arrivare Paparo Giuseppe con un coltello così. La prima coltellata me l’ha data qua, sotto l’ascella, che per un centimetro non mi ha toccato il cuore. Mi ha tagliato il dito, mi ha tagliato la gamba, sono messo male. Dopo che ha finito a me, è andato a fare gli altri, basta. Mio nipote è morto. Io sono vivo per miracolo».
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LA VENDETTA
Ma il ruolo da lui giocato nella vicenda è diverso, non solo per l’accusa ma anche per la gup. Verterame «non voleva né ledere né meramente spaventare Paparo». Anzi, «per come proclamato dallo stesso imputato alla vittima, lo voleva uccidere» subito dopo aver appreso dal nipote dell’alterco avuto con i Paparo, ai quali «voleva dare una lezione». Nella circostanza, Verterame «cadeva preda di un’ira cieca e cupa e subito ricercava la vendetta». La giudice parla, infatti, di «vera e propria spedizione punitiva».
LA SENTENZA
I fatti sono andati così, secondo la sentenza. Tutto comincia a mezzogiorno del 19 agosto. Fa caldo. Ma non è l’afa ad accendere l’animata discussione all’ingresso del lido “On the beach” tra Filippo Verterame e Giuseppe Paparo. Dopo essere passato una prima volta sul posto ad elevata velocità a bordo della propria autovettura Fiat “500”, Verterame viene redarguito da Paparo. Ma la vittima torna in retromarcia, reagendo aggressivamente all’invito rivoltogli pochi minuti prima da Paparo, che lo aveva esortato ad andare piano. Tra i due vi erano già stati precedenti screzi, mai culminati in aggressioni fisiche. Poco dopo, sul posto, a bordo di una Fiat “Panda” grigia, sopraggiungono Giuseppe Verterame e Alessandro Bianco che iniziano a spintonare Giuseppe Paparo, nel frattempo raggiunto dal fratello Antonio.
AZIONE PACIFICATRICE VANA
Vista la piega aggressiva presa dalla lite, a difesa del nipote interviene Francesco Paparo per placare gli animi. «Tale azione pacificatrice si mostrava vana», osserva la giudice. Ad un certo punto, Giuseppe Verterame estrae un coltello e, dopo aver pronunciato una frase minacciosa (“mo’ ti curtelliu”, ndr), colpisce Giuseppe Paparo, imitato dal nipote Filippo. Dal canto suo, Alessandro Bianco si scaglia contro Paparo con un bastone con una furia tale da spezzare il legno. Paparo, vistosi perdente, tenta di reagire alla gragnuola di fendenti «diretti verso zone vitali del corpo, quali il torace e l’addome». Fortunatamente, viene «fisicamente riparato» dallo zio Francesco Paparo, che «col suo corpo tentava di schermarlo, tanto da ricevere una coltellata all’avambraccio sinistro».
LA RABBIA CIECA
Quella infertagli da Giuseppe Verterame. Sono due i coltelli utilizzati nell’aggressione, ma quello più piccolo non sarà rinvenuto. A un certo punto, nonostante il sangue che grondava dalle ferite, Giuseppe Paparo «accecato dalla rabbia» entra nella casa del fratello Antonio. Afferra un coltello di grandi dimensioni a lama seghettata e torna sul luogo della lite. Colpisce Alessandro Bianco, ferendolo al braccio, e Giuseppe Verterame che «si trovava in prossimità dell’auto, pronto a darsi alla fuga, tranciandogli la prima falange del pollice sinistro». Poi, colpisce a morte il più giovane, Filippo Verterame. Ma sulla seconda fase della rissa dovrà fare luce il processo in Assise.
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«Tragedia shakespeariana a Isola», le motivazioni della sentenza sull’omicidio Verterame