Tolkien, altro che fantasy: il nuovo libro di Rick DuFer trasforma gli hobbit in una lezione sul coraggio di vivere
- Postato il 2 maggio 2026
- Di Panorama
- 0 Visualizzazioni
- 6 min di lettura
La giacca di J.R.R. Tolkien, inevitabilmente elegante, dev’essere però anche piuttosto logora sul fondo: da anni c’è la fila di gente a tirarla. Chi pensa di averne colto con cristallina chiarezza il messaggio politico, chi pensa di averne finalmente reso in traduzione l’essenza più pura, chi ritiene che sia senza dubbio il caso di spedirlo in soffitta perché in fondo non è altro che fantasy molto pretenzioso.
E, in effetti, a trovare sugli scaffali l’ennesimo libro sul Signore degli anelli e affini è fin troppo facile farsi oscurare la mente dai pregiudizi: che cosa si potrà mai dire di originale sul romanziere inglese che non sia già stato detto e confutato e ridetto e riconfutato? E poi non sono già sufficienti tutti gli inediti e gli incompiuti e i cassetti svuotati dagli eredi e dagli editori bramosi? Eppure – sorpresa – il saggio di Rick DuFer intitolato Il pensiero incoraggiante. Tolkien in difesa del presente (Bompiani) è tutt’altro che scontato, tutt’altro che banale. Anzi, è addirittura un libro non solo bello, ma pure profondamente efficace, utile perfino.
Riccardo Dal Ferro, classe 1987, filosofo e divulgatore sulla Rete, autore di spettacoli teatrali e, come si usa dire malamente, “personalità di Internet”, è capace di parlare a milioni di persone online e di esprimere pensiero in modo particolarmente accattivante. Ha successo ma, nonostante questo, rimane originale quasi con sfrontatezza: nel piatto panorama culturale italico ci stupisce quasi notare l’assenza di invidiose scomuniche nei suoi riguardi. È giovane, avrà tempo per smentirci, ma finora non si è omologato, e il volume su Tolkien lo dimostra con potenza. È il libro di un amante, di uno che spiega con gli occhi brillanti come l’autore gli abbia «cambiato la vita», e che non vede l’ora di farlo scoprire agli altri. È un elogio del pensiero agonistico, atletico, del coraggio di vivere, una goccia di salutare antidoto alla depressione che a tutti i costi si vuole far precipitare sui giovani e meno giovani.
«Credo che la sua sia l’epica che descrive meglio la nostra generazione e non solo», ci racconta, «quella che offre maggiori spunti di riflessione per affrontare al meglio certi problem del presente. Un esempio. Io sono convinto che oggi viviamo un momento storico in cui siamo completamente refrattari ad affrontare il tema della mortalità. Eppure Tolkien ha scritto Il Signore degli Anelli – e in realtà anche Il Silmarillion e Lo Hobbit – come una grande riflessione sulla mortalità. Che, piaccia o meno, la morte è il grande evento della nostra vita, insieme con la nascita. Il fatto che noi non riflettiamo su questo tema è motivo di grande angoscia».
Cominciamo così, dalla morte, dal grande rimosso, dalla paura più profonda che sembra annichilire il presente. «Sicuramente Tolkien è una voce fastidiosa per un’epoca come la nostra. Se c’è una parola che corrisponde veramente allo spirito dei tempi è “anestesia”. Noi usiamo la tecnologia, usiamo l’intrattenimento, usiamo la farmacologia, usiamo tantissimi elementi, a volte anche la filosofia, come anestetico, come ricerca di consolazione, di comfort. Viviamo un frangente refrattario all’idea di conquistarsi dei traguardi attraverso il sacrificio, attraverso la fatica. Tolkien va in una controtendenza totale e lo fa nel modo più inaspettato, costruendo personaggi come gli hobbit che sono l’esatto opposto dell’eroe, sono l’esatto opposto dell’avventuriero. Lo si vede già da Lo Hobbit, ma poi ancora di più con Frodo Baggins, Pipino, Sam. Il messaggio che l’autore ci lancia, e che credo sia attualissimo, è che se vivi nella tua “contea”, in una situazione agiata di benessere, devi ricordarti che proteggere quel benessere potrebbe portarti molto lontano da casa».
Tolkien, per DuFer, è il cantore del sacrificio. Tema che non potrebbe essere più lontano dalle luci della ribalta, totalmente antimoderno e pure fastidioso per i più. «Cos’è che fanno Frodo e Sam andando fino a Monte Fato contro ogni pronostico, ogni ragionevolezza? Proteggono la Contea. Si rendono conto che la Contea non esiste da sola, non è staccata dal mondo, ma che è in una rete di eventi che sono molto più grandi della loro quotidianità. E quindi si imbarcano in questa missione consapevoli che potrebbero persino non beneficiare del salvataggio della Contea. Il Signore degli anelli dunque ci porta un messaggio, di nuovo, fastidioso per il nostro tempo. Oggi noi non vogliamo la pace, ma vogliamo essere lasciati in pace. Non vogliamo proteggere la Contea, vogliamo che ci venga data la Contea. E vogliamo convincerci di esistere in una sorta di limbo o Eden, protetto da tutto e tutti». Tolkien smonta tutta questa retorica. E afferma con decisione che la missione che attende ciascuno prevede, in un modo o nell’altro, un sacrificio.
«Il sacrificio», ci dice DuFer, «è la fatica delle fatiche». Ha ragione. Guardiamoci intorno: l’ambizione diffusa pare essere quella di vivere in un paradiso artificiale, in una Contea farmacologica iper protetta. Una felicità costruita e digitale che ogni secondo rivela la sua inconsistenza e mostra sacche di disagio profondo. Rifiutiamo il sacrificio e restiamo mezzi uomini, meno che Hobbit, incapaci di formare noi stessi come adulti.
«Amo usare la parola abrasione», insiste DuFer. «La conoscenza di sé avviene attraverso l’abrasione, non attraverso le etichette, non comprando una identità al supermercato, non dicendo: io voglio essere questa cosa qua. Devi scoprire chi sei. Quella scoperta è un atto abrasivo. Perché? Perché in realtà noi passiamo gran parte della vita, soprattutto da giovani, a attaccarci etichette che ci sembrano funzionare nel mondo. Da adolescente hai un pensiero mimetico: vedi quel modello, quell’idolo, quella persona ammirata e cerchi di attaccarti addosso delle maschere per vedere quale funziona. E poi arrivano quelli che io chiamo i “tram sui denti della vita” e ti spaccano le maschere. Ciò che rimane dopo questo atto di abrasione, dopo questo rito di iniziazione, sei tu, sei veramente tu. Quel che non riusciamo ad accettare è di nuovo collegato alla morte. Diceva Borges: passo tutta la vita a disegnare un paesaggio, una montagna, una città, una notte di festa, e, solo alla fine, mi accorgo che stavo disegnando il mio volto. Vuol dire che scopriamo chi siamo, se siamo fortunati, solo alla fine, perché tutto il resto della vita è appunto un atto di scoperta. Tolkien, un po’ l’idea nietzschiana del diventa te stesso, ti dice che sei il percorso che compi durante la vita. E quel percorso non è mai definito, non è mai determinato, non è mai concluso. Devi essere sempre pronto a rimetterti in gioco. I suoi personaggi fanno proprio questo, quelli positivi almeno. Decidono di superare l’immagine di sé stessi abbracciando il ruolo che hanno scoperto essere il loro».
In questo senso, la figura più emblematica è di sicuro Aragorn. «Un ramingo, che sente come un peso il suo lignaggio, che non vuole farsi dominare l’esistenza dal passato. Ma si rende conto che deve arrendersi al proprio carattere, quindi a ciò che lo rende il re di Gondor, il re degli esseri umani. E quindi a abbraccia questo destino, attraverso un sacrificio. Entra nella montagna, incontra l’esercito dei morti e ovviamente mette a rischio tutto: nessuno gli dà la garanzia che le cose andranno come la leggenda dice. Ed è attraverso questo sacrificio che alla fine si spoglia delle sue maschere. Aragorn vuole essere uno normale, non vuole essere il re. Non vuole il potere. Questo è proprio ciò che lo rende il più adatto a quel ruolo e quando lo abbraccia scopre chi è sempre stato».
Questo è l’imperativo: diventa te stesso. Non assecondando ogni desiderio ma, al contrario, negando i desideri immediati, sacrificandoli, morendo per rinascere, facendo della vita un meraviglioso romanzo cavalleresco. Questo dice in fondo il libro di Rick Dufer. E fa commuovere.