Thomas Mann e il crepuscolo della modernità liberty
- Postato il 20 luglio 2024
- Di Il Foglio
- 233 Visualizzazioni
- 3 min di lettura
A cento anni dalla pubblicazione, 'La Montagna Magica' di Thomas Mann rappresenta un capolavoro del modernismo letterario che riflette la transizione culturale della Repubblica di Weimar. L'opera, nata come breve racconto nel 1913 e trasformata in un romanzo di 700 pagine, segue la parabola esistenziale di Hans Castorp in un sanatorio svizzero, diventando allegoria della decadenza e della ricerca di significato nel tramonto dell'epoca liberty.
Sintesi generata automaticamente con intelligenza artificiale a partire dal contenuto originale della testata. Standard editoriali.
Thomas Mann e il crepuscolo della modernità liberty
“Hans Castorp non era né un genio né uno sciocco”, scrive Thomas Mann all’inizio della “Montagna incantata”, oggi divenuta “magica” nella traduzione di Renata Colorni: un mediocre, insomma, se non fosse per il “significato superpersonale” del suo destino. Castorp è un giovane ingegnere amburghese che prima d’iniziare l’esistenza adulta va a Davos, dove visita in sanatorio il cugino Joachim. Dovrebbe starci tre settimane; ci rimane sette fiabeschi anni, chiudendosi nel limbo della malattia quando è ancora ignaro della vita. Un imprevisto simile è toccato anche al libro. “Der Zauberberg” nasce nel 1913 come racconto. Viene interrotto durante la guerra, e diventa poi un volume di 700 pagine.
Esce nel 1924: ed eccoci qui, per il centenario, a ricordarlo. In quel decennio l’autore si è trasformato: prima sostenitore reazionario della Kultur, organicistica manifestazione del mondo tedesco, contro la Francia illuminista della Zivilisation cara al fratello-avversario Heinrich, Thomas aderisce in seguito alla democrazia di Weimar. Ma la dicotomia, come quella tra il borghese e l’artista, continua a condizionarlo. Lo testimoniano Settembrini e Naphta, i due strani educatori di Castorp, che a Davos, come di lì a poco Cassirer e Heidegger, ingaggiano vertiginosi duelli dialettici. L’italiano è un retore della Zivilisation: crede nelle magnifiche sorti, nel sincretismo progressista dell’epoca. Naphta invece, modellato su quel Lukács che come Mann stava attraversando una conversione, è il sinistro alfiere della Kultur: adora il Medioevo e la Rivoluzione, disprezza la modernità che c’è in mezzo. In entrambi spicca una contraddizione: l’umanesimo cosmopolita di Settembrini sfocia nel nazionalismo, la religione di Naphta nel terrore nichilista. Rimuovendo il peccato, Settembrini oscilla tra amore incondizionato per l’uomo e pretesa eugenetica; rimuovendo la libertà, Naphta smentisce la sua fede. Ma oltre che dalle idee Castorp è sedotto dai sensi rappresentati da madame Chauchat, languido incrocio di maschio e di femmina, o di oriente e occidente. E madame farà conoscere al ragazzo un’altra figura seducente, Peeperkorn, che sembra un personaggio di Gombrowicz finito chissà come in un romanzo di Mann.
In tutto il libro le idee, i suoni e le sensazioni corporee sfumano gli uni negli altri: di qui l’atmosfera di dormiveglia o di allucinazione. Ideale e insieme brutalmente fisica è anche la morte, che nel sanatorio viene rimossa. Ma è per lei che matura Castorp, in questo paradossale Bildungsroman: dopo sette anni, nel 1914, lo vediamo sparire nel fango delle trincee. “La montagna” di Mann ci parla del crepuscolo di una modernità liberty che è cronologicamente vicina, ma esistenzialmente già lontanissima. Non a caso, le riflessioni sulla percezione del tempo sono ovunque; e del resto, in quel primo ‘900, il tempo è in questione anche narrativamente. Mann però non batte le strade di Proust o di Joyce. Si finge un narratore arretrato, cerimonioso; e grazie a un’ubiqua nota ironica si permette una eccezionale meticolosità dell’affabulazione. E’ come se il narratore definito da Benjamin, anziché procedere per esempi morali, componesse un impensabile romanzo. Il Mann maturo è molto diverso dal naturalissimo epigono ottocentesco dei “Buddenbrook”. Davanti alle sue performance si ha un’impressione contraddittoria: da un lato si ammira il controllo e la vastità dell’estro; dall’altro si avverte un senso di schematicità prolissa, imposta a freddo. Di qui i giudizi opposti sulla sua opera: che ha illustri estimatori (da Croce a Lukács a Primo Levi) e altrettanto illustri detrattori (Nabokov, o da noi Sebastiano Timpanaro).