The (Tr)human show
- Postato il 24 giugno 2026
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- Di Il Vostro Giornale
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«Il principio di realtà ha coinciso con uno stadio determinato della legge del valore. Al giorno d’oggi, tutto il sistema precipita nell’indeterminazione, tutta la realtà è assorbita dall’iperrealtà del codice e della simulazione, è un principio di simulazione quello che ormai ci governa al posto dell’antico principio di realtà. Le finalità sono scomparse: sono i modelli che ci generano. Non c’è più ideologia, ci sono soltanto dei simulacri». È quanto afferma Jean Baudrillard nel suo Lo scambio simbolico e la morte del 1976. Mezzo secolo e l’invasione dell’intelligenza artificiale ha definitivamente dimostrato l’acutezza della visione del grande pensatore francese. La sua riflessione anticipava un concetto che, allora, sembrava essere addirittura paradossale, specie nell’impiego del termine iperrealtà e che, ora che ne constatiamo quotidianamente la presenza, ha sancito il fatto che la realtà è meno rilevante della propria rappresentazione. Ancor più terribile, mi sembra, è che il valore di realtà non richieda patenti di verosimiglianza, plausibilità, coerenza o simili anacronismi, ma si auto celebri e auto confermi in quanto efficace. In un’altra opera di Baudrillard, forse la più conosciuta anche grazie a un film, come direbbe uno degli interpreti “al destino, come sappiamo, non manca il senso dell’umorismo”, ispirato all’opera stessa che l’autore ha sottolineato essere stata assolutamente fraintesa, mi riferisco a Simulacri e simulazione, il quotidiano ha abdicato anche al suo aspetto simbolico lasciando sopravvivere solo simulacri, appunto. Non è un dato trascurabile: un essere umano che conduce la propria esistenza riconoscendo e aderendo a simboli, fonda il proprio universo etico su immagini e cose che rimandano a un sistema di valori che hanno una storia, che garantiscono realtà morale e umana alle cose; se lo stesso individuo è circondato da simulacri, il senso degli stessi non rimanda alla vita, in qualsivoglia forma, ma si richiude su se stesso. L’assenza di profondità storica e valoriale genera un’umanità che ha perso la realtà che è stata sostituita dall’iperrealtà, un ingranaggio che “funziona”, si muove perfettamente, ma non ha più nessuna destinazione. A seguito di fatica, lavoro e sacrifici, ecco l’uomo di oggi essere finalmente in possesso di un’auto velocissima, perfettamente funzionante; vi sale, lancia il mezzo a velocità stellare, ma non ha la più pallida idea di dove stia andando e, ancor più devastante, nemmeno sembra più importante, ciò che conta è farlo efficacemente.
Tempo fa stavo conversando con giovani amici circa un film che avevo loro proposto e che, nonostante sia “datato” specie nell’approccio usa e getta delle nuove generazioni, avevano accettato di vedere, il film era The Truman show. Non mi importa, in questa sede, analizzarne i contenuti, molto sinteticamente, per chi non lo conoscesse, narra di un bambino che nasce e cresce all’interno di un reality e che non sa di essere parte di una finzione filmica, diversi dettagli lo mettono, però, in guardia e, al termine della pellicola, riesce a liberarsi dalla sua dorata prigione. La pellicola aveva ottenuto l’apprezzamento e l’attenzione dei miei giovani amici, le loro osservazioni al riguardo mi hanno piacevolmente sorpreso, fino a che ho chiesto loro se si fossero posti la domanda circa l’assenza dei genitori del protagonista, insomma, che fine hanno fatto i genitori di Truman? La loro risposta istintiva è stata: “Ma che importa? Si tratta di un film”. Osservazione fondata ma che mi ha costretto a una comparazione che, mi sembra, sia importante. Intanto va sottolineato, per correttezza nei confronti degli ideatori del film, che, ad un certo punto della pellicola, il regista ci spiega che il bimbo era frutto di una gravidanza indesiderata, una volta scelto, il piccolo è, in un certo senso, adottato dal network. I genitori biologici non fanno parte delle riprese anche se le stesse hanno inizio addirittura in fase intrauterina. Una volta nato saranno due attori a interpretare il ruolo di genitori, insomma, tutta una vita falsa per un uomo che, quale ironia, si chiama Truman: True – vero e man- uomo. Di fatto, però, i miei due amici avevano trascurato il dettaglio, così come, credo, gran parte delle persone che hanno visto il film, già, non era un dettaglio così importante per una “simulazione cinematografica”, ma credo lo sarebbe stato se la stessa avesse avuto un riscontro nella “vita vera”. Per quanto riguarda la pellicola ciò che conta è che funzioni.
I miei due giovani interlocutori si sono abbastanza sorpresi per la mia sottolineatura di un fatto che ritenevano sostanzialmente marginale, e ancor di più di ciò che è apparsa, ai loro occhi, come una sorta di acrobazia logica quando ho chiesto loro: “Sapete che fine hanno fatto i genitori della famiglia del bosco?”. Un fatto di cronaca, quello al quale mi riferivo, che ha raccolto le opinioni di moltissimi, alcuni, come al solito, hanno scoperto di essere in possesso di radicate competenze psicologiche, sociologiche e di diritto di famiglia, altri hanno preferito dichiarare modestamente un’opinione, alcuni si sono indignati e hanno denunciato l’assenza dello Stato, più o meno in egual numero, la fazione opposta, ne ha stigmatizzato l’eccessiva invadenza. Inevitabili dibattiti politici fra schieramenti apparentemente alternativi hanno invaso le televisioni. È noto che le notizie contano per il rumore che fanno, la loro rilevanza sfuma velocemente, ebbene, una famiglia disintegrata, bambini allontanati dai genitori, adulti in cerca di una vita semplice e riservata dati in pasto a un pubblico saccente, onnivoro e troppo simile al Caradrio mitologico, infine un assonnato assopirsi collettivo: questo è quanto. E allora di nuovo: che fine hanno fatto i genitori del bosco e quelli di Truman? “Ma che importa? Non si tratta sempre di un film?”. Tutto è divenuto un reality, spettacolo da consumare distrattamente, la realtà scompare dietro la rappresentazione, la rappresentazione si annichilisce nell’assenza di valore, l’immagine autoreferenziale si trasforma in simulacro, infine l’individuo si scopre trasparente fantasma in un mondo in bilico tra “Simulacri e simulazione”. Il paradosso si ritorce su se stesso mordendosi la coda, moderno Uroboro, e la vita di ognuno si riduce a film, ci sediamo comodamente in poltrona per guardarci recitare il nostro vivere. Meno male che ci sono intelletuali del settore come Sorrentino che, rivolgendosi al presidente Mattarella, così pontifica: “[…] se il mondo fosse abitato solo da lei e dagli artisti vivremmo gioiosi e pacifici ma purtroppo ci sono anche gli altri”. Già, gli altri stupidi che recitano un copione che non scelgono né comprendono, che però pagano i finanziamenti che consentono a certi illuminati registi di realizzare le loro opere.
Ci sono anche intellettuali che provano a sollevare il velo del conformismo omologante, penso a Walter Benjamin di L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, a Jorge Luis Borges di “Del rigore della scienza” e ancora a molti altri, fino al già citato Jean Baudrillard, pensatori che denunciano i rivoluzionari che acquistano all’ikea del pensiero le loro opere, le montano seguendo le istruzioni del mainstream e poi sentenziano ai convegni celebrando la propria libera creatività; ma non posso che osservare malinconicamente la nuova imperante quanto depensata ideologia da totalitarismo, tesa all’omologazione delle masse, all’inganno di una sorta di celebrazione del libero arbitrio per greggi già schierate ancor prima di aver potuto scegliere, la verità è già data, bene e male sono surrettizie espressioni dell’articolo da lanciare sul mercato globale della sopravvivenza. Agli “altri” sorrentiniani non resta che applaudire e adorare, farsi imbonire dall’algoritmo che li ha scelti, il nuovo dio, ma non si può non comprendere che tanto più è mediocre il dio, tanto più inutile il credente e, inevitabilmente, viceversa. Come risuonano attuali le righe di Al di là del bene e del male di F. W. Nietzsche: “ammettere la non-verità come condizione di vita: ciò vuol dire davvero opporsi pericolosamente agli abituali sentimenti di valore e una filosofia che osa questo si pone,con ciò soltanto, al di là del bene e del male”.
Per un Pensiero Altro è la rubrica filosofica di IVG, a cura di Ferruccio Masci, in uscita ogni mercoledì. Perchè non provare a consentirsi un “altro” punto di vista? Senza nessuna pretesa di sistematicità, ma con la massima onestà intellettuale, il curatore, che da sempre ricerca la libertà di pensiero, ogni settimana propone al lettore, partendo da frasi di autori e filosofi, “tracce per itinerari alternativi”. Per quanto sia possibile a chiunque, in quanto figlio del proprio pensiero. Clicca qui per leggere tutti gli articoli.