Terre rare, la leva di Pechino contro gli Usa
- Postato il 11 maggio 2026
- Di Panorama
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L’attesissima visita del Presidente americano Donald Trump in Cina arriva in un momento storico unico.
A poco più di un anno dalla guerra commerciale iniziata all’indomani del Liberation Day, la fragile tregua mediata dalle due super potenze regge, per il momento. Pechino ha infatti saputo trovare la giusta leva per tenere a bada la dirompenza del tycoon: le terre rare.
Le terre rare e la tregua tariffaria
Proprio a due giorni dall’inizio della visita di Trump a Xi Jinping, un alto funzionario americano ha confermato a Reuters che la tregua commerciale siglata lo scorso autunno non è ancora scaduta e che si discute di un suo possibile prolungamento.
Quella tregua era nata ai margini del vertice APEC di Busan, in Corea del Sud, durante il primo faccia a faccia del secondo mandato Trump con il leader cinese Xi Jinping. La scintilla che aveva reso urgente l’incontro era stata l’annuncio cinese di un’ulteriore stretta sui controlli all’esportazione di terre rare e prodotti correlati, espandendo il regime di restrizioni già avviato nell’aprile dello stesso anno in risposta ai dazi di Trump.
Le conseguenze si erano fatte sentire quasi immediatamente, con molti costruttori di automobili negli Stati Uniti, in Europa e altrove che avevano faticato a ottenere i magneti permanenti necessari alla produzione, mentre alcune fabbriche erano state costrette a ridurre i ritmi o addirittura a fermarsi temporaneamente.
La strategia aveva funzionato, tuttavia, nell’accordo raggiunto, la Cina si impegnava a sospendere i controlli sulle esportazioni di terre rare. In cambio, Washington si impegnava a mantenere sospesi i dazi reciproci aggiuntivi sulle importazioni cinesi fino al novembre 2026, riducendo contestualmente di dieci punti percentuali i dazi legati alla questione del fentanyl.
Il monopolio cinese
Per comprendere perché le terre rare abbiano rappresentato una leva così potente, occorre inquadrare l’entità del monopolio di Pechino in questo settore. Secondo un’analisi di Morgan Stanley, la Cina controlla circa il 65% dell’estrazione globale di terre rare e una quota ancora più imponente (l’88%) della capacità di raffinazione e lavorazione.
A questa supremazia estrattiva e trasformativa si aggiunge il controllo sulla fase finale della catena, con la Cina che separa e lavora circa il 90% delle terre rare globali e produce il 94% dei magneti destinati alle energie pulite e ai veicoli elettrici.
Le applicazioni tecnologiche di questi elementi sono trasversali e strategiche. Turbine eoliche ad alte prestazioni, tecnologie per le batterie, condensatori e sensori per sistemi intelligenti dipendono in misura crescente da questi minerali specializzati.
In ambito militare, i magneti al neodimio-ferro-boro sono componenti essenziali di sistemi missilistici di precisione, tecnologie stealth e sistemi navali avanzati.
I prezzi europei delle terre rare hanno raggiunto livelli fino a sei volte superiori a quelli praticati in Cina, penalizzando duramente la competitività di costo dei prodotti europei. Un vantaggio competitivo trasformatosi in leva geopolitica.
L’Occidente tenta la diversificazione
Di fronte a questa vulnerabilità strutturale, i governi occidentali hanno avviato una serie di iniziative per ridurre la dipendenza da Pechino, sebbene il percorso si preannunci lungo e irto di ostacoli.
L’Unione Europea ha risposto con il Critical Raw Materials Act, che fissa obiettivi vincolanti entro il 2030: almeno il 10% del fabbisogno annuo di materie prime strategiche dovrà provenire dall’estrazione interna, il 40% dalla lavorazione nell’UE e il 25% dal riciclo, con un tetto del 65% per le forniture provenienti da un singolo paese terzo (ovvero la Cina).
Sul fronte allargato, gli Stati Uniti e i loro alleati hanno creato FORGE (Forum on Resource Geostrategic Engagement), una zona commerciale preferenziale con l’applicazione di prezzi minimi garantiti, specificamente pensata per contrastare il dumping dei prezzi cinese.
Tuttavia, le ambizioni occidentali si scontrano con la realtà dei tempi industriali. Per la maggior parte delle proiezioni, la Cina continuerà a processare oltre il 60% delle terre rare mondiali almeno fino al 2030, indipendentemente dalle capacità che l’Occidente riuscirà ad aggiungere.
Il divario nella lavorazione è strutturale e riflette decenni di investimenti integrati in ingegneria chimica, catene di fornitura e know-how specializzato che non si replicano in due o cinque anni. La tregua tariffaria comprata ad alto prezzo a Busan non ha risolto il problema, e Pechino continuerà a far sentire questa leva ancora per molto tempo.