Terminare una guerra per iniziarne un’altra: Trump cambia ‘etichetta’ al conflitto per aggirare l’autorizzazione del Congresso. Ma la legge dice altro
- Postato il 6 maggio 2026
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- Di Il Fatto Quotidiano
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Un’operazione militare tira l’altra, soprattutto se cambiarle nome e, almeno formalmente, obiettivi permette di evitare di passare da una temuta approvazione da parte del Congresso. Così nella serata del 5 maggio il segretario di Stato americano, Marco Rubio, ha fornito una dimostrazione concreta della strategia dell’amministrazione Trump per prolungare, sulla carta a tempo indeterminato, il conflitto scatenato insieme a Israele contro l’Iran: “L’operazione Epic Fury è conclusa – ha detto nel corso di una conferenza stampa aggiungendo che il presidente aveva già notificato la decisione a Capitol Hill il 1 maggio – Gli obiettivi sono stati raggiunti”. Ma poi ha aggiunto: “Passiamo ora a Project Freedom“.
L’intento è chiaro: far ripartire il conteggio dei 60 giorni entro i quali chiedere l’approvazione del Congresso, come previsto dalla War Powers Resolution. Si passa, almeno stando all’interpretazione della Casa Bianca, da una guerra contro la Repubblica Islamica, nonostante non sia mai stata spacciata come un conflitto d’aggressione, bensì preventivo, a un’operazione esclusivamente difensiva come Project Freedom che ha come obiettivo principale non quello di annientare le capacità missilistiche e il programma nucleare degli ayatollah, ma di garantire il libero transito dei cargo dallo Stretto di Hormuz, bloccato dall’esercito iraniano come ritorsione per gli attacchi subiti.
Donald Trump vuole evitare in tutti i modi di portare la discussione sulla legittimità del conflitto in Medio Oriente a Capitol Hill. Perché non vuole che le sue decisioni siano vincolate al parere di deputati e senatori, come dimostrato nel corso dei suoi due mandati, ma soprattutto perché è ben consapevole dei rischi di una bocciatura, dato che tutti i rappresentanti democratici e anche parte di quelli repubblicani si sono già espressi contro la legittimità di questa guerra. Un fallimento che, a sei mesi dalle elezioni di midterm e con i sondaggi che parlano ormai da mesi di consensi ai minimi storici, rappresenterebbe un’altra batosta politica per il tycoon, oltre che la fine dell’iniziativa americana nel Golfo a sostegno di Israele.
Sulla legittimità di questo stratagemma messo in atto dall’amministrazione ed esplicitato dalle ultime dichiarazioni di Rubio, però, sono già stati sollevati diversi dubbi. Il presidente ha dichiarato ufficialmente al Congresso la fine dell’operazione il 1 maggio, proprio allo scadere dei 60 giorni, essendo iniziata il 28 febbraio scorso. Innanzitutto, la War Powers Resolution del 1973 non cita mai come criterio per l’inizio e la fine del conteggio la dichiarazione di inizio e conclusione di una specifica operazione militare, ma si rifà al concetto più ampio di “introdurre le forze armate degli Stati Uniti in ostilità o in situazioni in cui il coinvolgimento in ostilità è imminente”. Una situazione, quella contemplata dalla legge federale, che non lascia spazio alla strategia dell’amministrazione Usa, dato che i soldati a stelle e strisce rimangono impiegati nell’area, in un tratto di mare, quello dello Stretto di Hormuz, oggetto di ostilità e che quindi li espone al rischio di nuovi attacchi. Oltre al fatto che stanno svolgendo loro stesse operazioni di blocco navale.
A Teheran hanno percepito la delicatezza del tema e non è forse un caso che, proprio nei giorni immediatamente successivi all’ipotetica conclusione dell’operazione, la Repubblica islamica abbia annunciato di aver colpito con due razzi una nave da guerra americana nello Stretto. Dichiarazioni che da Washington si sono affrettati a smentire.
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