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Taiwan, perché Washington sposta l’orologio della crisi

  • Postato il 1 ottobre 2026
  • Esteri
  • Di Formiche
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In sintesi

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Taiwan, perché Washington sposta l’orologio della crisi

Il 2027 potrebbe non essere più la data attorno alla quale misurare il rischio di una crisi su Taiwan. Secondo funzionari americani citati in esclusiva da Reuters, a Washington cresce la convinzione che un’invasione cinese dell’isola prima del 2028 sia improbabile, o almeno molto meno probabile di quanto suggerisse negli ultimi anni il dibattito sulla preparazione militare della Repubblica popolare.

Non significa che il rischio sia scomparso. Il leader Xi Jinping non ha modificato l’obiettivo assegnato all’Esercito popolare di liberazione (acronimo internazionale: Pla) di disporre entro il 2027 di nuove e complete capacità tecniche – tra cui anche quelle necessarie per conquistare Taiwan con la forza, qualora fosse necessario. Ma capacità e intenzione restano due categorie diverse. E oggi, secondo la valutazione americana, diversi elementi spingerebbero Pechino ad rallentare.

Il primo riguarda il Pla. La campagna anticorruzione di Xi ha investito pesantemente le forze armate e la loro leadership, rallentando parte dei progressi attesi. Le esercitazioni dello scorso anno sarebbero state meno estese e minacciose rispetto agli anni precedenti, mentre all’interno dell’apparato militare cinese rimarrebbero dubbi sulla readiness necessaria per condurre quella che una fonte americana descrive come una delle operazioni militari più complesse dai tempi dello sbarco in Normandia.

Ci sono poi le lezioni delle guerre recenti. Secondo Reuters, Pechino avrebbe tratto dal conflitto russo in Ucraina e quello americano contro l’Iran soprattutto la necessità di evitare una guerra lunga. Un’eventuale operazione contro Taiwan dovrebbe essere rapida e decisiva, limitando il rischio di impantanarsi in un conflitto prolungato. Per farlo, però, secondo le valutazioni americane mancherebbero ancora alcuni tasselli.

Il secondo elemento è politico. Nel 2028 Taiwan tornerà alle urne per scegliere il presidente. Alcuni funzionari cinesi, secondo le fonti citate da Reuters, spererebbero nell’arrivo di un governo più aperto verso Pechino. Una quarta vittoria consecutiva del Democratic Progressive Party, soprattutto con la rielezione di Lai Ching-te, che per la narrazione del Partito/Stato è un “indipendentista”, potrebbe invece modificare il calcolo cinese e rendere gli anni successivi più rischiosi.

È uno spostamento significativo. Per anni il 2027 ha funzionato a Washington come benchmark attorno al quale organizzare la percezione della minaccia cinese. Non era la data di un’invasione (anche se spesso viene confusa o semplificata con essa), ma il momento dal quale il Pla avrebbe potuto disporre delle capacità per tentarla. La chiamano “Davidson window”, perché il 9 marzo 2021, durante un’audizione formale davanti alla Commissione per le Forze Armate del Senato degli Stati Uniti, l’allora comandante dell’IndoPaCom, l’ammiraglio Phil Davidson, aveva spiegato che che la minaccia di un’invasione cinese di Taiwan si sarebbe manifestata appieno entro i sei anni successivi, indicando proprio il 2027.

Ora l’orologio sembra rallentare. E il momento in cui questa nuova valutazione emerge conta quasi quanto le ragioni militari che la sostengono. Tutto arriva infatti una settimana dopo l’ultimo vertice tra Donald Trump e Xi Jinping, in una fase in cui il presidente americano appare intenzionato a non lasciare che Taiwan comprometta lo spazio negoziale aperto con Pechino. Taiwan sta diventando sempre più un termometro della relazione tra Stati Uniti e Cina: il dossier sul quale misurare quanto Washington e Pechino riescano a contenere le rispettive divergenze mentre cercano una forma di stabilità strategica.

Questo non implica che la nuova valutazione americana sulla minaccia sia stata costruita per esigenze diplomatiche. Le ragioni indicate dalle fonti — dalle purghe nella Pla alle elezioni taiwanesi — hanno una propria logica. Ma valutazione strategica e convenienza diplomatica sembrano oggi muoversi nella stessa direzione.

Per Trump, enfatizzare l’imminenza di un attacco cinese produrrebbe infatti una tensione politica complessa, difficile da ignorare. Dopo il viaggio a Pechino di maggio, il presidente non ha ancora approvato un nuovo pacchetto di armi per Taiwan da circa 14 miliardi di dollari, descritto da lui stesso come una “negotiating chip” e attualmente fino in fase di “in abeyance”. Se Washington sostenesse contemporaneamente che l’invasione è imminente, diventerebbe inevitabile chiedere perché quelle forniture non siano già state autorizzate.

Una minaccia temporalmente meno immediata riduce questa contraddizione e, soprattutto, abbassa la temperatura attorno al dossier più sensibile per Xi. Washington non ha bisogno di sostenere che Taiwan sia al sicuro. Può continuare a rafforzare la deterrenza e considerare credibile il rischio cinese, evitando però di descrivere il confronto come una corsa verso una scadenza ormai vicinissima.

È una distinzione utile anche per leggere la strategia di Trump. Il presidente americano sembra intenzionato ad approfondire lo spazio di stabilità costruito con Xi e avrà altre occasioni per farlo nei prossimi incontri legati ad Apec e G20. In questa fase, la percezione americana della Cina diventa una componente della diplomazia stessa. Presentare Xi come un leader pronto a ordinare nel breve periodo un’invasione di Taiwan renderebbe più difficile, anche sul piano interno americano, sostenere una relazione costruita attorno a tregue, negoziati e possibili intese.

La nuova lettura non elimina quindi il problema Taiwan: ne modifica la scansione temporale. E potrebbe essere questo il passaggio più rilevante. Il vecchio 2027 era essenzialmente una deadline militare: quando il Pla sarebbe stato pronto. Il 2028 introduce invece una dimensione politica molto più esplicita: cosa decideranno gli elettori taiwanesi, quale traiettoria avrà assunto nel frattempo il rapporto tra Washington e Pechino e quanto Xi riterrà ancora possibile perseguire la riunificazione senza ricorrere alla forza.

L’orologio della crisi, insomma, potrebbe non essersi fermato. Washington sembra semplicemente ritenere che corra più lentamente. Per Trump è anche il tempo necessario per capire fin dove possa spingersi la stabilizzazione con Xi prima che Taiwan torni a ricordare quanto siano stretti i suoi margini.

Autore
Formiche

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